1. Identità e cristocentrismo (5.02)
1.
«Non temete di apparire conformisti purché siate non conformisti nella sostanza e nella verità. Vero anticonformismo è prendere le proprie decisioni di vita alla luce del Vangelo».
Così Giacomo Biffi esortava i giovani della sua diocesi, indicando una libertà interiore che nasce dalla fedeltà alla verità.
Questa libertà interiore è inseparabile dal suo Cristocentrismo.
Molto di più che un atto devozionale, è il convincimento che il principio di tutto è proprio il Figlio di Dio fatto uomo, il crocifisso risuscitato.
L’universo è stato creato con un bisogno intrinseco di redenzione, perché in esso possa risplendere, come misericordia, la bellezza, la bontà, la verità di quell’amore che è la natura delle persone divine.
«Sono sempre stato persuaso – scriveva – che il comandamento “Non nominare il nome di Dio invano” sia rivolto più ai predicatori e ai teologi che ai bestemmiatori».
Il senso dell’umorismo, spiega Biffi nel commento al libro di Giona, nasce da due atteggiamenti: il distacco dalle situazioni e la partecipazione sincera alla vicenda umana. Il primo rende l’umorismo rasserenante, il secondo lo salva dal sarcasmo.
E Cristo stesso – osservava – è insieme distante e profondamente partecipe.
Eppure afferma amaro: «Mi sono reso conto che il senso dell’umorismo non è obbligatoriamente richiesto per far parte del Sacro Collegio».
O ancora, nell’omelia delle Palme: «Il Re del cielo e della terra ha voluto aver bisogno di un asino. E questo ci incoraggia tutti».
Dal cristocentrismo di Biffi nasce anche il suo deciso ecclesiocentrismo, vocabolo – riconosce – che in teologia è utilizzato sempre e solo con intenti denigratori.
Lontano da ogni trionfalismo, egli ricordava con san Paolo che il “Cristo totale” è la Chiesa: l’umanità ricentrata in Cristo, centro ultimo della creazione.
Non stupisce la sua difesa, appassionata e spesso inascoltata, dei cosiddetti “profeti di sventura”: nella Bibbia – ricordava – sono proprio questi i profeti mandati da Dio, mentre i falsi sono quelli sempre allineati con le attese della maggioranza.
Più volte si è autodefinito “inattuale”, che era il suo modo di affermare che ciò che conta non è rispondere alla domande di oggi, ma alle domande di sempre. Chiamato a tenere un ciclo di conferenze per i docenti dell’Alma Mater, disse che superava il timore di questo consesso pensando che in fondo anche i professori sono persone come tutti.
Emblematico il suo “quinto evangelo”: un vangelo ritrovato che finalmente poteva dare un fondamento ai più triti luoghi comuni dei dibattiti teologici e pastorali.
2.
Grande è la fortuna dei credenti in Cristo. Però non andate a dirlo agli altri: non la capirebbero. E potrebbero anche aversela a male: potrebbero magari scambiare per presunzione il nostro buon umore per la felice consapevolezza di quello che siamo; potrebbero addirittura giudicare arroganza la nostra riconoscenza verso Dio Padre che ci ha colmati di regali.
C’è perfino il rischio di essere giudicati intolleranti: intolleranti solo perché non ci riesce di omologarci – disciplinatamente e possibilmente con cuore contrito – alla cultura imperante; intolleranti solo perché non ci riesce di smarrirci, come sarebbe «politicamente corretto», nella generale confusione delle idee e dei comportamenti.
È già una fortuna non piccola e non occasionale – che ci viene dalla nostra professione di fede – quella di conoscere il senso di alcune piccole consuetudini e di alcune circostanze occasionali.
Per esempio, tutti mangiamo il panettone a Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano. Non è che il loro panettone sia necessariamente più buono di quello dei non credenti: è semplicemente più ragionevole.
2. Identità, verità e libertà del pensare cristiano (8.56)
3.
Quanto alle etichette dei conservatori, dei tradizionalisti, dei progressisti, io non riesco neanche a capire molto bene che cosa significano… progressisti… bisognerebbe sapere se si va avanti, bisognerebbe sapere qual è la meta, sennò come si fa a sapere che si va avanti.
