la stella, l’acqua, il vino

Secondo la tradizione liturgica, l’unico evento dell’Epifania, la manifestazione di Gesù come Figlio di Dio e salvatore del mondo, avviene in tre momenti. 

L’antica antifona del vespro del 6 gennaio li riassume con parole semplici e densissime: «la stella che guida i Magi, l’acqua mutata in vino alle nozze, Cristo battezzato nel Giordano per la nostra salvezza»

Tre scene diverse, tre luoghi, tre linguaggi, ma un’unica rivelazione: Dio si dona all’umanità nel suo Figlio.

A Betlemme, Cristo si manifesta come luce per le genti: cercato da uomini venuti da lontano, riconosciuto anche da chi non appartiene al popolo dell’alleanza, ma ha il cuore inquieto e gli occhi rivolti al cielo. 
Al Giordano, Cristo si manifesta come il Figlio amato del Padre, immerso nelle acque della nostra storia e del nostro peccato. 
A Cana, Cristo si manifesta come lo Sposo, colui che porta il vino nuovo quando la gioia sembra finita.

Tre epifanie, un solo movimento: dal Padre al Figlio, dal Figlio all’uomo. 

Non è l’uomo che conquista Dio; è Dio che prende l’iniziativa, che si rivela progressivamente, che si lascia incontrare.

Dopo aver contemplato in modo speciale il viaggio e l’adorazione dei Magi, oggi la Chiesa ci invita a sostare sulle rive del Giordano. 

Qui l’epifania non avviene in un gesto sobrio, quasi spoglio: Gesù che, anonimamente, si mette in fila con i peccatori per ricevere il battesimo di Giovanni.

Matteo annota un dettaglio significativo: Gesù viene dalla Galilea. 
Non dal centro religioso di Gerusalemme, neppure dalla nobile Giudea di davidica memoria, ma da una terra periferica, segnata da mescolanze e fragilità, terra di credenti, pagani e miscredenti.

Ma Galilea è anche, nella narrazione dei Vangeli, la terra della ferialità, del lavoro quotidiano, della vita normale di una famiglia normale. 

Galilea è già un Vangelo senza parole: il Figlio di Dio entra nella storia non dall’alto, ma dal basso; non dal luogo della sicurezza, ma da quello della vita reale. 

La salvezza non nasce dalla separazione, ma dalla condivisione.

Quando Gesù giunge al Giordano, Giovanni si oppone: «Io ho bisogno di essere battezzato da te»
È una resistenza comprensibile, quasi devota.
Giovanni intuisce nello spirito che quell’uomo non ha bisogno di conversione. 

Ma Gesù risponde con parole che aprono uno squarcio sul mistero: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia».

Nel linguaggio evangelico la giustizia non è tanto l’osservanza di una norma: è piuttosto fedeltà al disegno del Padre. 

Gesù è giusto perché accetta di percorrere una strada che non gli appartiene per necessità, ma per amore. 

Sceglie di stare dove stanno i peccatori, di condividere la loro attesa, il loro desiderio di salvezza. 
Non prende le distanze dall’umanità ferita: vi entra dentro.

Così Gesù scende nelle acque. Acque cariche di memoria biblica: le acque del caos primordiale, il Mar Rosso attraversato nella notte della liberazione, il Giordano varcato per entrare nella terra promessa.

Gesù non entra nell’acqua per lavarsi.
Piuttosto vi entra per sporcarsi, per sporcarsi di noi, delle nostre contraddizioni, dei nostri limiti, del male ci abita il cuore. 
E in verità le acque di questo tratto finale del Giordano sono dense e limacciose. 

Gesù non vi scende per essere purificato, ma per purificarle, per trasformarle in luogo di vita. 
È già un gesto pasquale: scende e risale, anticipando il mistero della sua morte e risurrezione.

E proprio mentre Gesù, con questo gesto, mostra di voler fare suo tutto ciò che è umano,  accade l’epifania più grande. 

