contro la notte

Sabato della seconda settimana di Avvento

Traduzione liturgica: Sorga in noi, Dio onnipotente, lo splendore della tua gloria, Cristo tuo unico Figlio; la sua venuta vinca le tenebre del male e ci riveli al mondo come figli della luce.

Testo originale: Oriátur, quæsumus, omnípotens Deus, in córdibus nostris splendor glóriæ tuæ, ut, omni noctis obscuritáte subláta, fílios nos esse lucis Unigéniti tui maniféstet advéntus.

Traduzione servile: Sorga, ti preghiamo, onnipotente Iddio, nei nostri cuori lo splendore della tua gloria, affinché eliminata ogni oscurità della notte, la venuta del tuo Unigenito manifesti che siamo figli della luce.

L’orazione risale ai tempi di Papa Leone Magno (440-461), il grande pontefice vissuto nell’epoca del Concilio di Calcedonia, il Concilio che affrontò la questione delle due nature di Cristo, vero Dio e vero uomo; per l’occidente fu anche l’epoca del dissolvimento delle strutture dell’Impero e delle invasioni degli Unni di Attila e dei Vandali di Genserico che saccheggiarono la città eterna. Papa Leone, che aveva fatto tutto il possibile per salvare il suo popolo, era fermamente convinto che in mezzo a tanta rovina e devastazione, la solidità della fede nell’Uomo-Dio sia la roccia sulla quale ricostruire il futuro.

È singolare notare – ed è perfino commovente – che le preghiere del fondo leoniano, pur provenendo da un’epoca così drammaticamente travagliata, riecheggino più della contemplazione del mistero della fede che delle pur pressanti preoccupazioni e necessità della vita. 

L’orazione di oggi è intessuta della simbologia biblica della luce, molto appropriata al tempo dell’Avvento e si apre quasi con un grido struggente: Sorga Cristo, lo splendore della tua gloria (cfr Ebr 1,3)! Il testo originale specifica “nei nostri cuori”, alludendo a quel terzo avvento, di cui parlano i Padri della Chiesa: tra quello di Betlemme e il giudizio finale, c’é quell’Avvento nascosto, quotidiano, interiore, non meno decisivo, perché accade nella quotidiana e drammatica lotta contro il male.

C’è un riferimento all’oscurità della notte, che potrebbe far pensare alla notte che avvolse Giuda dopo avere tradito il Signore (Gv 13,30), una notte nemica, ostile, sempre in agguato nella vita del discepolo.

Ma il finale dell’orazione orienta verso la venuta escatologica dell’Unigenito, manifestazione definitiva non solo di Cristo, ma anche di chi gli appartiene, come ricorda l’apostolo: “Quando si manifesterà Cristo, la vostra vita, allora anche voi sarete manifestati con lui nella gloria” (Col 3,4) e “la creazione attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio” (Rom 8,19). 

Cristo già adesso è risorto ed è nella gloria, ma questa sua vittoria è nascosta al mondo fino alla sua manifestazione gloriosa; così anche noi siamo già risorti con lui e già partecipiamo della sua vita divina, ma attendiamo con impazienza la manifestazione di questa sua gloriosa vittoria in noi.

Quella definizione di “figli della luce”, se da una parte ci esalta per la grandezza del dono, dall’altra ci ricorda il realistico richiamo del Signore: “I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce” (Lc 16,8).

 

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