Se il treno va da Bologna a Milano, io per sapere se il treno va avanti o indietro devo sapere se la mia meta è Milano o Bologna, ma qual è la meta dell’umanità, come facciamo a dire che sia un reale progresso?
Le magnifiche sorti progressive sulle quali già ironizzava Leopardi sono stata la grande religione dell’Ottocento, oggi ho l’impressione che non hanno più molti devoti.
Ci si rende conto che il progresso da solo non è un valore: il valore è l’umanizzazione, che tutto sia degno della grande dignità dell’uomo.
4.
Mi sentirei di dire qualcosa sul problema del dialogo, perché il dialogo è stato un grosso equivoco, secondo me proprio in questo senso, si è pensato che il dialogo consistesse nel dare ragione ad ogni interlocutore.
Ma questo non è il dialogo, questa è la negazione del dialogo!
Per poter dialogare con uno devo prima di tutto essere me stesso, proporre qual è la mia idea.
La premessa necessaria del dialogo è la propria identità affermata che può essere confrontata con un’altra identità.
Se noi aboliamo ogni identità e cerchiamo un po’ di scioglierci dentro nella mentalità generale non c’è più dialogo.
Questo in tutti i campi è così: se vado a Milano incontro un mio (stava per dire “compatriota”), un mio concittadino e mi dice quello: «Io ci tengo al Milan» e gli dico: «Anche io ci tengo al Milan» (che non è vero)… è finito il dialogo…
Se invece io sono sincero e dico «Io ci tengo all’Inter», allora andiamo avanti a discutere, questo mi pare una cosa elementare!
Non è neanche vero che l’affermazione, la coscienza dell’identità cristiana e della verità dalla quale siamo stati regalati, investiti, possa spegnere il dialogo, perché quali sono i veri fondamenti del dialogo alla luce della fede?
I veri fondamenti del dialogo alla luce della fede sono che Gesù Cristo è l’archetipo di ogni uomo! Ogni uomo è stato pensato in Cristo! Il che significa che, anche se lui non lo sa, lui è già incoativamente cristiano e ontologicamente aspira a essere rifinito come cristiano: è una icona appena sbozzata, che esige di essere rifinita!
Allora io quando incontro anche la persona che sembra più lontana dalle posizioni cristiane, so che lui è già l’immagine di Cristo, so che all’interno del suo essere profondo, lui è già d’accordo con me, perché tutte e due siamo stati pensati in Cristo.
Questo è il fondamento del dialogo, per cui non perderò mai la fiducia di trattare, di parlare, di discutere, di annunciare con gli uomini.
5.
È stato giustamente notato come il mondo che ha smarrito la fede non è che poi non creda più a niente; al contrario, è indotto a credere a tutto: crede agli oroscopi, che perciò non mancano mai nelle pagine dei giornali e delle riviste; crede ai gesti scaramantici, alla pubblicità, alle creme di bellezza; crede all’esistenza degli extraterrestri, alla new age, alla metempsicosi; crede alle promesse elettorali, ai programmi politici, alle catechesi ideologiche che ogni giorno ci vengono inflitte dalla televisione. Crede a tutto, appunto.
Perciò la distinzione più adeguata tra gli uomini del nostro tempo parrebbe non tanto tra credenti e non credenti, quanto tra credenti e creduloni.
6.
C’è una frase che San Tommaso cita spesso e io cito ancora più spesso di lui, perché credo che faccia bene alla mentalità di oggi. San Tommaso dice: “ogni verità da chiunque sia detta, viene dallo Spirito Santo”, (omne verum a quocumque dicatur, a Spiritu Santo est).
Questo è molto diverso dalla nostra cultura contemporanea, dove noi per sapere dobbiamo dar ragione a uno, prima dobbiamo sapere da che parte sta… qual è la testa del partito, qual è la bandiera…
No! “da chiunque sia detta!”, viene sempre dallo Spirito Santo! Quindi io quando ascolto, mi metto a sentire gli altri uomini, io devo sempre essere in questo atteggiamento, può darsi che in quel momento lo Spirito Santo gli suggerisca qualche verità che va bene anche per me.
