Domenica delle Palme Anno A
Mi perdonerete una omelia forse un poco irrituale. Ci sono molti modi di guardare al mistero della Passione di Cristo. Oggi vi propongo di farlo con gli occhi di Barabba, l’assassino che venne graziato dalla folla al posto di Gesù. C’è una buona dose di immaginazione in questo racconto che mettiamo sulla bocca Barabba. Ma c’è tanto di una verità che sorpassa qualsiasi comprensione umana di quanto stiamo rivivendo in questi giorni santi.
Mi chiamano Barabba.
Non è un nome, è una ferita.
Bar–abbá: letteralmente “figlio del padre”. È proprio come “figlio di M ignota”.
Come se bastasse. Come se bastasse dire “figlio” senza sapere di chi.
Senza volto, senza storia. Un nome che riempie il vuoto con una parola generica.
Io, invece, il vuoto l’ho imparato presto: cresce dentro, come una stanza senza porte.
Sono diventato quello che tutti sanno. Violento. Ribelle. Assassino, infine.
Non nego nulla. La rabbia è stata la mia legge, e il coltello la mia risposta.
Quando non hai un padre, ti fai giustizia da solo. O almeno così credi.
Poi mi hanno preso.
Sapevo perfettamente come sarebbe andata a finire. La croce.
Ne avevo viste. La croce non è solo morte, è esposizione.
Ti appendono nudo alla vista di tutti. Come per dire: “Ecco cosa sei”.
Quella mattina sentii un trambusto diverso dal solito.
Voci, passi, una tensione che filtrava fin dentro le mura.
Non capivo, ma capivo che c’entrava con me.
Quando aprirono la porta, la luce mi ferì gli occhi.
Mi trascinarono fuori.
Il cortile era pieno di gente che urlava.
Il governatore, i capi dei giudei, la folla. E accanto a me… lui.
Non lo avevo mai visto da vicino.
Ovviamente ne avevo sentito parlare.
Un profeta. Faceva miracoli.
Qualcuno era convinto che fosse il Messia.
Io non ho mai creduto a niente. Nessun dio a proteggermi.
Era diverso. Non per quello che faceva: non stava facendo nulla.
Per come stava lì. Come uno che non ha bisogno di difendersi.
Il governatore parlò, ma io ascoltavo solo il rumore della gente.
Come un mare agitato. Pilato disse qualcosa sulla liberazione di un prigioniero.
Una scelta.
Una scelta tra me e lui.
Mi venne da ridere, dentro.
Non c’era possibilità di scelta.
Io ero colpevole. Lui, qualunque cosa fosse, non lo era.
Lo vedevo. Lo vedevano tutti.
Eppure…
«Barabba!»
Il nome rimbalzò, si moltiplicò. «Barabba!»
All’inizio credevo di aver capito male. Ma la folla lo ripeteva, sempre più forte. Più deciso.
«Barabba!»
Mi girai verso di lui.
Non c’era traccia di rabbia sul suo volto. Non aveva paura.
Come se il mondo si fosse rovesciato all’improvviso.
Il governatore insistette: «E cosa me ne faccio di lui?»
«Crocifiggilo!»
Non lo dimenticherò mai quel grido.
Non perché fosse forte, ma perché era… vuoto.
Come se venisse da un posto dove non c’è più niente.
Poi accadde.
Mi sciolsero.
Le corde caddero. Le mani libere. Non era mai successo. Non così. Non a me.
«Sei libero». Libertà…
La parola mi suonò estranea.
Libero perché? Perché io?
Non avevo fatto nulla per meritarmelo. Nulla per cambiare destino.
Eppure le catene non c’erano più.
Lo presero. Lo portarono via.
E io… io rimasi lì, con le braccia improvvisamente troppo leggere,
ma con un peso addosso che non capivo.
Avrei dovuto sparire. Tornare ai fatti miei.
Invece rimasi. Mi confusi tra la gente. Seguii a distanza.
Non lo facevo per lui. O così dicevo a me stesso.
Lo facevo per capire cosa era successo a me.
