Prima domenica di Quaresima A
«Fu condotto dallo Spirito nel deserto», abbiamo appena ascoltato.
Uscito dalle acque battesimali del Giordano, Gesù fu investito dello Spirito.
Da quel momento risulta evidente a tutti che ciò che anima Gesù, ciò che lo conduce e lo orienta è solo lo Spirito Santo, cioè l’amore infinito di Dio, l’amore che rende il Figlio uno con il Padre, l’amore che lo consacra come unico Salvatore del mondo.
E per preparare Gesù alla missione in mezzo agli uomini, per prima cosa, lo Spirito-Amore lo spinge apparentemente a separarsi da loro, nel deserto e nella solitudine e a fuggire la confusione del mondo.
Ha tutte le apparenze di un ritiro dal mondo, ma in realtà è vero esattamente il contrario: Gesù va nel deserto proprio per incontrare veramente l’uomo – anzitutto l’uomo che lui stesso è – con la sua debolezza, con tutte le sue fragilità e le sue illusioni.
Con l’aiuto di Dio, siamo entrati nel tempo santo dei 40 giorni e il primo dono che la Quaresima ci offre – se vogliamo accoglierlo – è proprio il deserto, quel silenzio, che qualche volta ci spaventa, perché ci mette di fronte tanto al nostro limite, quanto al mistero di Dio.
Noi diciamo: “fare silenzio”, ma in realtà il silenzio non dobbiamo crearlo noi; il silenzio esiste già; dobbiamo solo proteggerlo. E in Quaresima dovremmo farlo con convinzione, perché quanto più ci allontaniamo da Dio e da noi stessi, tanto più inevitabilmente aumenta il rumore attorno a noi e dentro di noi.
Regaliamoci in questa Quaresima il gusto di nutrirci di “ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, con tempi e spazi dedicati al silenzio e alla preghiera.
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È stato notato che l’episodio delle tentazioni nel deserto vede la presenza solo di Gesù e di satana: nessun altro ha assistito a questo scontro.
È evidente allora che, se noi dopo due millenni sappiamo qualcosa di questo episodio, è perché Gesù stesso lo ha voluto raccontare ai suoi discepoli: per questo motivo, lo scontro tra Gesù e satana ci offre una chiave di lettura irrinunciabile, ci aiuta a comprendere chi è davvero per noi il Signore.
Nel vangelo vediamo Gesù predicare, operare miracoli, guarire le malattie, asciugare le lacrime. Ma non è questo che prima di tutto fa di lui il Salvatore.
Perché non c’è bisogno di finire inchiodato su una croce per essere un maestro spirituale, o un guaritore, o un banditore della giustizia tra gli uomini.
La sostanza della missione di Gesù Cristo è invece proprio questa guerra contro il demonio, il grande nemico, l’ispiratore di ogni prevaricazione, la causa ultima di tutti i nostri guai.
Se Gesù in persona ci ha confidato questa esperienza oscura delle tentazioni sataniche, è perché non perdiamo mai la giusta prospettiva del nostro impegno.
Non la buttiamo sul preternaturale per fuggire dalle nostre responsabilità, ma se ci dimentichiamo dell’esistenza del demonio, finiamo per restare imprigionati dentro ad analisi esclusivamente psicologiche o sociali o politiche dei problemi dell’uomo.
Se ci dimentichiamo che la nostra è in definitiva una lotta contro satana, cadiamo nell’illusione di poterci salvare da soli, coi nostri mezzi e con le nostre presunte buone volontà.
I veri pericoli che un credente incontra nel suo cammino in questo mondo hanno in realtà un’origine ultraterrena, spirituale, e quindi le uniche armi veramente efficaci sono quelle spirituali: la preghiera, il digiuno e la carità.
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«Il tentatore – abbiamo ancora ascoltato – si avvicinò a lui».
Con le tentazioni, Gesù attraversa e conosce le regioni più desolate e più buie dell’animo umano, le più lontane da Dio, il nostro desolante deserto interiore: se vuole salvarci, Gesù deve per forza partire da lì.
Se consideriamo il Calvario come il punto più basso del suo farsi carne, quando il Figlio di Dio raggiunge la condizione più estrema dell’umano che è il tradimento e la morte, questo suo ritiro nel deserto delle tentazioni costituisce il vero punto di partenza della Via Crucis.
Gesù scende nel buio squallido delle nostre tentazioni e delle mille prove di cui è disseminata la nostra vita, per aiutarci a guardare in faccia il lato oscuro della nostra vita, per riconoscere come la nostra fede è ancora impastata di incredulità, come il nostro amore è ancora imprigionato dalla schiavitù del male.
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Nella città di Soleto in Puglia, ci sono due chiese splendidamente affrescate: nella chiesa dei cappuccini, il diavolo delle tentazioni è vestito da frate domenicano. Nella chiesa dei domenicani, ha il saio dei cappuccini.
