Vieni fuori!

Qui il brano del Vangelo

“Il morto uscì”. Due parole che la logica si rifiuterebbe di tenere insieme. Potrebbe perfino scattare un sorriso macabro a sentire insieme due termini come questi. 

Parole impossibili da mettere vicine come morte e vita; tempo ed eternità; infinitamente grande e infinitamente piccolo; ma – in fondo – anche Dio e uomo.

Ci vuole un grido forte del Signore Gesù per abbattere il muro dell’impossibile: “Lazzaro, vieni fuori!”.

Questo urlo potente di Gesù, è un presagio del grido che lancerà dalla croce e con il quale Cristo donerà la vita ad ogni uomo.

La risurrezione di Lazzaro è l’ultimo dei grandi segni con i quali Gesù manifesta la sua gloria e suscita la fede dei discepoli.

L’evangelista ci fa sapere che fu proprio la risurrezione di Lazzaro, sepolto già da quattro giorni, l’ultima goccia che provocò la decisione del Sinedrio di far morire Gesù.

Giunge dunque alla massima chiarezza la rivelazione di chi sia in realtà Gesù di Nazaret e quale sia la sua missione nel mondo: “Io sono la risurrezione e la vita”.

* * *
Nei tempi passati era cosa comune parlare frequentemente della morte. I predicatori ne parlavano soprattutto per far capire l’inconsistenza dei beni mondani e per in­cutere un salutare timore per la sorte che ci aspetta nell’aldilà. 

La sensibilità e la cultura di oggi però, soprattutto nelle città, censura l’idea della morte. Da una parte la si spettacolarizza nei media, dall’altra però la si annulla nella sua realtà e nei suoi simboli.

Uno degli esempi più evidenti è la pratica della dispersione delle ceneri (contraria al senso cristiano). Con tutto il rispetto, per chi ha vissuto e vive dei lutti, questo può diventare di fatto un modo per evitare quel confronto, scomodo ma necessario, con la memoria e con la speranza.

E bisogna anche riconoscere che nei nostri temi di predicazione e di catechesi finiamo troppo spesso per infilarci in analisi sociologiche o psicologiche su ogni questione, ad esempio in problemi sociali e politici, ma una seria riflessione sulla questione della morte, non ha quasi più posto nella nostra predicazione. 

C’è chi si consola pensando che con la morte finisce tutto, ma questa non è solo la negazione di una qualche sopravvivenza oltre la vita terrena: ipotizzare l’annientamento significa in realtà rassegnarsi a vivere in un mondo profondamente ingiusto. 

In questa vita troppe volte i conti non tornano e – se dopo ci fosse il nulla – significherebbe che nessun conto potrà mai essere pareggiato.

Se tutto finisse nel nulla, bene e male, vero e falso, rettitudine e cattiveria, egoismo o carità, esserci o non esserci, diventerebbero equivalenti e la vita stessa perderebbe qualsiasi senso.

Così la morte non sarebbe più solo la fine della vita, ma la dichiarazione che tutta la vita e tutto ciò che è umano, alla fine, non avrebbero alcun senso e alcuna consistenza.

* * *
Ma torniamo alla pagina evangelica. Nella prima parte del racconto, il comportamento di Gesù appare contraddittorio.

Gli arriva la notizia della malattia dell’amico. Gesù si trovava ad almeno due giornate di cammino. Eppure non parte immediatamente, sembra perfino rallentare il passo. 

Noi vorremmo un Dio rapido come il 118, di fronte alle nostre impazienze e alle nostre richieste pressanti. 
Il Vangelo ci mostra invece una linea di condotta misteriosa.
«Gesù voleva bene a Lazzaro»… eppure, quando viene a sapere che sta male, si trattiene dei giorni, prima di partire. 

Nell’animo di Gesù c’è una tensione, solo apparentemente contraddittoria: da una parte la ricerca costante della volontà del Padre e dall’altra l’affetto autentico nei confronti dei suoi amici.

Gesù piange con i suoi amici che stanno soffrendo; piange sulla sorte tragica degli uomini, destinati tutti ad affrontare la sorte oscura della morte. Piange su di noi e sui nostri dolori. Piange e confonde le sue lacrime di Figlio di Dio, con le nostre di creature tormentate e attonite di fronte ai misteri della vita, della sofferenza e della morte.

E con il volto rigato dalle lacrime, Gesù innalza una preghiera…
E notate che nel momento più drammatico, la sua invocazione inizia con la lode: “Padre, ti ringrazio”. 

“La preghiera di Gesù – dice il catechismo – ci rivela come dobbiamo rivolgerci a Dio per chiedere. Il Donatore è più prezioso del dono accordato; il “Tesoro” è Dio, ed il cuore del Figlio suo è in lui; il dono viene concesso “in aggiunta”». (CCC 2604).

Anche per noi, quindi, al di là di ciò che Dio ci concede quando lo invochiamo, il dono più grande che può darci è la sua paternità, la sua amicizia, la sua presenza, il suo amore. 

