Quarta domenica di Quaresima anno A
«Chi ha peccato, lui o i suoi genitori?».
Incrociando sulla strada un uomo cieco dalla nascita, i discepoli rivolgono a Gesù un quesito dal sapore tipicamente rabbinico.
In realtà la domanda coglie anche un’inquietudine profonda che è ben presente in ciascuno di noi:
ma perché soffriamo? perché capitano le disgrazie?
cosa può aver fatto di male un uomo per esser nato cieco?
In mezzo ai mille problemi che affliggono le nostre vite, sentiamo tutti affiorare nel cuore la domanda: qual è la ragione del male?
I discepoli erano abituati a ragionare secondo la mentalità della Legge antica.
– Dio ha fatto conoscere la sua volontà all’uomo attraverso i comandamenti;
– con la legge mosaica, Dio ci ha rivelato la via del bene e della felicità.
> Dunque… se c’è qualche infelicità, se c’è qualche disgrazia, c’è di mezzo sicuramente – così pensano – un peccato, una trasgressione della legge.
Il ragionamento sembra filare senza una grinza…
Gesù però in questo dilemma semplicemente non vuole entrarci.
Infatti il vangelo riferisce solo che «Gesù passando, vide un uomo cieco fin dalla nascita».
Passa il Signore. Questo è quello che conta.
Sì, Gesù passa accanto alla nostra vita.
Dio è qui, è vicino, ci passa accanto.
Anche noi oggi sentiamo su di noi lo sguardo di Gesù che conosce le nostre pene, le nostre fragilità e le nostre paure.
Gesù non è venuto con il registratore di cassa per rinfacciarci le cause del nostro male…
Non ci sbatte addosso quel proverbio odioso: “Chi è causa del suo mal… pianga se stesso!…”.
Gesù respinge questo ragionamento.
Non risponde sulla causa del male.
Essa rimane un mistero che ci oltrepassa.
Su questo c’è un silenzio che chiede rispetto.
Qui c’è tutto il limite della nostra piccola conoscenza umana.
Piuttosto Gesù sposta lo sguardo.
Non indietro — verso le colpe, le cause, i perché — ma in avanti.
Cosa può nascere da qui? È una domanda che cambia tutto.
Quest’uomo è cieco, dice il Signore «perché in lui siano manifestate le opere di Dio».
L’affermazione non toglie il dolore. Non spiega il mistero.
Ma apre uno spiraglio. E uno spiraglio di luce, in una stanza buia, basta.
Sì, è grande il mistero della sofferenza nella vita dell’uomo – di ogni sofferenza – soprattutto quando non è possibile scoprirne le cause dirette.
Anche oggi vediamo come il male delle malattie, ad esempio, delle violenze atroci delle guerre, delle calamità… colpisce in modo spesso così vigliacco.
Grande e inquietante il mistero della sofferenza umana!
Ma più grande è la tenerezza di Dio che ci rivela il suo amore e la sua volontà di salvezza!
È proprio per questo che Gesù si mette subito all’opera: «Dobbiamo compiere – afferma con determinazione – le opere di colui che mi ha mandato…».
***
Il cieco se ne stava seduto a terra per chiedere l’elemosina.
Ormai tutte le sue aspettative si riducevano a scroccare uno spicciolo.
Ma questa volta è il Signore che «lo vide»: Gesù lo vede come nessuno lo aveva mai guardato.
Il Signore vede anche i bisogni e le aspirazioni profonde alle quali noi stessi – per rassegnazione – finiamo per non guardare più.
Come vorrei che questa scena si imprimesse profondamente nella memoria del nostro spirito: una immagine che non dovrebbe mai sparire dal nostro cammino di fede!
Il Figlio di Dio non pronuncia una formula. Non fa un segno solenne.
Si china. Raccoglie della terra. Fa del fango.
Lo spalma sugli occhi di quell’uomo.
Le mani di Dio si sporcano.
Ci vuole un momento per lasciar entrare questa immagine.
Le mani di Dio. Il fango. La nostra polvere.
È da lì che siamo venuti: ce lo ha ricordato il mercoledì delle Ceneri.
“Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai”.
Con la polvere del suolo e con il suo alito di vita Dio aveva dato origine all’uomo.
E ora, con l’avvento del Figlio di Dio nella carne tutto ricomincia.
La nostra polvere e la sua saliva, cioè la sua divina vitalità, il suo respiro…
Gesti così poco nobili e dignitosi – soprattutto per la nostra cultura super igienista – ma gesti allo stesso tempo così profondamente essenziali.
Gesti che ci mettono di fronte alla verità: la verità del nostro niente e della sua potenza.
Siamo opera delle sue mani.
Il nostro bene, la verità e la bellezza della nostra vita stanno nella sua volontà e nel suo amore.
In questo momento, quell’uomo nato cieco si incontra con il suo Creatore, che si è fatto lui stesso di terra e di fango. Dio stesso vuole farsi prossimo di ogni uomo ferito nel corpo e nello spirito.
