Testimone della luce

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Terza domenica di Avvento B
Dopo il prologo del vangelo di Marco, che abbiamo ascoltato domenica scorsa, la liturgia di questa III domenica di Avvento ci fa aprire la prima pagina del Vangelo di Giovanni: non proprio dall’inizio, ma a partire da un punto assolutamente cruciale.
“Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni”.
“Venne un uomo…”, letteralmente “accadde un uomo”.
Il passaggio è cruciale perché le famosissime parole che precedono – e che riascolteremo nella grande festa del Natale – sono una contemplazione del mistero eterno di Dio, prima del tempo e fuori del tempo: “In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio…”.
Del Verbo di Dio si dice che “era”: come dire che semplicemente esiste da sempre e per sempre, nell’eternità.

Di Giovanni invece ascoltiamo: “Venne un uomo”. Giovanni appare in un luogo e in un punto preciso della cronologia, della storia dell’umanità.
L’eternità di Dio, dunque, si aggancia al tempo; o meglio è il contrario…: questo tempo che passa come un soffio, si aggancia all’eternità, a colui che è perfetto, immutabile, sempre attuale, sempre giovane.
Giovanni Battista è stato mandato dal Padre come anello di congiunzione tra la sua eternità perfettissima e la storia dell’uomo, limitata e provvisoria.
La predica potrebbe fermarsi qui: ne avremmo già parecchio da riflettere: la nostra storia, la mia storia è connessa al mistero di Dio.
Cosa c’entra la mia vita, le mie piccole vicende, la mia ricerca di verità e di amore, le mie frustrazioni, le mie ansie, i desideri, i piccoli grandi progetti… cosa c’entrano le mie solitudini e le mie incertezze, le mie aspirazioni e le mie attese… con l’eternità di Dio, con la sua grandezza, o anche solo con la salvezza del mondo, con la grande storia dell’umanità?
Certo tutto ruota attorno alla carne umana del Figlio di Dio, “Il Verbo che si fece carne”, ma Dio che l’inizio di questa storia fosse Giovanni.
Giovanni non è l’ultimo degli Antichi, è invece il primo dei Nuovi. Il Nuovo Testamento, la storia della grande risalita dell’umanità verso l’abbraccio di Dio Padre, inizia un passo prima di Gesù di Nazareth, inizia con Giovanni il testimone.
“Venne per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui”.
“…tutti credessero per mezzo di Giovanni”: è una affermazione assoluta, solenne. Giovanni ha un ruolo imprescindibile. Non solo prepara la prima venuta di Gesù nella storia 2000 anni fa, ma la sua testimonianza ruvida, tagliente, sincera prepara ogni generazione di veri credenti alla manifestazione del Salvatore.
Giovanni ci trascina quasi nel deserto, per metterci davanti a noi stessi, al nostro limite, al nostro bisogno di riscatto.
È sorprendente che il contenuto fondamentale di questa testimonianza di Giovanni sia anzitutto una negazione. Il vangelo lo dice con una solennità inusuale:
Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo».
Già solo questo potrebbe bastare per fare di Giovanni davvero un testimone di luce.
La tentazione primordiale dell’uomo, infatti, la radice di ogni altra tentazione e di ogni altro peccato è quella di prendere il posto di Dio: “Sarai come Dio” disse il serpente ad Adamo.
È la tentazione di bastare a se stessi, che può nascere dall’orgoglio, dalla pretesa di decidere autonomamente il bene e il male, il vero e il falso, il bello e il brutto.
Ma può nascere anche dalla pigrizia spirituale, dalla indifferenza, dal lasciarsi vivere passivamente dalla vita, lasciandosi cullare come amebe dalle giornate che passano, senza cercare in esse i segni della volontà di Dio.
Ma qual è il segreto di Giovanni? da dove nasce questa vita, questa interiorità così forte, così retta, così coerente, spesa in modo così totale per Dio e preparare la strada a Gesù?
La risposta è semplice: tutto nasce dal rapporto con Dio, in una parola dalla preghiera, che è il filo conduttore di tutta l’esistenza del Precursore.
Il deserto in cui Giovanni vive e predica è il luogo della tentazione, ma anche il luogo in cui l’uomo tocca con mano la propria povertà, perché privo di appoggi e sicurezze materiali, e comprende come l’unico punto di riferimento solido rimane Dio solo.
Giovanni Battista è uomo di preghiera, del contatto permanente con Dio, ma anche maestro di preghiera, come testimonieranno i discepoli chiedendo a Gesù: «Signore insegnaci a pregare, come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».
“Siate sempre lieti, pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie”. 
In questa domenica consacrata alla gioia, anche l’apostolo ci sollecita alla preghiera ininterrotta, potremmo dire a quell’arte, insegnata da Giovanni, di vivere l’intera esistenza nella relazione con Dio per mezzo di Gesù.
È molto di più che un semplice invito alla conversione, a cambiare stile di vita. Pregare è lasciare che Cristo cresca dentro di noi e che sia lui, Cristo, ad orientare il nostro pensiero e le nostre azioni.
La preghiera non è tempo perso, non è rubare spazio alle attività, anche a quelle apostoliche o caritative, ma è esattamente il contrario.
Solo se se siamo capaci di avere una vita di preghiera fedele, costante, fiduciosa, sarà Dio stesso a darci capacità e forza per vivere in modo felice e sereno, superare le difficoltà e testimoniarlo con coraggio.
Non sono io il Cristo. Non sono io il primo. Non sono io l’ultimo. Non so io Dio.
Questa è la solenne testimonianza di Giovanni. Questo è l’inizio del Vangelo, l’inizio della buona notizia. Questo è l’inizio della gioia.
Vieni presto, Signore.

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