A parte la simpatica cortesia reciproca dei buoni frati, l’idea che sta sotto è che il diavolo non si presenta mai per quello che è.
Perché la lotta contro satana è veramente sottile. Notate come, nel racconto evangelico, il tentatore parte sempre da ragionamenti di apparente buon senso, anzi ci tiene ad avere una parvenza morale, perfino religiosa, fa’ finta di indicarci quello che è meglio per noi e, al bisogno, cita perfino le Scritture.
La prima tentazione, la più sottile è quella del “realismo” vero o presunto che sia: talvolta ci piace dire “un sano realismo”.
“Tu devi mangiare… devi affrontare la realtà… Che male c’è a cercare il pane?… Vedrai che Dio ti comprenderà…”. Oggi si direbbe: “devi pensare un po’ anche a te stesso… hai diritto a rifarti una vita… non preoccuparti del giudizio degli altri, non devi render conto a nessuno… hai diritto a essere felice…”.
Sano realismo… Ma che cosa è per davvero il “realismo”?… Chi è più realista?… Chi guarda alla vita solo partendo da ciò che vede o che tocca, o chi la guarda con gli occhi di Dio?
Chi è più realista, cioè chi è più in grado di leggere la realtà? Ponzio Pilato o Simon Pietro? Caifa o la Maddalena? Il ladrone di destra o quello di sinistra? Gesù è sempre lo stesso, ma chi è stato in grado di riconoscerne l’identità? Che cosa è veramente il realismo?
È realista non chi vede solo ciò che appare, ma chi vede con gli occhi stessi di Dio, cioè si lascia guidare dalla fede: Pilato vede un caso giudiziario; la Maddalena riconosce l’unico Salvatore del mondo.
Solo la fede, che è la possibilità di guardare le cose con gli occhi stessi di Dio, sa riconoscere il bene e il male, il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, la volontà di Dio e la schiavitù di noi stessi.
La tentazione di mettere invece da parte la propria fede è sempre presente.
In certi ambienti, si parla in questi casi di “sana laicità”; che poi rischia di voler dire: “tieniti Dio nel tuo cuoricino e vivi come se non esistesse”… buttati che tanto poi Dio un qualche angioletto o un paracadute te lo manderà.
Ogni giorno dobbiamo rinnovare la scelta di essere cristiani, cioè dare a Dio il primo posto, di fronte alle tentazioni che una cultura secolarizzata ci propone di continuo, di fronte al giudizio critico di molti nostri contemporanei.
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Proprio qui nella cripta della Cattedrale riposa il conte Giovanni Acquaderni, laico bolognese, padre di famiglia, fondatore dell’Azione Cattolica, di cui ricorre in questi giorni l’anniversario della morte.
Acquaderni non fu un uomo da deserti spettacolari, ma visse il suo deserto nella fedeltà quotidiana, nella responsabilità civile ed ecclesiale, in tempi non facili per la Chiesa. Anche lui comprese che la battaglia decisiva non era semplicemente culturale o politica, ma spirituale: si trattava di formare coscienze salde nella fede, capaci di stare nella storia senza piegarsi allo spirito del mondo.
Acquaderni ha amato la Chiesa, ha servito la missione con la forma propria del laico, là dove si decide gran parte della battaglia spirituale, cioè nella vita ordinaria, nelle relazioni, nel lavoro, nell’educazione, nelle scelte pubbliche. E questo è un punto decisivo per noi: la Quaresima non è soltanto un itinerario interiore, ma una scuola di libertà che si traduce in responsabilità.
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Per noi oggi, ad esempio, non è facile essere fedeli al matrimonio cristiano, praticare la misericordia nella vita quotidiana, lasciare spazio alla preghiera e al silenzio interiore.
Non è per niente facile opporsi pubblicamente a scelte che molti considerano ovvie, come per esempio l’aborto, l’eutanasia, le pratiche di fecondazione artificiale o la selezione degli embrioni per prevenire la nascita di bambini non conformi alle attese, la convivenza fuori del matrimonio, la separazione della sessualità dall’identità, il sesso dall’amore e dalla fedeltà.
Sono solo esempi, nei quali la cultura prevalente ci induce a scambiare come realtà quella che è soltanto l’ideologia dell’egoismo di regime.
Ecco perché abbiamo bisogno della Quaresima, che è anzitutto un bagno di vero realismo.
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«Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo», abbiamo sentito nella prima lettura, che senza troppi giri di parole riprende quel gesto fastidioso della cenere di mercoledì scorso: «Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai».
Viviamo questo cammino insieme con Cristo, scendiamo con lui nei bassifondi della nostra miseria umana, non per il gusto di umiliarci, ma per poter cantare – nella notte delle Risurrezione – che sarà anche vero che siamo polvere, ma siamo comunque polvere amata, perché proprio a questa polvere Dio dice: «Tu sei mio Figlio».