Perciò è chiaro che questo non va a discapito della proposta della Chiesa come realtà che si offre all’umanità, come punto di riferimento…
Nella bassa milanese, posso raccogliere un esempio dall’agricoltura, che è tutta fatta di canalizzazioni, canali, rogge, roggette, fontanili… è stata una struttura mirabile inventata dai monaci nel Medioevo: lì l’acqua è garantita per tutto l’anno sempre ed è distribuita a orari nei terreni. E questa è l’immagine dell’azione dello Spirito all’interno della Chiesa… ma poi piove dove vuole, piove anche fuori da questa rete, piove anche fuori dai confini geografici della chiesa! Allora questo ci dà una grandissima speranza!
Credo che adesso lo Spirito Santo sta lavorando. Sono convinto che non è l’unico, ci sono anche le forze del male, però certamente c’è anche lo Spirito Santo che lavora!
3. Il Cristianesimo è un avvenimento. Conoscere Cristo (3.46)
7.
Si può, si può allora anche dire che tutte le religioni hanno del buono e che tra esse si può scegliere a proprio gusto, come si sceglie un libro da leggere o una musica da ascoltare.
Si può dirlo, purché non ci si dimentichi che il cristianesimo è un’altra cosa, il cristianesimo è un fatto e i fatti non si scelgono, i fatti “sono”!
Certo il cristianesimo include ovviamente delle idee circa la divinità, delle norme etiche, dei riti, come tutte le religioni, ma primariamente e per sé, è un avvenimento e come tale è unico e imparagonabile.
8.
Tutto concorre al nostro bene anche quando noi sul momento non ce ne avvediamo. È la verità consolante ed entusiasmante che Gesù ci confida, quasi suprema sua eredità, nei discorsi dell’ultima cena: «Il Padre vi ama» (Gv 16,27). Il Padre ci ama: con questa certezza nel cuore ogni difficoltà, ogni tristezza, ogni pessimismo diventa per noi superabile.
9.
Uno può capire il teorema di Pitagora senza appassionarsi di Pitagora!
Uno può persuadersi che “il quadrato – speriamo di non sbagliare il teorema – che il quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti”… senza innamorarsi dell’ipotenusa… e senza avere una passione travolgente per i cateti… ma non può capire Cristo adeguatamente se non comincia ad aprire a lui la sua vita.
E qui c’è un salto. È un tipo di conoscenza completamente diverso: si può capire il teorema di Pitagora senza giocare la propria vita per Pitagora, ma non si conosce sul serio Gesù Cristo se non nell’atto in cui ci si gioca in qualche modo per lui.
E qui a questo punto che uno resta anche un po’ spaventato e dice: “com’è questa faccenda?” E qui c’è la ritrosia dell’uomo che fa fatica a uscire da se stesso e non vuol mai rischiare, no? E difatti sarebbe quasi impossibile una cosa del genere se toccasse a noi cominciare per primi, ma per fortuna ha cominciato lui, Cristo ci ha amati per primo, e allora il nostro amore per lui è una risposta.
10.
Questa è per così dire la democrazia dello Spirito ed è la norma che vige nel regno dei cieli. Addirittura si può dire che sia già arrivato a una fede sostanziale anche chi crede di non credere, ma è sul serio disposto a impegnarsi, a sacrificarsi per la verità e per la giustizia, perciò Gesù afferma “chi fa la verità viene alla luce”.
Lo sguardo pastorale: l’uomo, la città la storia (7.02)
11.
Io credo che se passerò la storia della letteratura italiana, cosa che per fortuna non avverrà, passerò per una copia di aggettivi, sazia e disperata.
Mi è capitato di dirlo presentando ai giornalisti una nota dell’Episcopato Emiliano Romagnolo, che era una nota anche di preoccupazione per la situazione profonda della nostra gente. L’avevo accompagnata con le tabelle dell’Istituto Centrale di Statistica, dove appariva che la regione, (io non mi riferivo alla città, anche se poi la frase è stata attribuita alla città), la regione era ai vertici del reddito pro capite rispetto alla media italiana, ai vertici dei consumi, ai vertici dei consumi voluttuari, era al minimo della natalità. Già allora aveva il primato mondiale della denatalità, la provincia di Bologna. Aveva il doppio della media dei suicidi della nazione!
Allora io molto caritatevolmente ho tradotto in aggettivi le cifre e ho detto sì, da qui appare che questa regione appare sazia, sazia di beni, sazia di voglia di vivere, di divertirsi, ma anche disperata, non ha voglia né di trasmettere la vita né di conservarla.