Il Vangelo dice: «Ed ecco, si aprirono per lui i cieli»
Il cielo, che l’uomo non può aprire con le proprie forze, si apre per iniziativa di Dio. 
Non è la preghiera dell’uomo a forzare Dio, ma l’obbedienza del Figlio ad aprire il cielo sull’umanità.

Lo Spirito scende come una colomba e rimane su di Lui. 
Non un’emozione passeggera, non un momento straordinario, ma una presenza stabile: in Gesù abita lo Spirito che dà vita, che rigenera, che crea il nuovo. 

E poi la voce del Padre. Non chiede nulla, non comanda nulla, ma rivela un’identità: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».

Teniamolo presente, quando nelle prossime domeniche torneremo a sfogliare i racconti del vangelo secondo Matteo: questa parola del Padre precede ogni azione di Gesù. Prima della predicazione, prima dei miracoli, prima della croce. 

Gesù non è amato perché fa grandi cose; fa grandi cose perché è amato. 
La sua missione nasce dalla relazione con il Padre. La salvezza nasce dal dono.

Per questo il Battesimo del Signore illumina anche il nostro cammino di fede. 
Anche noi siamo stati immersi in Cristo. 
Anche su di noi si è aperto il cielo. 
Anche a noi è stata donata un’identità che precede ogni merito: figli nel Figlio. 
La vita cristiana non è una prestazione da offrire a Dio, ma una relazione da abitare.

Proprio questa considerazione ci porta all’epifania di Cana.
Gesù manifesta la sua gloria dentro una casa, nel cuore di una festa di famiglia. 

È lì che compie il primo segno, quello che muove la fede dei discepoli: quasi a dirci che è la vita quotidiana, con le sue relazioni, le sue gioie e le sue fatiche, il primo spazio in cui Dio desidera essere accolto.

A Cana, come nella vita, non tutto è perfetto: il vino viene a mancare. 

Anche nelle famiglie migliori arrivano momenti di stanchezza, di silenzio, di fatica, in cui sembra non esserci più ciò che sostiene la gioia. 

Gesù non rimprovera, non giudica, non chiede spiegazioni: resta, ascolta, e dona un vino nuovo.

**E notate come a Cana il vino migliore non è all’inizio, ma alla fine. 
Questo dice che la fedeltà, quando è abitata dalla grazia, non invecchia, ma matura. 

Per questo la testimonianza di una vita coniugale che attraversa i decenni è un segno silenzioso ma eloquente: non perché tutto sia stato facile, ma perché l’amore è stato custodito, rinnovato, riconsegnato.

E in questo orizzonte oggi guardiamo con affetto alla gioia di Gabriella e di Gianni che ringraziano il Signore per i loro cinquant’anni di matrimonio: segno umile e concreto di una fedeltà che dura nel tempo. 

Vorrei farvi notare che la parola diacono, nei vangeli, appare per la prima volta proprio alle nozze di Cana, in modo anche più esplicito che negli atti degli Apostoli. Dunque  una coppia,  una famiglia che accoglie, supporta e condivide il ministero del diacono, non può non sentire rivolta a sé in modo speciale, ciò che la Vergine disse ai diaconi: «Fate tutto quello che vi dirà». 

Che non significa che il vino non verrà mai a mancare, ma che nei momenti in cui sembra finire, bisogna continuare a fidarsi, ad attingere, a servire.**

Alla fine, il centro rimane Lui, Gesù.
Ai Magi, Cristo è la luce cercata.
Al Giordano, Cristo è il Figlio rivelato.
A Cana, Cristo è il dono che resta.

Mentre oggi contempliamo Gesù immerso nelle acque del Giordano, la Chiesa rinnova la sua confessione di fede: non siamo noi a reggere il peso della salvezza, ma siamo portati da un dono che ci precede.

Il cielo è aperto.
Il Figlio è in mezzo a noi.
Lo Spirito continua a scendere.

A noi è chiesto soltanto di restare in questa grazia, di vivere da figli, di lasciarci amare. 

E di testimoniare, con la nostra vita, che Dio continua a manifestarsi nel Figlio, per la gioia e la salvezza del mondo.

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