Lo vidi quando lo flagellavano.
Di quelle sevizie ne avevo viste. I Romani erano maestri.
Conosco la violenza. Ma quella era diversa. Non per i colpi.
Per il modo in cui li riceveva.
Non si difendeva. Non c’era odio nei suoi occhi.
Non c’era neanche quella rassegnazione che avevo visto in altri condannati.
In lui c’era… una specie di decisione.
Come se stesse scegliendo di restare.
I soldati lo deridevano. Una corona di spine, un mantello. «Re».
Ridevano. Io non ridevo.
Non sapevo più da che parte stare. Io, che avevo sempre avuto il coraggio di scegliere una parte.
Gli misero addosso il patibolo. Io conosco quel legno.
So cosa significa. Lui lo portava come si porta un destino già accettato.
Ci cadde sotto. Più di una volta. Lo fecero aiutare da un uomo di passaggio.
Forse per un attimo ha incrociato i miei occhi. Solo un istante.
Non c’era accusa, nel suo sguardo.
Non c’era rimprovero. E questo… questo mi ferì più di qualsiasi rimprovero.
Arrivammo al Calvario.
Non sono salito. Sono rimasto sotto, in mezzo alla gente.
Vedevo tutto. I chiodi. La croce che si alza.
Il corpo che pesa.
Conosco quella scena. Avrei dovuto esserci io, lassù.
Io.
E invece no.
Le ore passarono lente. La gente parlava, insultava. Io tacevo.
Dentro, si muoveva qualcosa.
Un pensiero che ritornava, insistente: al posto mio.
Al posto mio.
Una frase che non avevo mai pensato.
Io non ho mai lasciato il mio posto a qualcuno.
Io sono abituato a prendere, non a lasciare.
Lo sentii dire con fatica alcune cose.
«Padre, perdona loro…»
Padre.
Io non uso mai quella parola.
Non posso. Non so a chi dirla.
Ma lui la diceva. Come si dice qualcosa di sicuro, come una certezza.
Come si chiama qualcuno che risponde.
Padre.
Il cielo cambiò d’improvviso. Il sole si spense.
La gente cominciò ad agitarsi.
Non capivo, ma capivo che non era normale.
E lui… parlava ancora. A fatica.
Non ho inteso tutte le parole. Ma ne ho capito il senso.
Non stava perdendo. Stava donando.
Non gli stavano togliendo la vita. La stava consegnando.
Un grido. E poi… il silenzio.
Rimasi ancora lì,
Non riuscivo a staccarmi da quella croce.
La terra tremò. La gente si disperse. Io restai lì.
Al posto mio.
Quel pensiero mi tormentava.
Se è vero – se è davvero al posto mio – allora la mia libertà non è un caso.
Non è fortuna. Non è errore.
È… un dono.
Qualcuno ha preso il mio posto perché io potessi prendere il suo.
Ma il suo posto… qual è?
Figlio.
Figlio del Padre.
Bar-Abbá…
Il mio nome mi tornò addosso, come non era mai successo.
Barabba.
Il nome del vuoto, avevo sempre pensato.
Una beffa. Un’etichetta senza contenuto.
E se invece fosse una promessa?
E se il Nazareno, morendo al mio posto, avesse dato un senso al mio nome?
Non so dirlo bene. Non so usare le parole dei sapienti.
Io so solo quello che ho visto.
Ho visto un uomo innocente prendere la mia condanna.
Ho visto uno che poteva salvarsi scegliere di non farlo.
Ho visto qualcuno chiamare Dio “Padre” mentre moriva.
E ho sentito che quella parola – in qualche modo – ora riguardava anche me.
Non sono cambiato in un momento. Non succede mai così.
La violenza non ti lascia subito. Il passato non si cancella.
Ma da quel giorno… qualcosa ha cominciato a scavarmi dentro.
E forse, un giorno, avrò il coraggio di dirla forte anch’io quella parola che lui ha detto.
Non come un ladro che ruba un nome.
Ma come un figlio che lo riceve.