Apriti cielo, questa coppia di aggettivi… subito i responsabili della vita pubblica hanno reagito, salvo poi in privato dirmi: “Sappiamo bene che ha ragione, siamo preoccupati anche noi”, perché sono gente che è capace di riflettere e di vedere le cose.
Questa immagine della vita emiliana che è bella, che è autentica è perché ci sta bene a Bologna, ci vive bene, la gente è cordiale, la cucina è buona, è molto bella, io sono stato affascinato da questa città di Bologna.
Io credo che il malessere sia non tanto di natura politica, cioè il smarrimento di alcuni valori che prima ancora che essere cristiani, sono i valori che consentono all’uomo di vivere con uno scopo, con un senso.
12.
Vorrei darvi un consiglio da amico. Cerchiamo di non parlare male della Chiesa. Perché la Chiesa è la sposa di Cristo. Al giorno del giudizio, noi dovremo affrontare lo Sposo… il quale è un meridionale!!
13.
Mi rifaccio a un’omelia che ho fatto il giorno di San Petronio da tanti anni fa, ma anche questa ha avuto qualche risonanza, dicevo che io chiedevo a San Petronio questa grazia, di far capire ai bolognesi che i tortellini mangiati con la prospettiva di andare nella vita eterna, sono più saporiti dei tortellini mangiati con la prospettiva di andare a finire nel niente.
E volevo dire che non si tratta di rinnegare i tortellini, la bolognesità, il fascino di questa vita piacevole, ma si tratta di inquadrarla in un disegno che salvi tutti i valori, specialmente quelli più sostanziali.
Il consumismo diventa esasperato proprio perché il gusto del vivere non è mai stato inquadrato in valori superiori, solo che adesso arriviamo al capolinea, direi che questa logica sta maturando.
Ma lo stesso flusso di extracomunitari in qualche modo è legato al fatto della denatalità. Noi abbiamo invitato i nostri fratelli della Tanzania, (noi abbiamo una missione in Tanzania). Quando c’è stata la canonizzazione di Santa Clelia, è venuto un gruppo di catechisti guidati da un catechista molto saggio, si chiama Angelo, e naturalmente ci siamo fermati un po’, li abbiamo portati in giro a vedere Bologna, tutti veramente ammirati. Alla sera Angelo domanda: “Dove sono i bambini?” Lui aveva colto subito il punto debole. Dice: “Voi avete costruito dei bellissimi palazzi, ma… per chi li avete costruiti? Questo problema è più grave di quello del traffico, anche se è quello del traffico che va a finire sui giornali e mai l’altro. Adesso anche l’altro comincia ad affacciarsi perché i conti stanno cominciando ad avere, direi, una logica spietata.
Allora, certamente è molto cambiata, ma è molto cambiata perché sono arrivati al pettine i nodi, per cui è un momento davvero molto difficile. Io però sono molto, come dire, pieno di speranza, perché la qualità umana dei bolognesi è più grande delle loro ideologie e delle loro scelte politiche.
14.
«Edificherò la mia Chiesa» (Mt 16,18), dice Gesù nel celebre episodio di Cesarea di Filippo. La Chiesa è di Cristo, non è di nessun altro; e niente può strapparla dalle sue mani. Niente: né le potenze mondane, né le indegnità di uomini, né la nequizia di epoche storiche.
«La mia Chiesa»: non c’è in tutto il Libro di Dio parola più semplice ed eloquente di questa; parola che più di questa dischiuda davanti a noi il prodigio della «ecclesialità». La Chiesa è sua: è nata dalla sua sapienza, dal suo cuore, dalla sua immolazione. Dell’esistenza della Chiesa e della sua permanenza entro la vicenda umana, il responsabile è lui.
Appunto per questo, tra le casupole effimere delle costruzioni umane (sociali, politiche, culturali che siano) la «casa di Dio» (cf 1 Tm 3,15) è l’edificio più saldo e più prezioso per l’uomo che sia mai stato eretto. Ed è un po’ comico che si faccia carico proprio a questa istituzione di tutti i guai della storia, solo perché tutti gli altri fenomeni storici (sociali, politici, culturali che siano) nel frattempo si sono esauriti e dissolti.
Il male, la misericordia, il realismo della fede (7.01)
15.
