Terza domenica del tempo ordinario A – Domenica della Parola di Dio
Qualcuno ha giustamente osservato che Dio ci ha creato con due orecchie e una sola bocca: questa domenica, dedicata alla Parola di Dio, ci ricorda il primato dell’ascolto nella vita del credente. Per un cristiano, prima ancora che dire o fare qualche cosa, è essenziale ascoltare, fare spazio, accogliere.
Ancor più importante però è ricordare sempre che la “Parola di Dio” non è un libro; la “Parola di Dio” è una Persona: la Persona adorabile del Figlio di Dio – il Verbo – per mezzo del quale e in vista del quale noi siamo stati creati.
Il termine «Vangelo» non indica anzitutto un libro o una dottrina. Indica piuttosto un avvenimento che è accaduto e accade ogni giorno nella fede: quando accogliamo la luce di Cristo, quando ci lasciamo guidare da lui; quando lo seguiamo, per essere dove è lui, il Figlio amato del Padre.
Nel brano di Matteo di questa domenica, troviamo una sintesi preziosa della missione di Gesù: «Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo».
Tutta l’attività di Gesù è qui: camminare, insegnare, annunciare, guarire. Parola e azione sono inseparabili. Il Vangelo non può essere ridotto a un messaggio: è più di tutto il contatto con colui che guarisce, risana, perdona, ri-plasma, chiama.
Oggi abbiamo riascoltato le prime parole pubbliche pronunciate da Gesù, secondo la narrazione di Matteo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino»: sono la sintesi estrema di tutta la sua predicazione e continuano a risuonare ancora oggi per noi, con la stessa potenza e la stessa forza..
Gesù non fa anzitutto prediche moralistiche. Annuncia un fatto: Dio si è fatto vicino, accessibile. La conversione non è prima di tutto uno sforzo muscolare del credente: è un cambio di sguardo. È smettere di guardare tutto solo dal mio punto di vista, quello istintivo, difensivo, interessato: è imparare a guardare la realtà con gli occhi stessi di Cristo.
Noi siamo istintivamente propensi a vedere le cose, il presente, il futuro, gli altri, la vita… sempre in base a noi stessi, al nostro interesse, alla nostra capacità, al nostro istinto di sopravvivenza; è il nostro “punto di vista”.
Quello che accade con l’avvento di Gesù è la possibilità di salire in alto con lui, al suo livello; la possibilità di accedere ad un “punto di vista” migliore sulla realtà, su noi stessi e sulle cose: la fede è l’opportunità di salire al punto di vista di Cristo stesso, di lui che solo vede le cose, il presente, il futuro, la vita, il bene e il male, per ciò che sono veramente.
Il punto di vista di Dio è diventato accessibile e ora anche nella mia vita può regnare il Signore, se regnano la verità e l’amore, se regnano il bene e la bellezza, così come risplendono agli occhi di Dio.
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Notate che Gesù non ha cominciato la sua missione da Gerusalemme, la città santa, ma dalla Galilea. Questo fatto ha sempre destato stupore tra i suoi contemporanei. Tra le voci contrarie a Gesù, si diceva: «Il Cristo viene forse dalla Galilea?». E quando nel sinedrio Nicodemo chiederà un giudizio più equo su Gesù, si sentirà rispondere: «Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea!»
Quella regione era chiamata, non senza disprezzo, “Galilea delle genti”, cioè dei pagani. Terra di confine, dove i figli di Israele vivevano gomito a gomito con miscredenti e pagani; dove la fede si mescolava all’incredulità, la luce alle tenebre. Una fede marginale, messa alla prova, talvolta data per scontata o superficiale.
Eppure il profeta Isaia aveva preannunciato che proprio quella terra avrebbe conosciuto la gloria di Dio: «il popolo immerso nelle tenebre ha visto una grande luce».
Questa scelta di Gesù ha molto da dirci: quella Galilea ci parla del nostro mondo reale, dove il bene è spesso soffocato dal male, dove la fede si confronta con la durezza della vita, con l’indifferenza, con le ferite, con la paura.
In Galilea, dunque – cioè qui, adesso, nella mia vita concreta – risplende la luce di Dio. Il Signore mi chiede di sollevare lo sguardo, di avere fiducia in lui, di convertirmi.
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Il primo atto di Gesù è chiamare i discepoli. Di solito accade il contrario: siamo noi, in genere, a voler cercare la scuola migliore, il maestro più adatto. Con Gesù è diverso: è lui che cerca, è lui che chiama. È sua l’iniziativa.
Se mi permettete una specie di battuta, dobbiamo notare che Gesù ha questa incredibile capacità di presentarsi sempre nel momento meno opportuno! Qui siamo sulle rive dal lago, nel luogo del lavoro quotidiano, della fatica, della frustrazione di non aver preso niente.
Il loro non era certo un pellegrinaggio o un ritiro spirituale. Non era neanche la pesca sportiva della domenica, ma il duro lavoro di chi spesso calava le reti, talvolta rischiando la vita, e per di più senza alcun frutto.
Dentro alla vita, alla vita concreta, nella mia Galilea: è qui che risuona la voce di Cristo. Qui dove io vivo, dove soffro, dove spero, dove sono annoiato o spaventato: è qui che Gesù vuole essere il Signore.
Galilea è il mio quotidiano: quello che funziona e quello che non funziona. È il luogo dove mi porto addosso ferite, paure, abitudini, speranze. È il posto in cui, spesso, io non mi sento “degno”, non mi sento “pronto”, non mi sento “all’altezza”.
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Se per Abramo la chiamata fu: «Vattene dal tuo paese», ora il Signore dice a ciascuno di noi: «Seguimi! Cammina dietro di me. Io sarò la tua strada. Io sarò per te luce nelle tenebre, beatitudine, liberazione, salvezza, vita». «Non aspettare di avere tutto in ordine per cominciare. Non aspettare il momento perfetto. Non aspettare di sentirti “a posto”. Io ti incontro mentre vivi. Io ti raggiungo nella realtà. E ti chiedo una cosa sola: non restare fermo. Vieni dietro a me».
La domenica della Parola di Dio vuole riconsegnarci il libro, certamente, ma soprattutto vuole spingerci a ritrovare in esso il gusto del nostro rapporto personale con Gesù.
La domenica della Parola di Dio vuole spingerci a portare dentro la vita, dentro la concreta Galilea di ciascuno di noi, il comando del Signore: «Seguitemi, camminate dietro a me! Il vangelo non è un libro, ma una persona; io sono la via, la verità e la vita».
