ecco l’Agnello

La liturgia di oggi ci invita a trattenerci ancora sulle rive del fiume Giordano, dopo che abbiamo rivissuto, domenica, il battesimo del Signore. 

Non dobbiamo avere fretta di allontanarci da questo luogo, perché lì è accaduto qualcosa che riguarda profondamente anche la nostra vita. 

Gesù si era immerso nelle acque limacciose di questo tratto di Giordano, acque che portano il peso dei peccati, delle attese e delle ferite di un popolo intero. 

È come se Dio avesse voluto entrare proprio lì dove la vita è torbida, confusa, non perfetta.

A guidarci ancora è lo sguardo del testimone privilegiato di quell’evento, Giovanni Battista. Non uno spettatore curioso, ma un uomo che ha consumato la propria vita per preparare l’incontro con il Messia. 

La sua non è una testimonianza astratta, ma vissuta, pagata con la solitudine, con il deserto, con una parola scomoda.

Giovanni era figlio del sacerdote Zaccaria e di Elisabetta. 
Apparteneva alla tribù di Levi ed era dunque destinato per nascita al sacerdozio, a offrire i sacrifici nel Tempio di Gerusalemme.
Tutto sembrava già scritto per lui. 

Eppure Giovanni sente che Dio lo chiama altrove. Non rifiuta la sua identità, ma la vive in modo nuovo. Il suo altare non sarà il Tempio, ma il deserto. Il suo sacrificio non sarà un animale, ma una vita spesa per dire la verità.

Giovanni ci ricorda che la fedeltà a Dio non è mai semplice ripetizione, ma ascolto vivo, a volte scomodo, sempre esigente.

Tra i compiti che la Scrittura assegnava sacerdoti leviti vi era quello di insegnare al popolo come offrire sacrifici graditi a Dio. Attraverso quei riti – prescritti in modo rigoroso e dettagliato – si rinnovava l’alleanza, si chiedeva perdono, si cercava di rimettere ordine nella relazione con il Signore. 

Ma le medesime Scritture dell’Antico Testamento, avevano già iniziato a scavare più in profondità, oltre all’osservanza scrupolosa dei riti. I profeti avevano capito che Dio non si accontenta di gesti formalmente corretti, se il cuore resta lontano.

Lo abbiamo ascoltato, ad esempio proprio nel Salmo responsoriale: «Sacrificio e offerta non gradisci, gli orecchi mi hai aperto».

Come dire: “Tu non stai cercando la perfezione esterna dei riti, ma dandomi quelle regole così serrate e dettagliate per il culto, in realtà tu vuoi insegnarmi ad aprire le orecchie del cuore… Tu non cerchi solo che ti offra il sangue di un animale, magari per scavarmi di dosso il problema dei miei peccati, per poi sentirmi ipocritamente a posto davanti a te… Tu vuoi il mio cuore, tu vuoi che viva nella tua volontà. «Allora ho detto: “Ecco, io vengo”».

“Cos’altro c’è scritto nei rotoli sacri, se non che io faccia la tua volontà?” «Mio Dio, questo io desidero; la tua legge è nel profondo del mio cuore». (Cfr Sal 39).

Quante volte anche noi rischiamo di usare la religione per “sentirci a posto”, senza permettere a Dio di toccare davvero le nostre scelte, le nostre relazioni, le nostre paure.

È qui che si comprende la missione di Giovanni Battista. Egli esercita il suo sacerdozio levitico nel deserto, il luogo della verità, dove cadono le maschere. Nel deserto non puoi fingere. Sei ciò che sei. È lì che Giovanni invita il popolo, ed è lì che oggi trascina anche noi: a presentarci davanti a Dio senza difese, senza giustificazioni.

Per due volte Giovanni attesta: «Io non lo conoscevo». Non rinnega la parentela con Gesù, né un possibile legame umano. Sta dicendo qualcosa di più profondo: il Messia non lo si riconosce per familiarità, per abitudine, per tradizione. Lo si riconosce perché Dio lo rivela.

Possiamo conoscere Gesù da sempre, frequentare la Chiesa, ascoltare il Vangelo, e tuttavia non averlo mai davvero incontrato. L’incontro vero avviene quando smettiamo di controllare Dio e ci lasciamo sorprendere da Lui.

