segui la luce giusta

L’uomo è assetato di luce. Lo è sempre stato.
Anche quando finge di non esserlo, anche quando si accontenta di bagliori artificiali o di illusioni passeggere. 

L’Epifania è la festa della luce.
In questo mondo enigmatico e contraddittorio, in mezzo a tante delusioni e smarrimenti, Dio non ha potuto tollerare che la sua creatura restasse prigioniera del buio: ha acceso una luce, e quella luce è una Persona.

Per questo l’Epifania non è una festa folcloristica, né una rievocazione ingenua. 

È il cuore stesso del cristianesimo: il Dio nascosto che si rivela, il Dio infinito che si lascia trovare, il Dio che non si impone ma si offre.

Il Vangelo ce lo racconta attraverso la figura dei Magi.
Personaggi strani, improbabili, incomprensibili agli occhi del mondo.

Vivevano scrutando il cielo, in mezzo a gente che guardava solo la terra;
cercavano la verità, mentre altri si accontentavano di vivacchiare;
erano inquieti, mentre la maggioranza si autoconvinceva di avere tutto. 

Eppure erano gli unici veramente ragionevoli.
I Magi rappresentano l’uomo che non si rassegna a esistere senza un senso, che non accetta – per esempio – che la vita e tanto meno la morte siano un assurdo e per questo non smette di interrogarsi sul perché delle cose.

La ricerca dei Magi è faticosa, esposta a dubbi, a derisioni, a smarrimenti;
ma è una ricerca leale, perseverante, disposta a pagare di persona.

Oggi – tanto per fare un esempio – vedo molti dei nostri giovani studenti, che imparano a maneggiare modelli complessi, formule raffinate, linguaggi specialistici.
Sanno spiegare come funzionano le cose.
Ma nessun esame chiede loro di dire perché valga la pena vivere, amare, soffrire.
Non perché la domanda sia inutile, ma perché è troppo grande.
Eppure, prima o poi, è proprio questa la domanda che si impone. 

Non tutti, però, cercano davvero Dio.
C’è chi non cerca perché ha paura: paura di una verità che giudica e punge, di una luce che smaschera le magagne, di un amore che esige conversione.
È per esempio la paura di Erode, il potente che teme di essere ridimensionato, il padrone di sé che non vuole riconoscere un Signore sopra di sé.

C’è chi non cerca perché si è installato in una religiosità sterile, fatta di parole, di formule, di abitudini senza slancio. Conosce le Scritture, ma non si mette in cammino; sa indicare la strada agli altri, ma lui resta immobile come un semaforo, e non si lascia scalfire da nulla.

C’è chi non cerca perché si è convinto di aver già trovato tutto, di non avere più nulla da domandare. Ha addomesticato Dio, lo ha reso innocuo, inoffensivo, irrilevante.

La stella dei Magi ci insegna una cosa decisiva: a ogni uomo è data una luce.
Non c’è uomo, non c’è donna, non c’è storia umana, alla quale Dio non mandi la sua stella.
Non la luce piena, non il traguardo, ma un segno sufficiente per mettersi in cammino. 

Seguire la stella della fede non è mai stato facile, e non lo è neppure oggi.
I Magi erano pochi. Erano stranieri. Nessuno li aveva incaricati di partire.
E spesso hanno corso dei rischi anche là dove immaginavano di trovare un aiuto.
Hanno dovuto imparare che cercare la verità significa spesso camminare controcorrente, senza garanzie, senza consenso, senza protezione.

Anche oggi chi segue la stella può sentirsi solo.
Solo quando sceglie di non barare negli studi o nel lavoro, mentre altri aggirano le regole.
Solo quando difende la dignità della vita, della persona, della famiglia, e si sente dire che è fuori tempo.
Solo quando rifiuta il cinismo come chiave di lettura del mondo, e viene considerato ingenuo.
Solo quando prende sul serio il Vangelo, e scopre che questo lo rende meno allineato, meno applaudito, meno capito.

I Magi hanno dovuto attraversare il silenzio della notte, l’ambiguità di Erode, l’indifferenza dei teologi professionisti, lo stupore sterile di Gerusalemme. Ma la solitudine non è necessariamente segno che stai sbagliando qualcosa: spesso è il prezzo della fedeltà.

Viaggiare verso Betlemme, per noi oggi, non significa trovare risposte facili o soluzioni spettacolari.
Significa accettare che Dio si lasci incontrare nell’umiltà, non nel clamore; nella fedeltà quotidiana, non nei colpi di scena; in ciò che non fa notizia, ma salva.

Arrivare a Betlemme è scoprire che la verità non si manifesta come potere che domina, ma come amore che si affida.
È riconoscere che Dio non entra nella nostra vita per toglierci qualcosa, ma per darle un senso che resiste anche quando tutto il resto vacilla.

I Magi, prostratisi, adorano, offrono, obbediscono.
Adorano: riconoscono che Dio è Dio e loro non lo sono.
Offrono: comprendono che il rapporto con Dio non è prima di tutto chiedere, ma donare.
Obbediscono: si lasciano guidare, anche contro i comandi ingiusti degli uomini.

Adorare significa rimettere Gesù Cristo al centro, togliendolo dalla periferia dei nostri ritagli di tempo.
Adorare significa riconoscere che non siamo noi la misura di tutto, che la nostra intelligenza non basta a salvarci, che la nostra libertà ha bisogno della verità per non diventare arbitrio.

Adorare è scegliere, ogni giorno, a chi dare fiducia:
se alla voce che dice “pensa solo a te”, o a quella che dice “dona te stesso”;
se alla logica del successo a ogni costo, o a quella della fedeltà anche quando costa;
se alla luce luccicante ma sterile delle mode, o alla luce discreta ma vera che viene da Cristo.

Adorare Cristo significa lasciare che il Vangelo diventi un criterio reale di giudizio;
non accettare che la vita sia solo una competizione o una prestazione;
avere il coraggio di cercare la verità anche quando non conviene.

Non significa avere tutte le risposte.
Significa non smettere di cercarle nel posto giusto.

Adorare Cristo non impoverisce la libertà: la salva.
Non umilia l’intelligenza: la libera dalle restrizioni imposte dal pregiudizio.
Non toglie senso alla vita: le impedisce di diventare assurda.

Così anche per noi.
Seguire la stella della fede non ci risparmia le fatiche, ma ci risparmia l’assurdo.
Non ci toglie la notte, ma ci dà una direzione.
Non ci promette applausi, ma ci dona una gioia che non dipende dal consenso.

In questo giorno di luce chiediamo al Signore una grazia speciale:
non quella di essere sempre compresi, ma di essere fedeli;
non quella di non sbagliare mai, ma di non smettere di cercare;
non quella di camminare senza fatica, ma di non perdere di vista la stella.

I Magi, dopo aver adorato, tornano a casa per un’altra strada.
Il mondo non è cambiato. Erode è ancora al potere. La notte non è finita.
Ma loro sì: sono cambiati. Hanno trovato un centro.
E quando il centro è giusto, anche il cammino, pur faticoso, ha una direzione.

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