Quinta domenica del tempo ordinario A
«Voi siete il sale della terra. Voi siete la luce del mondo».
Subito dopo le Beatitudini, nel discorso della Montagna. E questo importante discorso di Gesù sta in relazione diretta con la chiamata dei primi discepoli, quando la luce del Regno di Dio ha cominciato a risplendere nelle tenebre della Galilea.
«Venite dietro a me! Seguitemi!», aveva detto a Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, «farò di voi pescatori di uomini».
Dio è entrato nel mondo, nella nostra vita; ha scelto e ha chiamato quelli che voleva lui per costituire il suo popolo: il nuovo popolo di Dio, la Chiesa, il seme visibile del regno di Dio in mezzo a noi.
Ed emerge netto un dato molto evidente: quello che segue Gesù non è certo il popolo dei migliori… non è il popolo dei primi della classe, non è il popolo dei più santi o dei più caritatevoli…
Se salviamo forse un poco sant’Andrea, di cui nei vangeli non si parla tanto male… san Pietro ha un caratteraccio impulsivo; a volte parla senza pensare troppo e poi è noto che ha rinnegato il Signore nel momento cruciale della prova. Giacomo e Giovanni si erano meritati il soprannome di Boanerghes, “figli del tuono”, che con un linguaggio più aggiornato potremmo tradurre i “rompiscatole”… e poi sono ricordati nel vangelo per la loro ambizione di conquistare i primi posti.
Per non parlare degli altri… un pubblicano, uno zelota…
Ma è da queste persone concrete che Gesù ha iniziato a radunare il nuovo popolo di Dio, quelli che dovrebbero essere “i pescatori di uomini”, quelli che dovrebbero pescare gli uomini dalle tenebre del male e portarli alla luce della vita.
Ed è di fronte a persone come queste – e diciamolo pure – a persone come noi, che Gesù ha detto: «Voi siete il sale della terra. Voi siete la luce del mondo».
Vorrei farvi notare una cosa decisiva: quella di Gesù non è un’esortazione.
Gesù non dice: “Dovete diventare luce, dovete impegnarvi a essere sale”.
Dice invece, con autorità: “Voi siete”.
Gesù non fa mai la predica, Gesù non fa il commento della Bibbia o degli insegnamenti di qualcun altro.
I Vangeli più volte ricordano che la gente infatti rimaneva impressionata, perché Gesù parlava “con potenza”, cioè le sue parole, prima che discorsi, sono miracoli, cambiano la realtà, trasformano tutto.
Gesù raduna attorno a sé i suoi discepoli, non perché ha bisogno di qualcuno per amplificare un messaggio.
Gesù prende un gruppo di povere persone, con i loro limiti, le loro lentezze e perfino con le loro contraddizioni morali e fa di essi la “luce del mondo”, il “sale della terra”.
A essere sinceri, non è facile evitare un certo imbarazzo… e lo dico non solo pensando ai dodici e alla prima generazione di cristiani: la Bibbia li descrive talvolta impietosamente litigiosi, increduli, traditori… ma pensando proprio a noi, che siamo qui, a noi che Gesù continua a guardare dritto negli occhi dicendo qualcosa come: “tu! pescatore di uomini!… tu! luce del mondo!… tu! sale della terra…!”.
È Gesù che compie questo grande prodigio, veramente una nuova creazione.
Per creare il primo uomo – ricordate cosa dice la Genesi? – Dio aveva usato del fango. Oggi Dio si serve del fango della nostra miseria e ci fa diventare realmente strumenti di salvezza per il mondo.
Non possiamo e non dobbiamo tacere il fatto che il male esiste.
Lo vediamo dappertutto nel mondo; ma lo vediamo anche – e questo ci spaventa e ci imbarazza – dentro la nostra stessa vita.
Sì, nel nostro stesso cuore coesistono l’inclinazione al male, l’egoismo, l’invidia, l’aggressività, il desiderio di possedere, la pigrizia, la lentezza nel volere e nel fare il bene.
Ripetutamente nella storia, persone attente hanno fatto notare che il danno per la Chiesa non viene dai suoi avversari, ma dai cristiani tiepidi.
«Voi siete la luce del mondo»: solo Cristo, con la potenza esplosiva della sua parola, può dire una cosa simile.
Ma siamo luce, solamente se restiamo dentro questo “voi”: è il “voi”, il “noi” della Chiesa, di coloro che Gesù continuamente chiama, per essere dietro di lui, per essere con lui.
Leggiamo in Giovanni che Cristo dice di se stesso: «Io sono la luce del mondo»; «Chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
Noi siamo luce solo perché riflettiamo la sua luca.
È come quando san Paolo, nelle sue lettere, non esita a chiamare “santi”, i membri delle comunità alle quali scrive, magari per correggerli subito dopo a cause delle loro infedeltà e dei loro tradimento.
Cristo non si interessa tanto a quante volte nella vita cadiamo, ma a quante volte noi, con il suo aiuto, ci rialziamo.
Gesù non esige gesti straordinari, ma vuole che la sua luce splenda in voi.
Non ci chiama perché noi siamo buoni e perfetti, ma perché Lui è buono e vuole renderci suoi amici.
Essere “luce” significa diventare possibilità di vedere, di distinguere il bene dal male, il giusto dall’ingiusto, la verità rispetto alle false opinioni umane.
Essere “sale”, significa portare sapore, intelligenza spirituale, presenza discreta, ma capace di trasformare tutto.
È luce una parola detta quando sarebbe più facile tacere.
È luce un perdono concesso mentre tutto spingerebbe a chiudere.
È sale una coscienza che non si adegua all’andazzo comune.
È sale una presenza discreta che dà sapore senza farsi notare.
Noi non siamo la comunità dei perfetti.
Siamo la comunità dei chiamati.
Siamo quelli che il Signore guarda con compassione.
Ma senza la Chiesa – questa Chiesa – il mondo non si salva, senza la Chiesa il mondo è privo di luce, è privo di sapore.
Non perché siamo il popolo dei perfetti o degli irreprensibili, ma perché siamo il popolo dei perdonati!
Questo non è un alibi per la nostra pigrizia morale, anzi queste parole del Signore smascherano le nostre contraddizioni.
Il sale, preso in se stesso ha un gusto fastidioso, ma è proprio questo sapore che lo rende indispensabile e gli consente di dare gusto a ogni cibo.
É una pena allora vedere dei credenti che, per non risultare sgraditi a nessuno, diventano alla fine «sale scipito», senza infamia e senza lode.
Un sale per così dire «dolcificato» è il più inutile degli ingredienti.
«A null’altro serve che a essere gettato», dice il Signore.
Nella lettera ai Romani, Paolo ci esorta: «Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare» (Rm 12,2).
Ricordo che da giovane lessi un libretto scritto da un santo monaco benedettino, che aveva questo titolo: “Diventa quello che sei”.
Essere luce senza brillare non è una questione di incoerenza.
È una questione di infelicità.
Perché nessun uomo – e tanto meno un cristiano – può sopportare troppo a lungo di non essere quello che è.
Dio non aspetta che siamo perfetti per accendere la sua luce.
Accende la luce e poi – giorno dopo giorno – purifica mani e cuore.
