Famiglia: non solo presepio

Quando pensiamo alla Santa Famiglia, scatta facilmente dentro di noi
l’immagine di un presepe immobile:
tutto al suo posto… luci soffuse, silenzio, serenità…

Un’immagine bella, ma anche rischiosa,
perché può farci pensare che la santità sia assenza di problemi,
che la famiglia santa sia una famiglia senza scosse.

Il Vangelo di oggi, invece, stravolge il presepe.

La Santa Famiglia non sta ferma: è in piedi, nella notte, in fuga.
Non è protetta: è minacciata.
Non è al sicuro: è esposta alla storia.
Ed è proprio così che Dio ha voluto abitare una famiglia umana.

Questa è la buona notizia di oggi:
Dio non ha voluto salvare l’uomo restando fuori dalla sua storia,
ma entrando dentro ciò che la rende fragile e vera.
Non ha scelto una famiglia ideale, ma una famiglia reale.

Il racconto che abbiamo ascoltato è un racconto di cammino.
Nei suoi primi giorni di vita, Gesù sembra voler ripercorrere la storia del suo popolo:
come Israele, scende in Egitto, incrocia la violenza del potere, conosce l’esilio,
e poi ritorna, lentamente, verso una terra e una casa.

Gesù non salva dall’alto, ma da dentro.
Non evita la notte: la attraversa.

Tutto comincia con una parola: «Àlzati».

Dio non ci parla quando tutto è chiaro, ma quando siamo nel sonno,
quando le difese cadono,
quando siamo vulnerabili.

È nella notte che Giuseppe viene raggiunto dalla Parola,
ed è nella notte che si alza.
Si alza, prende il bambino e sua madre. E parte.

Da Giuseppe impariamo che la fede non è spiegare Dio, ma fidarsi di Lui.
Non è capire tutto, ma fare il passo possibile. 

La fede di Giuseppe non è fatta di parole, ma di gesti concreti.
Giuseppe ci insegna che l’amore vero non commenta la Parola:
le dà carne, le presta la propria vita.

La sua obbedienza è concreta, fisica:
Giuseppe presta a Dio le sue mani, il suo tempo, il suo coraggio.
È l’amore che diventa responsabilità.

Quante famiglie oggi non vivono in un presepe immobile,
ma in un cammino faticoso:
notti di decisioni difficili,
paure per il futuro,
lavori incerti,
relazioni provate,
migrazioni forzate,
legami che scricchiolano.

La Santa Famiglia ci dice che Dio non aspetta che tutto sia sistemato per esserci.

Il Vangelo non addolcisce la storia.
C’è Erode, c’è la violenza, c’è la strage degli innocenti.
Il pianto di Rachele attraversa i secoli.
Il Natale non cancella il male: lo assume.

Gesù nasce in un mondo ferito,
e fin dall’inizio la sua esistenza è minacciata.

Gesù si salva dalla strage non per privilegio,
ma perché dovrà portare su di sé il destino di tutti gli innocenti.
Il sangue dei bambini di Betlemme non è dimenticato.
Nessuna lacrima è inutile.
Nessun dolore resta fuori dalla storia di Dio.

Il Vangelo riferisce che anche la fuga in Egitto avvenne «perché si compisse la Scrittura»:
anche ciò che è ingiusto e subito, può diventare luogo di compimento e di rivelazione.

Ogni famiglia conosce, in forme diverse, il suo Egitto e il suo esilio:
situazioni subite,
errori fatti,
ferite che sembrano bloccare il cammino.

Il Vangelo assicura che nulla di tutto questo va perduto
se attraversato con Dio.

E alla fine, la meta non è un palazzo,
ma una casa qualunque: Nazareth.

Anche qui però l’immagine da presepe non basta; non basta neppure un presepe vivente.
Dio sceglie l’ordinario.
La salvezza prende casa nella quotidianità,
nel lavoro,
nella ripetizione dei giorni,
nelle relazioni semplici e spesso faticose.

E a Nazaret comprendiamo
che la famiglia è la grammatica fondamentale delle relazioni umane. 
È il primo linguaggio attraverso il quale impariamo a essere persone.
Prima delle idee, prima dei progetti,
siamo stati introdotti alla vita attraverso le relazioni.

Dio ha voluto prendere carne in una famiglia
per entrare nelle relazioni che ci costituiscono:
essere figlio, per imparare l’affidamento;
essere fratello, per condividere e confrontarsi;
essere padre e madre, per custodire la vita;
essere coniuge, per offrire e ricevere fedeltà;
ma conoscere anche la mancanza, la perdita, la vedovanza.

Nulla di ciò che è umano resta fuori da Dio.
Ogni relazione diventa luogo dello Spirito.

Dentro questa grammatica fondamentale ci sono anche le ferite della vita affettiva.
Ci sono uomini e donne che vivono relazioni complicate, spezzate, non lineari.
Spesso non per colpa cercata,
ma dentro storie subite, fragilità ereditate,
amori non riusciti,
scelte fatte con poca libertà.

Ci sono ferite che nascono da colpe subite,
ma ce ne sono anche che nascono da errori commessi:
tradimenti, infedeltà, promesse spezzate.
Il Vangelo oggi non le nega,
ma ci dice che neppure queste hanno l’ultima parola.

Ci sono ferite affettive legate anche a percorsi interiori complessi,
scoperti nel tempo,
che non nascono da una scelta contro qualcuno,
ma dal tentativo sincero e sofferto
di dare un nome al proprio desiderio di amore.

C’è chi si porta dietro una relazione finita senza averla voluta,
chi vive una fedeltà non ricambiata,
chi si porta addosso il peso di una scelta sbagliata,
chi scopre diversa da come aveva immaginato la propria vita affettiva,
chi vive legami che non riesce a far coincidere con ciò che desidera nel profondo.

Eppure anche queste ferite,
se ascoltate in profondità,
a loro modo celebrano la famiglia.
Non la negano, la cercano.
Non la distruggono: la desiderano.

Ogni ferita affettiva custodisce un’aspirazione:
il desiderio di amare e di essere amati,
di appartenere, di non essere soli.
Proprio perché la relazione è così decisiva,
quando si spezza, fa così male.

Il Figlio di Dio ha voluto abitare una famiglia ferita dalla storia
per dire che nessuna relazione umana è esclusa dal suo sguardo,
e che anche le fratture
possono diventare luoghi in cui lo Spirito lavora, consola, accompagna.

Colui che oggi è custodito da Giuseppe e Maria,
un giorno porterà su di sé
non solo le ferite subite,
ma anche le infedeltà, i tradimenti,
il peccato stesso dell’uomo.

Carissimi,
la Santa Famiglia non è un presepe immobile da contemplare,
ma una strada da percorrere.
È una compagnia di viaggio.

La Santa Famiglia ci dice che Dio cammina con noi:
nelle notti difficili,
nelle decisioni rischiose,
nelle ferite della storia e della vita,
nella semplicità del quotidiano.

Madre Teresa di Calcutta era solita dire:
«Se vuoi cambiare il mondo, torna a casa e ama la tua famiglia.»

Affidiamo alla Famiglia di Nazaret tutte le nostre famiglie:
quelle serene e quelle ferite,
quelle stabili e quelle in cammino.
E chiediamo la grazia
di ascoltare come Giuseppe,
di custodire come Maria,
di vivere come Gesù,
il Figlio che trasforma ogni esilio
in una strada verso casa.
Amen.

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