Santa Maria Madre di Dio
Non spenderemo parole in questo momento sul tema del passaggio all’anno nuovo. La Liturgia cattolica ha un ciclo annuale diverso rispetto a quello civile e inoltre il cambio di calendario è spesso accompagnato da superstizioni e modalità di festeggiamento che non hanno bisogno di ulteriore spazio.
Piuttosto oggi siamo invitati a fermarci su questo giorno preciso, l’ottavo dalla nascita di Gesù. Un giorno che ha il peso della storia, della carne, della Legge. Un giorno che custodisce memorie essenziali per la fede.
Il bambino di Betlemme non resta avvolto in un’atmosfera fuori dal tempo. Entra nella concretezza di un popolo, di una tradizione, di un’alleanza. Viene circonciso, secondo la Legge. È il segno dell’appartenenza. È il primo atto con cui il Figlio di Dio accetta di essere davvero, fino in fondo, “nato sotto la Legge”, come dice Paolo.
Secondo la tradizione ebraica, il rito avviene all’ottavo giorno dalla nascita, oltre che per motivi pratici, anche per il significato spirituale del numero 8, da 7+1: dove 7 è il numero del tempo, 1 è il numero di Dio, il numero che indica la sua perfezione e trascendenza. L’ottavo giorno rappresenta dunque l’incontro tra l’umano e il divino, tra la nostra storia che passa e l’eternità di Dio. Oggi davvero l’eterno è entrato nel tempo.
La salvezza non comincia da un gesto eclatante, ma da una obbedienza silenziosa. Il corpo del bambino viene segnato, e con esso tutta la sua vita viene consegnata. Scorre il primo sangue del Redentore. Non è ancora il sangue della croce, ma è già sangue offerto.
Dio non salva dall’alto dei cieli: salva entrando, assumendo, condividendo.
In questo segno semplice, ma comunque cruento, troviamo già un anticipo della Croce. La prima effusione di sangue di Gesù è al servizio del patto di alleanza e richiama la fisicità, la carne della salvezza: un Dio che non teme di toccare la nostra vulnerabilità umana, anzi la prende su di sé.
Il Verbo di Dio continua a farsi carne nel ritmo delle nostre comunità, delle nostre famiglie, dei nostri piccoli sacrifici quotidiani. Anche noi, segnati da tante “piccole croci”, siamo chiamati a vederle non solo come fatica, ma come parte di una storia redenta: non abbandonata, ma custodita da Dio stesso.
Quello stesso atto comporta un’altro gesto fondamentale: l’imposizione del Nome.
“Gli fu messo nome Gesù”: non un nome scelto a posteriori dalla famiglia, come accade per ogni bambino che nasce, ma il Nome che fu rivelato dall’angelo prima ancora del concepimento, il Nome dunque che ha in Dio stesso la sua origine. Gesù: “Il Signore salva”.
Il Nome “Gesù” non è un’etichetta; è un destino. Quel Nome non definisce semplicemente ciò che Gesù farà (“Dio salva”), ma chi Egli è in relazione a noi e al Padre.
La prima lettura ci ha aiutato a comprendere la profondità di questo fatto. La benedizione di Aronne non è solo un augurio. È un atto potente: “Così porranno il mio Nome sugli Israeliti e io li benedirò”. Il Nome di Dio posto sul popolo significa protezione, custodia, relazione. Significa vivere sotto uno sguardo che dona grazia e pace.
Era il nome misterioso, impronunciabile, nascosto, che solo il sommo sacerdote poteva pronunciare.
Oggi quel Nome viene trasformato, completato, perché la rivelazione di Dio è finalmente giunta alla pienezza. Il Nome intero ora è יְהוֹשֻׁעַ Yehoshu’a: non solo Dio, ma “Dio salva”. Questo Nome non rimane più rinchiuso nella sacralità del tempio, ma viene pronunciato su un bambino. Il Nome che benediceva dall’alto dei cieli, ora prende carne, prende voce, prende volto. In Gesù, il Nome e il volto di Dio coincidono. Dio non resta più solo invocato: è incontrabile. Questo nome risuonerà infinite volte nella quotidianità della famiglia di Nazaret, sulle labbra di Maria e di Giuseppe.
Da questo Nome nasce l’identità cristiana: non noi “scegliamo” Dio, ma è Dio che si consegna a noi fino a darci un Nome nuovo, per sempre, che ci trasforma in figli.
Dobbiamo chiederci, nella quotidianità della nostra vita: il Nome di Gesù traspare nelle mie relazioni? È Lui che dà sapore alle mie parole, alle mie scelte, alle mie ferite? Potessimo anche noi avere frequentemente questo nome sulle nostre labbra con lo stesso amore e la stessa fiducia dei suoi genitori.