Giovanni giunge al vertice della sua missione e del suo sacerdozio quando indica Gesù: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo». E vorrei consegnarvi qui la suggestione che anche il sacerdote del Nuovo Testamento ripete queste stesse parole, prima della comunione: «Ecco l’Agnello di Dio».

L’immagine dell’Agnello rischia di sembrarci debole, quasi romantica. 

Forse anche noi avremmo preferito un Messia forte, capace di eliminare il male con la potenza, di sistemare le cose una volta per tutte.  Era stata una tentazione anche per Giovanni. Dio invece sceglie un’altra strada.

L’Agnello toglie il male non schiacciandolo, ma portandoselo addosso. Non elimina la sofferenza, ma la attraversa. L’Agnello ci salva non evitando la croce, ma condividendola.

Questa è una parola decisiva per la nostra vita. Spesso noi ci avviciniamo a Dio con la speranza che ci tolga i problemi, che renda tutto più semplice. E quando questo non accade, restiamo delusi. L’Agnello ci dice invece: “io non sono venuto a toglierti il peso, ma a portarlo con te”.

Ogni giorno nel Tempio di Gerusalemme i sacerdoti immolavano un agnello. Nel giorno dell’espiazione, tramite la confessione pubblica, su quell’agnello venivano addossati i peccati del popolo. In occasione della Pasqua, addirittura ogni famiglia offriva il proprio agnello. Era la memoria viva della liberazione dall’Egitto, del sangue che aveva salvato il popolo. 

Ancora una volta però i profeti venuti successivamente avevano già intuito che il rito dell’agnello richiamava qualcosa di più grande. Isaia parlerà di un misterioso Servo di Dio che, «come agnello condotto al macello», «trafitto per i nostri delitti, schiacciato per la nostra iniquità». (cfr Is 53).

Oggi, insieme al Battista, riconosciamo che è Gesù l’Agnello, perché sceglie di non sottrarsi alla fragilità. In un mondo che ci chiede di essere sempre forti, vincenti, performanti, l’Agnello ci libera dalla tirannia della forza. Ci dice che non è la potenza a salvare, ma l’amore che si dona.

Quanti giovani vivono oggi con l’ansia di non essere abbastanza, di dover dimostrare qualcosa. Quanti adulti portano nella coscienza pesi enormi in silenzio, convinti di dovercela fare da soli. L’Agnello di Dio entra proprio lì: non per giudicare, ma per condividere.

Giovanni annuncia che è Gesù l’Agnello che prende su di sé il peccato del mondo. Non solo i peccati individuali, ma tutto ciò che rende la vita ripiegata, chiusa, sfiduciata. Il peccato del mondo è anche la rassegnazione, la perdita della speranza, la convinzione che tanto nulla cambierà.

Alla fine della Bibbia, sarà il libro dell’Apocalisse ad offrirci l’ultima, potente immagine: l’apostolo vedrà sul trono di Dio un Agnello descritto al tempo stesso come sgozzato e ritto in piedi. Ferito dunque, ma non sconfitto. Ucciso, ma vivo. È la rivelazione definitiva: l’amore crocifisso è più forte della morte.

Non è una suggestione poetica: è la professione della nostra fede. Quante volte ci sentiamo feriti, stanchi, sconfitti, schiacciati dal nostro stesso peccato. Eppure, in Cristo, anche ciò che è ferito può restare in piedi. Anche ciò che è spezzato può diventare luogo di vita. Anche ciò che è passato ritrova un nuovo futuro.

Ora, fratelli e sorelle, stiamo per rinnovare questo stesso incontro nella santa Eucaristia. 

«Ecco l’Agnello di Dio». Non è solo un invito a fare la comunione, ma a entrare in una relazione che coinvolge tutta la vita.

Per compiere questo passo, la Chiesa ci chiede un cuore riconciliato, non perfetto, ma vero. Ricevere l’Agnello non significa dire: “Sono a posto”. Significa piuttosto dire: “Ho bisogno che tu entri proprio lì dove sono fragile”. 

Mangiare questo pane non è e non deve essere un gesto automatico. È accettare che Cristo entri nella nostra storia, nelle nostre ferite, nelle nostre scelte. È lasciarsi trasformare da Colui che non ha vinto dominando, ma donandosi.

E allora possiamo davvero dire, con umiltà e fiducia:
“Di’ soltanto una parola, Signore, e l’anima mia sarà salvata”.

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