Terza domenica di Quaresima A
Questo Vangelo non si lascia chiudere facilmente dentro una predica.
Il racconto dell’incontro tra Gesù e la donna samaritana è così denso che chiede di essere non solo ascoltato, ma vissuto.
Occorre entrarvi dentro, immedesimarsi in quella donna che – un giorno come tanti altri – va al pozzo ad attingere acqua e vi trova Gesù seduto sul bordo, stanco del viaggio, nella calura del mezzogiorno.
Non è un’orario casuale: è l’ora più scomoda, la più calda, quella in cui normalmente nessuno va al pozzo. È l’ora della solitudine. E proprio lì, in quell’ora, accade l’incontro decisivo.
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Storicamente la Quaresima nasce nella Chiesa come tempo di preparazione immediata al Battesimo degli adulti. E non è un caso che, fin dai primi secoli, questo Vangelo è stato riconosciuto come una tappa fondamentale del cammino battesimale.
La Samaritana è figura del catecumeno: una donna guidata e purificata dalla parola del Signore, che cresce nel desiderio di quell’“acqua viva” che solo Dio può donare.
Ma non è solo questo. Perché questa donna rappresenta anche tutti noi: battezzati sì, ma sempre in cammino, sempre bisognosi di tornare alla sorgente, sempre in ricerca di una fede più vera e più profonda.
E per certi aspetti la Samaritana è un personaggio sorprendentemente moderno.
O forse è più vero il contrario: l’uomo moderno è, in fondo, l’uomo di sempre.
Ha avuto cinque mariti e ora convive con un altro uomo.
È una donna che ha cercato di essere libera: libera di scegliere e di rifiutare, libera di amare e di tradire, libera di provare, libera di cercare, libera di sbagliare.
Ma quanto più ha esercitato questa libertà, tanto più è diventata vuota…
Ha trascinato la sua sete di cisterna in cisterna, bevendo avidamente senza mai dissetarsi davvero, come un naufrago che beve acqua di mare.
Era inquieta, perché in lei — come in ciascuno di noi, anche nel più distratto — vive un desiderio grande: il desiderio della felicità vera, della gioia vera.
Eppure più cercava, più sembrava allontanarsene.
Ed è qui il punto decisivo: nonostante una vita apparentemente disordinata e lontana da Dio, nel momento in cui Gesù le parla emerge che, nel profondo del suo cuore, quella donna custodiva una domanda su Dio.
Chi è Dio? Dove posso trovarlo? Dove posso adorarlo?
Che significa: come posso entrare in relazione con Lui? Qual è il suo posto nella mia vita?
E qual è il mio posto davanti a Lui?
Nel cuore umano questa domanda prima o poi ritorna.
Anche quando è sepolta, anche quando è confusa, anche quando sembra soffocata da mille altre urgenze.
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Fissiamo allora lo sguardo su Gesù. È mezzogiorno. Fa caldo.
Il Signore è stanco e chiede da bere.
In questi pochi dettagli c’è tutto il paradosso della nostra fede.
Il Figlio di Dio – l’Onnipotente – colui che la Chiesa proclama “Dio da Dio, luce da luce”, assume una debolezza che non gli appartiene: la nostra.
Cammina sulle strade polverose del mondo e si presenta come salvatore proprio nel momento in cui è stanco e assetato.
Questo mezzogiorno richiama un altro mezzogiorno, ancora più drammatico: quello della croce, quando Gesù, inchiodato al legno, griderà: «Ho sete».
Si tratta anzitutto di una sete reale, fisica, non c’è dubbio. Ma è anche una sete più profonda.
Come dirà bene sant’Agostino: “Gesù aveva sete della fede di quella donna. E ha sete della nostra fede, del nostro amore”.
«Se tu conoscessi il dono di Dio», le dice.
Se tu sapessi che quello che cerchi, affannosamente, non è altro che un tentativo maldestro di rubare ciò che Dio vuole donarti gratuitamente e in abbondanza.
Poi aggiunge una parola che ha dell’incredibile: «Il Padre cerca adoratori».
Non siamo noi, anzitutto, a cercare Dio. È Dio che cerca noi.
Cerca adoratori “in spirito e verità”: non riti magici o superstiziosi, non gesti per comprarne il favore, ma un cuore vero, umano, un cuore capace di riconoscere il proprio limite e il proprio bisogno.
Dio ha sete della nostra fede. Come un Padre buono desidera per noi il massimo bene possibile.
E questo bene è Lui stesso.
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Bisogna proprio riconoscere che questo incontro non avviene nella confusione sentimentale.
Gesù non è accondiscendente. Non è “simpatico” nel senso banale del termine.
A un certo punto dice: «Va’ a chiamare tuo marito».
È una parola che mette ordine. È come se dicesse: mi chiedi di Dio, ma tu, tu dove sei?
Il primo effetto dell’incontro con Cristo è una conoscenza limpida di sé.
Gesù non cerca l’umiliazione. Cerca l’umiltà — che è altra cosa.
L’umiliazione distrugge. L’umiltà costruisce.
L’umiltà è quella conoscenza di sé che riconosce le contraddizioni, le ferite, il bisogno di cambiare — senza vergogna, ma con verità. Ed è questa umiltà che guarisce.
Lo si vedrà alla fine, quando la donna correrà dai suoi compaesani dicendo: «Mi ha detto tutto quello che ho fatto». Non lo fare con vergogna, ma con gioia.
Noi non abbiamo bisogno di pietosa indulgenza.
Abbiamo bisogno della verità: la verità del bisogno che portiamo dentro e la verità del dono che Dio ci offre.
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Il Vangelo sottolinea anche la distanza profonda tra giudei e samaritani, e la sconvenienza dell’incontro tra un uomo e una donna soli.
Non c’è niente da fare. Dio ci viene incontro così: non quando siamo pronti, buoni, sistemati, ma — come dirà san Paolo — mentre eravamo nemici.
Qui dunque capiamo che cos’è davvero il Battesimo e quindi tutta la vita cristiana.
C’è la confessione del peccato: «Non ho marito».
C’è la confessione della sete: «Signore, dammi quest’acqua».
C’è la confessione della fede, che cresce passo dopo passo: «Che sia lui il Cristo?».
Fino alla proclamazione piena: «Questi è davvero il salvatore del mondo».
E c’è soprattutto il dono di Dio: «Sono io, il Messia. Io che parlo con te».
Per la Samaritana tutto cambia. Lascia la brocca — segno di una vita vecchia — e corre ad annunciare. Chi ha incontrato Cristo non può più trattenere la gioia.
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La Quaresima ci riconsegna questo Vangelo perché ravviviamo il dono del nostro Battesimo.
Non come un ricordo sbiadito, ma come una fortuna immensa.
Essere figli amati dal Padre.
Avere Cristo come fratello che ci accompagna, ci perdona, ci nutre.
Portare dentro di noi lo Spirito Santo, principio di una vita nuova.
Sostiamo davanti a questo incontro.
Lasciamoci incontrare anche noi, come la Samaritana.
Lui è qui. È stanco. Ha sete.
Ha sete di te.