Oggi emerge con tutta la sua forza, nella sua discrezione la figura della Vergine Maria a cui è dedicata in modo speciale la solennità del 1 gennaio.
Il Vangelo non ci mostra Maria che parla, ma Maria che custodisce. Custodisce le parole, custodisce gli eventi, custodisce il mistero. Non cerca di spiegare, non cerca di possedere. Medita nel cuore ciò che la supera.
Maria è Madre proprio così: non perché controlla ciò che accade, ma perché lo accoglie.
È Madre perché lascia che Dio sia Dio, anche quando questo la conduce su strade non previste.
È Madre perché rimane fedele al mistero anche quando non lo comprende pienamente.
Per questo la Chiesa, con audacia, le attribuisce il titolo più paradossale: Madre di Dio.
Un titolo che non nasce dalla devozione, ma dalla fede.
Il titolo “Madre di Dio” (Θεοτόκος) non è un’espressione sentimentale o una litania mariana qualsiasi; è la sintesi teologica più radicale della fede cristiana.
Essa afferma, in una sola parola, ciò che tutto il contenuto del Credo: la vita di Dio e la vita dell’uomo si sono incontrate nella carne di Cristo.
Maria non è Madre di un “uomo di Dio”, né di un “profeta” o di un “grande maestro”.
È Madre di Dio fatto carne. Questa verità è così centrale che, fin dai primi concili, la Chiesa l’ha difesa a costo di scandalo religioso: Dio si è fatto veramente uomo.
Dire “Madre di Dio” significa dire che quel bambino è davvero Dio, senza attenuazioni.
Significa dire che Dio ha preso sul serio la nostra umanità, fino a farsi generare, portare, consegnare alle cure di una donna.
In Maria, Dio si fida dell’uomo.
In Maria, Dio accetta di avere bisogno.
E questo cambia radicalmente il nostro modo di pensare la grandezza, il potere, la pace.
Paolo, nella lettera ai Galati, ci ha ricordato che tutto questo non è avvenuto per restare confinato nella storia di Gesù. Se il Figlio è nato da donna, è perché noi potessimo diventare figli. Non più schiavi, ma figli. Non più senza nome, ma capaci di dire: Abbà, Padre.
Il nostro diventare figli di Dio è il cuore del Vangelo. E la pace nasce qui.
Non è un caso che oggi la Chiesa celebri anche la Giornata Mondiale della Pace. Non come un’aggiunta tematica, ma come una conseguenza teologica.
La pace di cui parla Papa Leone non è un’utopia; è una pace che nasce dall’incontro con il volto di Cristo incarnato, “una pace disarmata e disarmante”, capace di vincere la violenza non con la forza, ma con la forza mite dell’amore e della giustizia.
Nel suo messaggio per questa giornata, il Papa lo ricorda con parole semplici e incisive: «La bontà è disarmante. Forse per questo Dio si è fatto bambino nel grembo di una giovane madre».
È esattamente ciò che la liturgia ci consegna oggi. Maria, Madre di Dio, è anche Madre della nostra fede. Ci insegna che la pace non nasce dal dominio, ma dall’accoglienza; non dalla forza, ma dalla relazione; non dall’imposizione, ma dal riconoscimento.
All’inizio di questo giorno – mentre in occidente entriamo nel nuovo anno civile – la Chiesa ci affida tre realtà essenziali: un bambino, un Nome, una Madre.
Un bambino che porta su di sé il segno dell’alleanza.
Un Nome che salva.
Una Madre che custodisce.
E ci benedice con parole antiche e sempre nuove:
che Gesù faccia risplendere il suo volto su di noi,
che ci custodisca come figli,
e che ci conceda quella pace che nasce solo dall’essere amati per primi.
PROPOSTA PER IL RENDIMENTO DI GRAZIE ALLA FINE DELL’ANNO CIVILE
Dopo la professione di fede, al momento delle preghiere dei fedeli.
Mentre si chiude questo anno del Signore 2025, segnato dal Giubileo della speranza, con cuore riconoscente portiamo davanti a Dio la nostra lode e il nostro rendimento di grazie.
Diciamo con gioia:


Noi ti rendiamo grazie per la Chiesa, madre e maestra nel cammino in questo anno, casa che ci ha accolti con le nostre domande, le nostre fatiche e la nostra fede fragile. Ti preghiamo che continui a essere luogo di ascolto, di misericordia e di speranza per tutti. A te il nostro rendimento di grazie. R.
