beati

Abbiamo riascoltato la bellissima pagina delle Beatitudini, che – nella narrazione dell’evangelista Matteo – apre il lungo “discorso della Montagna”, che attraversa i capitoli 5, 6 e 7 del primo Vangelo.

Ogni volta che passiamo di qui, nella lettura evangelica, mi permetto di rivolgere a me stesso e a tutti voi una calda esortazione: regaliamoci – almeno una volta nella vita – l’opportunità di leggere, o meglio di ascoltare dalle labbra di Gesù il discorso della Montagna tutto di seguito.

Molti passi di questo discorso sono oggetto del nostro ascolto nelle celebrazioni liturgiche, come accadrà per alcune domeniche fino alla quaresima, ma ci capita molto raramente – o forse mai – di accoglierlo in tutta la sua ampiezza e la sua forza. 

Credo che sarà un regalo che faremo a noi stessi e al cuore del nostro cammino di fede, se lo faremo in un momento tranquillo, con animo veramente di discepoli, circondando questo ascolto di preghiera e di disponibilità del cuore.

Il vangelo di Matteo contiene gli insegnamenti di Gesù raccolti in cinque grandi discorsi, (cinque come i primi libri della Bibbia che contengono la Legge mosaica) ma ogni discorso è preceduto sempre dal racconto di segni, prodigi e miracoli compiuti da Gesù.

Qual è l’idea che ci sta dietro? Che Gesù non è solo un Maestro, nel senso che trasmette una dottrina, ma è anche e soprattutto colui che entra nella vita, ci chiama, ci tocca, ci guarisce, ci risana, ci salva.

Il Cristianesimo è certamente un patrimonio di idee, di insegnamenti, ma è soprattutto un evento, un incontro.

Il Discorso della Montagna è dunque profondamente collegato con la chiamata dei primi discepoli e con i tanti segni di liberazione dal male che Gesù aveva compiuto in Galilea. 

Possiamo così comprendere che questo grande discorso di Gesù non serve anzitutto per illuminarci  su che cosa noi dobbiamo fare per Dio (anche), ma prima di tutto su che cosa Dio ha fatto per noi e in noi.

Gesù ha radunato attorno a sé un gruppo di persone, facendo risplendere una luce nelle tenebre della Galilea.

È come se oggi Gesù volesse aiutarci a guardare che cosa è accaduto nella nostra vita quando ci ha radunati, ci ha chiamati dietro di sé, ha dato inizio al suo popolo, primizia del Regno di Dio nel mondo.

E irrompono dunque anzitutto le beatitudini. Un testo che ci riempie sempre, o ci dovrebbe riempire di un misto di vergogna e di confusione.

Da questo punto di vista, trovo che sia assolutamente singolare l’accostamento con le parole che abbiamo ascoltato dall’Apostolo Paolo nella seconda lettura: «Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili. Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio» (1Cor 1,26ss).

Nelle Beatitudini evangeliche c’è una contestazione frontale nei confronti di ciò  in cui il mondo crede sussista la felicità, il successo.

Da una parte ammiriamo queste parole altissime, ma dall’altra le sentiamo inarrivabili, irraggiungibili.

Se il discorso della Montagna fosse anzitutto una esortazione, un “dovete essere”, “dovete fare”, “non dovete fare”… staremmo freschi. Sarebbe semplicemente finita.

Ma – lo ricordo ancora – il discorso della Montagna non è anzitutto una esortazione (lo è anche, evidentemente), ma prima di tutto è un “Vangelo”, una buona notizia: una luce su quanto Dio ha realizzato e sta realizzando nella nostra vita, quando abbiamo incontrato Gesù e abbiamo cominciato a seguirlo.

Le Beatitudini sono una buona notizia perché prima di essere un ideale sono un fatto, una realtà che esiste: ed esiste anzitutto nella persona stessa di Gesù. 

Prima di essere dei valori da proclamare e inculcare, sono una storia vissuta: dunque la nostra è una speranza fondata, possibile, perché c’è una strada segnata, percorribile e quella strada è Gesù Cristo.

È Cristo il vero povero in spirito, erede del Regno dei cieli: Gesù, per amore degli uomini, fa sua la nostra miseria, e dona tutto se stesso per l’annuncio del Vangelo. 

È Cristo il vero sofferente, che si carica dei peccati del mondo, viene ingiustamente trafitto e inaugura per tutti noi il tempo della consolazione e della vita.

È Cristo il vero mite, che conquista la terra non ricercando i consensi delle masse, ma con la forza umile della sua parola che tocca il cuore di ogni uomo.

Gesù è il vero affamato e assetato di giustizia, che consacra la sua esistenza per restaurare in ogni uomo la dignità perduta nel peccato e stabilisce la legge del perdono e dell’amore del prossimo.

Gesù è il vero misericordioso, lui che è costantemente rivolto verso il cuore del Padre e ci rivela la bontà di Dio per gli uomini peccatori.

Gesù è il vero puro di cuore, perché tutti i suoi pensieri e tutti i suoi affetti sono rivolti alla gloria di Dio e ci apre la strada della contemplazione di Dio.

È il vero operatore di pace, colui che ha distrutto per mezzo della sua croce il muro che divideva i popoli, cioè l’inimicizia.

Cristo dunque è il vero beato, sì, ma beati anche voi, dice oggi il Signore: siamo beati se sappiamo custodire come un tesoro prezioso il seme della sua parola; siamo beati perché il Signore ci ha amati e ci ha resi suoi figli, e lo siamo realmente.

E senza dimenticare quel “Beati perché perseguitati”: e perseguitati – verrebbe da aggiungere – prima di tutto dentro noi stessi. Sì, perché è anzitutto dentro al nostro cuore che si consuma questa lotta tra il regno e il mondo, tra la luce e le tenebre e se quella parte di mondo – che c’è anche dentro di noi – non ci lascia in pace è perché Dio sta cominciando a scolpire in noi l’immagine del suo Figlio. 

Sapete che Santa Teresa di Calcutta per decenni ha vissuto una profonda notte interiore: non sentiva più la presenza di Dio, pregava nel silenzio totale, nell’aridità più assoluta. Eppure ogni mattina si alzava, sorrideva, serviva i più poveri tra i poveri.

Nelle sue lettere private scriveva: “Il posto di Dio nella mia anima è vuoto. Non c’è Dio in me.” Eppure andava avanti.

Quella era la sua persecuzione interiore: il mondo dentro di lei che diceva “non ha senso… Dio non c’è… stai sprecando la tua vita…”. 

Teresa decise di vivere non di ciò che sentiva, ma di quello che nella fede era profondamente convinta: Dio è fedele. E proprio dentro a quella notte interiore, Dio stava scolpendo in lei l’immagine perfetta dell’amore, l’immagine di Cristo assetato sulla croce.

«Considerate la vostra vocazione», diceva San Paolo. Guardate bene a chi siete: non siete certamente i migliori della classe, non siete certo gli irreprensibili, i “cristianoni” tutti d’un pezzo. Non è che siete proprio convicenti con i vostri discorsi e tanto meno siete credibili con le vostre azioni. 

Come Pietro, ad esempio, che aveva iniziato la sua strada presumendo di esser capace di seguire Gesù ovunque sarebbe andato e la concluse felice di poter confidare non su se stesso, ma sullo sguardo misericordioso del Signore che perdona.

Dio ha voluto servirsi del fango della nostra umanità per plasmare sulla terra il volto del suo Figlio: «Chi si vanta, si vanti nel Signore». 

Signore Gesù, compi in noi ciò che hai annunciato.

Lascia un commento