non è un discorso: è una persona

La parola che più di tutte esprime il contenuto della nostra fede è “Vangelo”: parola greca che significa buon annuncio, buona notizia.
Teniamolo presente mentre cerchiamo di comprendere meglio il brano che abbiamo ascoltato: se il cristianesimo è un annuncio, una notizia, allora è necessariamente un fatto che accade, un avvenimento.

Proseguendo nel Discorso della Montagna, dopo le Beatitudini e dopo quelle parole forti di domenica – «Voi siete il sale», «Voi siete la luce» – Gesù sembra offrirci, a prima vista, un nuovo codice morale, più esigente della Legge mosaica.

Parla di perdono, di radicale rimozione dell’odio dal cuore, di purificazione dei desideri e degli sguardi, di un amore coniugale fedele e definitivo, di una parola impegnativa che non può ingannare.
Proseguendola lettura del discorso, si incontrano parole ancora più radicali: il rifiuto della violenza, il porgere l’altra guancia e perfino l’amore per il nemico!

Non stupisce che questo testo sia stato considerato uno dei più alti insegnamenti morali della storia umana. Anche grandi personalità non cristiane, come Gandhi, ne hanno riconosciuto la nobiltà.
Ma proprio qui sta il rischio: se leggiamo queste parole solo come un ideale morale, finiamo per ammirarle come qualcosa di bello ma irraggiungibile.

Già l’Antico Testamento riconosceva l’impossibilità di osservare pienamente la Legge mosaica: «Il giusto pecca sette volte».
Ora, se Gesù – rispetto a Mosè – alza ancora l’asticella, non rischia di apparire come un moralizzatore soffocante? Se facciamo fatica a non ammazzarci, come potremo essere capaci di non darci neanche dello stupido l’uno con l’altro?
Gesù parla infatti di una “giustizia superiore”: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli».

Vi confesso che davanti a queste parole – le cosiddette antitesi: «Fu detto agli antichi… ma io vi dico…» – ho sempre provato disagio, perché sento forte la distanza tra l’esigenza del Vangelo e la realtà concreta della mia vita.

Mi ha aiutato molto la lettura di un libro di un rabbino americano, rav Jacob Neusner, che è uscito in Italia proprio l’anno in cui diventavo prete.

Rav Jacob immagina di essere presente tra la folla ad ascoltare Gesù nel Discorso della Montagna. Ma alla fine, pur riconoscendo l’altezza morale delle parole di Gesù, il rabbino arriva alla conclusione che di fronte a questo discorso non si poteva trattare: prendere o lasciare.
Questo Gesù – riconosce il rabbino – non toglie nulla alla Legge mosaica, ma aggiunge qualcosa che lui non può proprio accettare: aggiunge semplicemente se stesso.

Il discorso della Montagna è inseparabile dalla persona di Gesù. È Gesù stesso. 

Dietro a ciascuno di questi insegnamenti, sull’amore fraterno, sulla fedeltà, sulla radicalità, sul rispetto della verità, c’è in realtà la vita di Gesù. Chi è – se non proprio Gesù – colui che davanti al Padre offre il perdono al fratello, colui che è stato gettato in prigione e ha pagato fino all’ultimo spicciolo? Chi è – se non Gesù – colui che ama con tutto se stesso, accettando di perdere se stesso per amore? Chi è – se non Gesù – colui che dice sempre sì al sì e no al no perché la sua parola è affidabile? Chi è – proseguendo nella lettura – che ha ricevuto sulla guancia destra una terribile percossa e non ha risposto con la violenza, ma ha offerto la sua vita? Chi è che è morto pregando per chi lo tradiva, lo abbandonava, lo crocifiggeva?

Dunque o riconosci che Gesù è il Figlio di Dio salvatore, oppure – pur ammirando il discorso della Montagna – lo devi rifiutare in tronco.

Ci voleva l’onestà intellettuale e spirituale di un rabbino americano che si sente costretto dalla sua coscienza a rifiutare il Discorso della Montagna, per farmi capire che il Cristianesimo è Gesù Cristo.

«Non sono venuto per abolire, – dice Gesù – ma per dare compimento»: cioè per riempire. Gesù compie la Legge non scrivendo nuove regole, ma offrendo la propria vita.
Dal momento in cui Gesù ci dona il Discorso della Montagna, essere santi, essere giusti, avere la vita non significa più aderire ad un codice di leggi scritto su tavole di pietra, ma amare una Persona, Gesù Cristo, amarlo fino al punto di vivere della sua stessa vita.

Il cristianesimo non ha al centro delle regole, ma una presenza viva.
Per questo le parole di Gesù – perdonate, non odiate, non tradite, siate veri – non sono prima di tutto comandi morali: sono vangelo, buona notizia.
La vita perfetta che ci viene indicata nel discorso della Montagna non è un ideale astratto: questa vita è scesa sulla terra, è la vita stessa di Gesù. 

Gesù prima dona e poi chiede.
Prima ama, e poi invita a vivere di quell’amore.
È solo partendo dall’amore di Cristo che queste parole possono tradursi in comportamenti concreti, in una lenta ma reale trasformazione della nostra vita.

Così, per fare un esempio, l’indissolubilità del matrimonio non è anzitutto una regola da osservare: è la buona notizia che perfino noi esseri umani possiamo amare come Dio ama, nella buona ma anche nella cattiva sorte. È la buona notizia che Dio ama senza ripensamenti, resta fedele anche quando è tradito, non risponde al male con il male. È una fedeltà “inchiodata” alla croce di Cristo.

Qualcuno potrebbe dire: ma dove vediamo questa vita nuova, visto che ogni giorno sperimentiamo il fallimento nelle famiglie, nelle comunità, in noi stessi?
È vero: il tempo della nostra vita è tempo di amore, ma anche di lotta. È il tempo della pazienza di Dio.

Per generare un figlio di uomo, ci vogliono nove mesi.
Per generare un figlio di Dio, una vita intera non basta.

Tra poco chiuderemo il libro delle Scritture per accostarci all’altare dell’Eucaristia.
Abbiamo ascoltato parole scritte; ora incontriamo vivo il Signore Gesù in persona, che si dona come cibo, come fuoco che ci trasforma dall’interno.

Il cristianesimo è un fatto che accade, adesso.
Ed è un fatto che, se accolto e amato, diventa vita.

Lascia un commento