Te Deum laudamus, amen, alleluia.
Noi ti rendiamo grazie per la fede che in questo anno è cresciuta, anche attraverso domande, fatiche e ripartenze, quando abbiamo imparato a fidarci di te un passo alla volta. Ti preghiamo che la nostra fede diventi più semplice, più salda e più capace di testimonianza. A te il nostro rendimento di grazie. R.
Te Deum laudamus, amen, alleluia.
Noi ti rendiamo grazie per le opere di carità ricevute e donate, per le mani che hanno sostenuto, per le parole che hanno consolato, per i gesti nascosti che hanno alleviato la fatica del vivere. Ti preghiamo che non ci stanchiamo di riconoscere il bene e di moltiplicarlo con generosità. A te il nostro rendimento di grazie. R
Te Deum laudamus, amen, alleluia.
Noi ti rendiamo grazie per i segni di speranza che hai seminato nei nostri giorni, spesso piccoli e fragili, ma capaci di riaccendere il coraggio e la fiducia. Ti preghiamo che sappiamo custodirli e diventarne noi stessi segno per gli altri. A te il nostro rendimento di grazie. R
Te Deum laudamus, amen, alleluia.
Noi ti rendiamo grazie per l’anno giubilare che si è concluso, per i numerosi segni di speranza, i passi di riconciliazione e i gesti di perdono che ci hai donato. Ti preghiamo che ciò che abbiamo riscoperto non si perda, ma continui a trasformare la nostra vita quotidiana. A te il nostro rendimento di grazie. R
Te Deum laudamus, amen, alleluia.
Noi ti rendiamo grazie per il cammino della nostra diocesi e delle nostre parrocchie, fatto di incontri, di scelte talvolta difficili e di piccoli segni di comunione. Ti preghiamo che impariamo a camminare insieme, senza lasciare indietro nessuno. A te il nostro rendimento di grazie. R
Te Deum laudamus, amen, alleluia.
Noi ti rendiamo grazie per chi, in tanti modi, ha seminato pace e giustizia, spesso senza clamore, dentro situazioni ferite e complesse. Ti preghiamo che il loro impegno non venga meno e che trovi sostegno e riconoscimento. A te il nostro rendimento di grazie. R
Te Deum laudamus, amen, alleluia.
Noi ti rendiamo grazie per le nostre famiglie, per i bambini che sono venuti alla luce, per la vita che nasce, cresce e cerca il suo posto nel mondo. Ti preghiamo che le famiglie siano accompagnate nelle loro fatiche e che i giovani non smettano di credere nel futuro. A te il nostro rendimento di grazie. R
Te Deum laudamus, amen, alleluia.
Noi ti rendiamo grazie per la forza che ci hai donato nei giorni sereni e in quelli segnati dalla prova, quando ci hai sostenuti anche senza parole. Ti preghiamo che sappiamo riconoscere la tua presenza fedele in ogni stagione della vita. A te il nostro rendimento di grazie. R
Te Deum laudamus, amen, alleluia.
Noi ti rendiamo grazie per i fratelli e le sorelle ci hanno lasciato in questo anno, per il bene che hanno seminato nella nostra vita, per le storie condivise, per l’amore che continua a parlarci anche nel silenzio dell’assenza. Ti preghiamo che siano accolti nella tua pace e che il loro ricordo ci renda più grati, più responsabili e più attenti al dono del tempo. A te il nostro rendimento di grazie. R
Te Deum laudamus, amen, alleluia.
Orazione conclusiva
Noi ti lodiamo, o Dio, e ti benediciamo: mentre si compiono i giorni di quest’anno ed entriamo nella luce del giorno nuovo dedicato a Maria, Madre del tuo Figlio.
Tu sei il Signore del tempo e della storia, principio e compimento dei nostri giorni.A te affidiamo l’anno che si chiude, con le sue luci e le sue ombre, le gioie che ci hanno aperto il cuore e le prove che ci hanno resi più veri.
Accogli il nostro grazie, non perfetto ma sincero, e insegnaci a riconoscerti all’opera nelle pieghe feriali della vita; insegnaci, come Maria, a custodire nel cuore ciò che non comprendiamo subito.
Sostienici nel tempo che viene: custodisci la tua Chiesa, rendi saldi i nostri passi nella pace, donaci un cuore vigile e fiducioso, capace di lodarti in ogni circostanza.
In te speriamo, Signore, non saremo confusi in eterno.
A te la lode, la gloria e il rendimento di grazie ora e per tutti i secoli dei secoli.
Amen.