Da dove viene la zizzania? Da dove è venuta questa erbaccia maligna e soffocatrice che infesta il campo di Dio? Questa è una delle domande più serie e decisive e siamo tutti costretti a formularla quando ci poniamo di fronte al mistero dell’esistenza.
O neghiamo l’evidenza del male, ed è un’impresa disperata, o ci interroghiamo sulla sua provenienza.
Seconda osservazione, sulle labbra dei contadini della parabola l’interpellanza sembra esprimere non solo stupore ma anche delusione, è quasi una specie di rabbia.
L’interpellanza sembra anzi marcata da un accento di velato rimprovero verso il padrone, che in fin dei conti è il primo responsabile della coltivazione.
Non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove dunque viene la zizzania? Dobbiamo dire però che quei contadini almeno una fortuna ce l’hanno ed è di avere un padrone con cui prendersela, con cui lamentarsi. E’ già una consolazione prendersela con qualcuno.
A chi ritenesse che il campo non sia di nessuno e ogni accadimento in esso sia del tutto casuale, non sarebbe consentito neppure di protestare o di fare domande per assenza di destinatari responsabili.
Se non esiste un proprietario del campo con un suo programma operativo, se tutto nell’universo è fortuito, allora noi, pur avvertendo ancora i morsi del male, non siamo più autorizzati né a lagnarci né a enunciare problemi, perché in quel caso non si dà spazio per nessuna verità e quindi per nessuna ricerca, per nessuna indagine.
Dove si prende per buona l’ipotesi del caso non può sorgere alcuna plausibile investigazione.
Deve essere tremenda la condizione degli atei e proprio per questo, per il fatto di non riconoscere di fronte a sé nessun interlocutore adeguato.
Un ateo vero e coerente è uno sventurato perché si deruba della soddisfazione di bestemmiare, se è coerente. Io, a essere sincero, non posso fare a meno di un interlocutore trascendente.
Certo, posso parlare anche con gli uomini quando si tratta di questioni come la politica italiana o l’inflazione o il campionato di calcio, ma degli argomenti che davvero contano, come appunto quello del bene e del male e dell’enigmatica origine del male, con chi volete che ne possa trattare se mi manca un Dio con cui entrare in dialogo.
Questa è a ben guardare una falsa pietà verso la miseria umana, una pietà che ritiene di liberarci dal male aiutandoci a non credere più nel demonio, a vanificare la dottrina della colpa d’origine, a banalizzare l’idea stessa di responsabilità personale.
La vera misericordia, quella di Dio, batte la strada opposta.
Il grande avversario comincia a essere sconfitto non nel momento in cui lo si relega tra le favole, ma nel momento in cui lo si prende sul serio. In modo da prendere sul serio la vittoria ottenuta su di lui dalla morte e dalla risurrezione del figlio di Dio. Vittoria che quotidianamente si impianta nella vicenda di ognuno di noi mediante la nostra crescente partecipazione al mistero pasquale.
L’universale decadenza della natura umana può essere superata solo partendo dalla persuasione che “Dio ha rinchiuso tutti nella disobbedienza per usare a tutti misericordia”. E dal mio peccato personale che io comincio con la grazia divina a risorgere, non nel momento in cui lo ignoro o lo censuro psicologicamente, ma nel momento in cui, pentendomi, lo riconosco come atto veramente cattivo e veramente mio. Questo è il senso della proposta evangelica della metanoia, della conversione, che Gesù ci ha indicato come necessaria premessa della nostra salvezza.
Il Vangelo non è la notizia che siamo già tutti innocenti per incapacità di intendere e di volere o perché i fatti non costituiscono reato.
Il Vangelo è la notizia che siamo tutti peccatori e proprio per questo siamo i fortunati destinatari dell’invincibile misericordia del Padre.
16.
Pinocchio è la narrazione della fuga della creatura dal creatore, appena il burattino è costruito scappa subito, e del ritorno della creatura al creatore.
È stato osservato che potrebbe anche essere letto come dire la sceneggiatura della parabola del figlio prodigo.
Questo creatore però vuole essere anche un padre e questa è la cosa più originale del libro. In nessuna letteratura c’è mai qualcuno che si è messo in testa di essere un padre di un burattino, di un manufatto e dunque questo inserisce nella natura legnosa di Pinocchio una vocazione, una vocazione a partecipare alla natura propria del padre.
