Venerdì della II settimana di Avvento
Traduzione liturgica: Rafforza, o Padre, la nostra vigilanza nell’attesa del tuo Figlio, perché illuminati dalla sua parola di salvezza, andiamo incontro a lui con le lampade accese.
Testo originale: Concéde, quæsumus, omnípotens Deus, plebi tuæ advéntum Unigéniti tui cum summa vigilántia exspectáre, ut, sicut ipse dócuit auctor nostræ salútis, accénsis lampádibus in eius occúrsum vigilántes properémus.
Traduzione servile: Concedi, ti preghiamo, onnipotente Iddio, al tuo popolo di attendere con la massima vigilanza l’avvento del tuo Unigenito, perché, come lo stesso autore della nostra salvezza ha insegnato, ci affrettiamo al suo incontro vigilanti con le lampade accese.
Il Messale attinge questa orazione dal Sacramentario Gelasiano, con una piccola variazione: nell’ultima parte infatti, il testo originario chiedeva “che prepariamo le nostre anime come splendide lampade per andargli incontro” (velut fulgentes lampadas in eius occursum nostras animas præparemus).
Sullo sfondo della preghiera c’è il richiamo evangelico di Gesù alla vigilanza, “perché nell’ora che non immaginate, il Figlio dell’uomo verrà” (Mt 24,42s) e la parabola delle dieci vergini (Mt 25,1-11) con quella allusione alle lampade da mantenere accese.
La nostra conoscenza del mistero di Cristo si illumina con particolare ricchezza in questa orazione: egli è l’Unigenito, per la sua relazione unica ed esclusiva che lo rende uguale al Padre nella natura divina; ma questo titolo richiama al tempo stesso l’offerta sacrificale del Figlio amato (cfr. il sacrificio di Isacco). Cristo è dunque allo stesso tempo pantokrator (l’onnipotente) e crocifisso, atteso con desiderio e timore.
L’inciso del testo, riassume in modo mirabile la sua opera in noi con la parola e con la vita: Cristo è maestro (insegna) e “autore della nostra salvezza” (autore, cioè colui che agisce, opera).
Ciò nella parola evangelica è esortazione di Gesù ai discepoli (la vigilanza), in questa preghiera diventa invece l’oggetto di una richiesta a Dio, perché è Dio stesso, come ricorda San Paolo (Fil 2,13), che suscita in noi il volere e l’operare.
Allo stesso tempo è significativo che – secondo la prospettiva del testo più antico – le lampade accese, prima ancora che le virtù della fede e delle buone opere, siano le nostre stesse anime, rapite dal desiderio di essere con lui.
Bellissimo esempio di una teologia orante, per la quale contemplando il mistero si impara a pregare e pregando si conosce il mistero, pregando e conoscendo si impara a vivere.