Gesù lo spalma di fango: terra e spirito.
Lo unge cioè della verità del suo niente e dell’amore onnipotente di Dio.
«Va a lavarti alla piscina di Siloe – che significa “Inviato”».
Non è difficile riconoscere qui una allusione al battesimo.
Quest’acqua ha il nome stesso di Cristo, l’inviato di Dio.
È il primo sacramento, che ci dona l’illuminazione della fede.
Ma, notate…: Gesù non è lì quando il cieco riacquista la vista.
Lo manda alla piscina e scompare.
L’uomo deve andarci da solo, fidandosi di una parola che ancora non comprende.
E proprio lì, nell’obbedienza a quella parola, accade il miracolo.
***
La scena però diventa improvvisamente concitata: si cominciano a sentire urla, spintoni, insinuazioni, minacce, provocazioni.
La fede dell’uomo che era stato cieco viene immediatamente messa alla prova.
Lo convocano due volte, interrogano persino i genitori.
Cercano una crepa nella sua testimonianza, ma l’uomo tiene duro: «Una cosa so: ero cieco e ora ci vedo».
Non è ancora una fede che potremmo definire piena e matura, eppure possiede una forza travolgente, al punto che quei “super teologi” dei farisei non sono in grado di metterlo in buca, nonostante la loro astuzia.
Perché il cieco guarito non crede prima di tutto in una religione, non difende dei dogmi, non crede in una ideologia.
Quell’uomo constata un semplice fatto, un fatto che è accaduto, che lo ha toccato di persona, anche se può non averlo compreso ancora fino in fondo.
«Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo».
Lo ripete almeno 4-5 volte.
Tommaso d’Aquino direbbe lapidario: “Contra factum, non valet argomentum” (contro i fatti sbatte ogni possibile ragionamento).
Il cristianesimo non nasce da una idea, neppure da una morale.
Nasce da un fatto.
Dal fatto che Dio è entrato nella nostra storia.
Dal fatto che l’Onnipotente si è chinato sulla nostra polvere.
Dal fatto che il Figlio di Dio ha sporcato le sue mani con il fango della nostra umanità.
E tuttavia — paradossalmente — proprio davanti a questo fatto molti restano ciechi.
Perché l’uomo ama costruirsi sistemi di sicurezza.
Anche la religione può diventare una sicurezza.
Anche l’ateismo può diventare una sicurezza.
Anche l’indifferenza.
Si può vivere tutta una vita senza mai sollevare lo sguardo, senza mai lasciarsi interrogare, senza mai lasciarsi toccare da Dio.
E così si resta prigionieri delle proprie tenebre interiori.
***
Alla fine del racconto accade qualcosa di molto significativo.
Gesù e il cieco condividono lo stesso destino. Vengono entrambi cacciati fuori.
Gesù è accusato di violare la legge.
Il cieco è additato come un peccatore.
È proprio quello il momento dell’incontro decisivo.
Gesù lo cerca. E quando lo trova gli domanda:
«Tu credi nel Figlio dell’uomo?»
Quell’uomo — che prima non vedeva nulla — ora vede davvero.
Vede non solo con gli occhi, ma con il cuore.
«Credo, Signore». E si prostra davanti a lui.
***
Il vero miracolo non è soltanto che un cieco riacquista la vista.
Il vero miracolo è quando un uomo comincia finalmente a vedere chi è Gesù.
Perché esistono due tipi di cecità.
Ci sono ciechi che possono essere guariti.
E ci sono ciechi che non possono esserlo.
Non perché Dio non abbia la forza di guarirli,
ma perché sono così sicuri di vedere da non desiderare più la luce.
Forse anche noi qualche volta siamo un po’ come quell’uomo seduto lungo la strada:
poveri, feriti, pieni di polvere.
Ma è proprio qui che passa il Signore. Ed è proprio qui che Dio compie le sue opere.
Le mani del Figlio di Dio si sporcano ancora del nostro fango, per aprire i nostri occhi, per ridarci la luce, per insegnarci finalmente a vedere.
Mi hai creato con il desiderio della luce, o Signore,
ma i miei occhi per natura erano incapaci di vederla.
Tu sei passato… e mi hai visto.
Non chiedevo nemmeno la luce.
Avevo smesso di crederci.
Tu sei passato. E ti sei fermato su di me.
Non hai chiesto spiegazioni.
Non hai rinfacciato le mie colpe.
Ti sei solo chinato e le tue mani si sono sporcate del mio fango.
Non capivo tutto. Non capisco ancora tutto.
Ma quella voce — la tua voce — l’ho riconosciuta.
E mi sono fidato.
Ora ci vedo. Non sempre. Non tutto. Ma ci vedo.
E so che quando tornerà il buio — e tornerà —
la luce non dovrò cercarla dentro di me.
Dovrò solo ricordarmi del tuo volto chinato sulla mia polvere.
Prima ero cieco e adesso ci vedo.