Di là dalla parabola è la vocazione dell’uomo a partecipare alla natura propria di Dio.
L’ultima insidia, il discernimento e l’affidamento (14.11)
17.
Allora, qual è l’ammonimento profetico di cui parlavamo all’inizio – ed è per questa ragione che ho accettato di venire a parlare qui – per questo ammonimento profetico! Verranno giorni, dice Solovev, (e anzi sono già venuti, diciamo noi, o almeno dico io, non voglio coinvolgervi…), verranno giorni quando nella cristianità si tenderà a risolvere il fatto salvifico che non può essere accolto se non nell’atto difficile, coraggioso e razionale di fede in una serie di valori facilmente esitabili sui mercati mondani. Il cristianesimo ridotto a pura azione umanitaria nei vari campi dell’assistenza, della solidarietà, del filantropismo, della cultura.
Il messaggio evangelico identificato nell’impegno al dialogo tra i popoli e le religioni, nella ricerca del benessere e del progresso, nell’esortazione a rispettare la natura. La Chiesa del Dio vivente, “colonna e fondamento della verità”, come dice Paolo, scambiata per un’organizzazione benefica, estetica, socializzatrice. Questa è l’insidia mortale che oggi va profilandosi per la famiglia dei redenti dal sangue di Cristo.
Da questo pericolo ci avvisa il più grande dei filosofi russi, noi dobbiamo guardarci. Anche se un cristianesimo tolstoyano ci renderebbe molto più accettabili nei salotti, nelle aggregazioni sociali e politiche, nelle trasmissioni televisive… ma noi non possiamo! e non dobbiamo rinunciare al cristianesimo di Gesù Cristo, il cristianesimo che ha al suo centro lo scandalo della croce e la realtà sconvolgente della risurrezione del Signore! Gesù Cristo, il Figlio di Dio crocifisso e risorto, unico salvatore dell’uomo, non è traducibile in una serie di buoni progetti e di buone ispirazioni omologabili con la mentalità mondana dominante!
Gesù Cristo è una pietra, come egli ha detto di sé, su questa pietra o affidandosi si costruisce o ci si va a inzuccare. Sono parole sue, parole che voi sentirete raramente citate, ma sono contenute nel capitolo 21 di San Matteo: «chi cadrà su questa pietra sarà sfracellato e qualora essa cada su qualcuno lo stritolerà».
18.
Ci sono dei valori assoluti, o come dicono i filosofi, trascendentali, tali sono ad esempio il vero, il bene e il bello.
Chi li percepisce e li onora e li ama, sempre percepisce, onora, ama Gesù Cristo, anche se non lo sa e magari anche se si crede ateo, perché nell’essere profondo delle cose Cristo è la verità, è la giustizia, è la bellezza.
Poi ci sono valori relativi o categoriali, valori però, come il culto della solidarietà, l’amore per la pace, il rispetto per la natura, l’atteggiamento di dialogo, eccetera. Questi valori meritano un giudizio più articolato che preservi la riflessione da ogni ambiguità.
Solidarietà, pace, natura, dialogo possono diventare, nel non cristiano, le occasioni concrete di un approccio iniziale e informale a Cristo e al suo mistero.
Ma se nell’attenzione dell’uomo, questi valori si assolutizzano fino a svellersi del tutto dalla loro oggettiva radice o, peggio, fino a contrapporsi, come è il caso di Tostoy, all’annuncio del fatto salvifico, allora diventano istigazioni all’idolatria e ostacoli sulla strada della salvezza.
Allo stesso modo, nel cristiano, questi stessi valori, solidarietà, pace, natura, dialogo, possono offrire preziosi impulsi all’inveramento di una totale e appassionata adesione a Gesù, Signore dell’universo e della storia.
Questo è per esempio il caso di Francesco D’Assisi. Ci sono in giro troppe caricature di Francesco D’Assisi, ma Francesco aveva le idee chiarissime. Per lui la realtà era Gesù Cristo! è tutto pieno di questa idea! Gesù Cristo, tutto il resto, tutte le creature sono la frangia del suo mantello, perché sono legate, sono riflessi…
È il cristocentrismo che diventerà poi tipico della scuola teologica francescana. Ma se il cristiano, per amore di apertura al mondo e di buon vicinato con tutti, quasi senza vedersene, stempera sostanzialmente il fatto salvifico nella esaltazione e nel conseguimento di questi traguardi secondari, allora egli si preclude la connessione personale con il figlio di Dio crocifisso e risorto, consuma a poco a poco il peccato di apostasia e si ritrova alla fine dalla parte dell’anticristo.