Alla fine Dio e Dio solo è il tesoro prezioso da chiedere e custodire sempre.
Dio solo è la risurrezione e la vita.

*** 
Oggi ascoltiamo la voce della fede dalla bocca di Marta, la sorella del morto. A Gesù che le dice: «Tuo fratello risorgerà», Marta risponde con precisione: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». 

Gesù replica: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà». 

Questo è il cuore del vangelo e corrisponde esattamente al cuore di ogni nostra domanda, di ogni nostra disperazione, di ogni nostra ricerca di senso.

La morte è un fatto. I casi sono solo due. O uno è morto o è vivo. Possiamo fare tutta la filosofia che vogliamo, possiamo anche fare finta di niente, ma ad un fatto può opporsi vittoriosamente soltanto un altro fatto. 

Solo la risurrezione può salvare l’uomo dal fatto ineludibile della morte e così salvare la morte stessa e soprattutto la vita dell’uomo dalla sua insopportabile assurdità.

E in aggiunta alla morte corporale, non dimentichiamo che c’è anche un’altra morte, che è costata a Cristo la lotta più dura, addirittura il prezzo della croce: è la morte spirituale – il peccato – che minaccia di rovinare l’esistenza di ogni uomo.

***
Gesù non evita la morte al suo caro amico. Fa molto di più: entra con lui nella morte, entra con lui nel sepolcro. Non lo abbandona neanche lì, e anche lì può raggiungerlo con la sua voce potente. 

Da quando il Figlio di Dio è morto sulla croce, nessun uomo muore da solo. 

Ricordiamo ancora l’atrocità della pandemia, quando il necessario isolamento sanitario dei primi tempi costrinse tante famiglie a lasciar soli i propri cari, anche nel passaggio definitivo.
È l’orrore che continua in tante morti nelle guerre, nelle calamità naturali; ma, a pensarci bene, in ogni morte c’è comunque una solitudine impenetrabile.

In realtà però nessun uomo muore solo, perché il Figlio di Dio, che di per se stesso non poteva morire, ha preso la nostra umanità proprio per essere accanto a ciascuno di noi in quell’ora definitiva.

L’apostolo Tommaso intendeva lanciare uno sproposito, ma in realtà aveva proprio ragione nel dire: «Andiamo anche noi a morire con lui!».

***
Per vincere la morte – la morte dell’anima e la morte del corpo – Cristo ha subito la passione.
La sua risurrezione non è stata solo il “ritorno” alla vita precedente, come invece oggi accade a Lazzaro.
Lazzaro torna indietro, torna alla vita mortale.
Gesù procede in avanti, entrando nella pienezza della vita.

La risurrezione di Cristo non è un ritorno a questa vita, ma l’ingresso in una realtà nuova, un “nuovo mondo”, finalmente ricongiunto con il Cielo di Dio. 

L’esempio di Marta e Maria ci aiuti a dire con fede: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio», a scoprire veramente che Lui è la nostra salvezza, in lui solo troviamo un solido appoggio nell’ultimo passaggio, in lui solo troviamo perdono e vita immortale.

La morte è sconfitta e la risurrezione dell’uomo è l’ultima parola della misericordia del Signore. 

Il Vangelo di oggi è una parola “gridata”: «Vieni fuori!».

La celebrazione della Pasqua ormai vicina ci aiuti a riconquistare e ad accrescere la certezza che un giorno questa parola sarà gridata anche per ciascuno di noi e per il mondo intero.

***
Signore Gesù,
dall’oscurità della mia tomba,
dove non c’è più tempo
e i pensieri si spengono come braci,
io non ti cercavo più.

Non c’era più vita e quindi nessuna speranza.
Eppure la tua voce è arrivata fino qui,
oltre la pietra, oltre il silenzio,
oltre quella soglia che sigilla le tenebre.

Hai gridato. Hai pronunciato il mio nome.
Non era solo un comando,
era una promessa.

Non era solo forza,
era un amore che non si rassegna.

Sono uscito, Signore.
Ma non sono più lo stesso.

So che dovrò morire ancora.
So che questa vita restituita
non è ancora la pienezza.

Ma ora la morte non è più uguale.
Non è più un luogo vuoto,
non è più un silenzio senza risposta.
Perché tu sei entrato anche lì.


Perché anche tu sai cosa vuol dire morire.

E io ti ho sentito.
Ora so che anche nel buio più profondo
la tua voce può raggiungermi.
Che nessuna pietra è così pesante
da soffocare il tuo richiamo.

Fa’ che non dimentichi mai
il momento in cui hai gridato il mio nome

e mi hai chiamato fuori.

Fa’ che viva ogni giorno
come uno che è già stato cercato nella morte
e riportato alla vita.

E quando verrà di nuovo la mia ora
e si chiuderà ancora quella soglia,
donami di riconoscere la tua voce.

E di uscire, ancora,
non più verso una vita che comunque finisce,
ma verso di Te
che sei la vita eterna.

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