19.
Mi pare sia stato Trotsky a dire che niente arriva più inaspettato della vecchiaia, è proprio vero. Certo, anche da giovane si sa che al mondo ci sono i vecchi, ma a quell’età si guarda ai vecchi come a una popolazione lontana e inconfrontabile, presa poco come quando si pensa agli eschimesi o ai batussi. Nessuno si rende davvero conto che si diventerà come loro, che si entrerà nel loro numero.
Se fossi nato altrove, o anche solo in un altro angolo della mia città, se mi fossi imbattuto in frequentazioni differenti, se avessi avuto altri insegnamenti e altri esempi di vita, se fossi stato coinvolto in altri accadimenti, è indubbio che non avrei pensato, giudicato, agito come poi mi è avvenuto di agire, di giudicare, di pensare, e adesso sarei diverso da quello che sono. Tutto ciò che sulle prime mi era sembrato contingente e fortuito mi si manifesta perciò come frutto di un progetto, di un progetto mirato, un progetto eccedente ogni mia immaginazione e del tutto gratuito, liberamente formulato da colui che è l’Eterno. Il caso come si vede non esiste, ma allora mi domando come mai il Signore consente che agli occhi dell’uomo, quando non sono superiormente illuminati, vedano il caso così dominante, quasi onnipresente nella creazione di Dio.
E c’è, credo, una sola risposta plausibile. La casualità è soltanto un travestimento, è il travestimento assunto da un Dio che vuole passeggiare in incognita per le strade del mondo, da un Dio che si studia di non abbagliarci con la sua onnipotenza e col suo splendore e si traveste da casa. Di aspettare, di aspettare quello che il Signore vuole da noi, non quello che noi vogliamo da lui.
20.
Aspettare… ma aspettare quello che il Signore vuole…
E quello che vi è venuto in mente tutti è… quando se c’è l’annuncio che c’è un giubileo, tutti i teologastri si mettono a pensare quello che bisogna fare per rendere interessante, utile…
Bene, questo è tutto che vogliamo. Noi dobbiamo capire quello che il Signore vuole da noi.
Io credo che il Signore è quello più importante anche adesso.
Finalmente ho imparato una giaculatoria nuova in San Felippo Neri. E qual è?
“Signore, non fidarti di me”. Io credo che sia bellissimo.
21.
A me pare che anche e soprattutto oggi siamo alle prese con la cultura della pura e semplice apertura. Io ho trovato dei teologi che dicono che il massimo della teologia è quando la teologia si apre.
Cioè il buco, no? Siamo alle prese con la cultura della pura e semplice apertura, della libertà senza contenuti, del niente esistenziale. Questa è la più grande tragedia del nostro tempo. Ma la tragedia diventa ancora più grande quando a questo niente, a queste aperture, a questi buchi, si attribuisce per superficialità o per amore di dialogo qualche ingannevole etichetta cristiana.
Fuori di Cristo, persona concreta, realtà viva, avvenimento, fuori di Cristo c’è solo il vuoto dell’uomo e la sua disperazione. In Cristo, che è il pleroma del Padre, l’uomo trova la sua pienezza e la sua sola speranza. Grazie.
22.
Con nostra comune soddisfazione, siamo arrivati alla fine. Ho cercato di proporvi con semplicità alcune riflessioni, al solo scopo di risvegliare un atteggiamento – che mi pare primario e doveroso nel cristiano consapevole – di gioia per tutto ciò che ci è stato donato e di gratitudine verso Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio crocifisso e risorto, che è l’unico Signore dell’universo, della storia e dei cuori, è il Salvatore di tutti gli uomini, è il grande festeggiato di questo anno Duemila.
Mi piace congedarmi da voi prendendo da sant’Ambrogio le parole poste a conclusione di una sua lettera: «State in buona salute, figli miei, e continuate a servire il Signore, perché è un buon padrone» (Ep. 17,13: «Valete, filii, et servite Dominum, quia bonus dominus»).
VIDEO COMPLETO:
https://youtu.be/3JyCqdtkOk8
