2 domenica di Natale
Fra tante celebrazioni solenni e festività, la giornata odierna ci vede convocati per nessun altro motivo, se non per il fatto di essere domenica.
La domenica è la nostra festa primordiale, è la festa che contiene tutte le feste, il giorno in cui ritroviamo noi stessi, la nostra origine e il nostro destino.
La domenica è il primo giorno della settimana: non dimentichiamolo, anche se viviamo nella civiltà del week end che pretende di fare della domenica l’ultimo giorno, noi riconosciamo nella santità del giorno del Signore l’inizio del nostro impegno, l’energia del nostro lavoro, la sorgente della nostra speranza.
Nel primo giorno, Dio disse: «Sia la luce!» e la luce fu. L’universo, tutto ciò che esiste, noi tutti siamo nati di domenica. La domenica è il Natale dell’universo.
«Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste»: il Logos eterno del Padre, la Parola, il Pensiero, la Ragione di Dio è la causa e il senso per cui tutte le cose esistono.
E noi celebriamo in questo giorno – che ritorna incessantemente in un ritmo benedetto che non è legato alla nostra volontà e ai nostri umori – la gioia di esistere e di avere in senso: esistiamo per una volontà di amore e questo stesso amore è il senso della nostra vita.
La domenica è domenica anche quando non ne abbiamo voglia, anche quando siamo tristi o stanchi. È il giorno in cui celebrare che il mondo, la vita hanno una ragione, un obiettivo, uno scopo, anche quando ci sembra il contrario, anche se siamo turbati o afflitti; è il giorno del sole che splende sempre, anche se siamo avvolti nel freddo, nella nebbia o nella notte.
La domenica ritorna per farci celebrare la vita, che – pur con tutte le sue incertezze e tribolazioni – è il dono primordiale di Dio.
«In Cristo – abbiamo ascoltato da san Paolo – Dio ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi».
Le Scritture parlano senza timore di predestinazione, non per dire che il nostro è un destino ineludibile e predeterminato, ma per assicurarci che esiste un disegno di amore e c’è una presenza costante e colma di tenerezza, che accompagna ogni passo della nostra vita, perché possiamo arrivare a essere pienamente figli: figli non di questo mondo che passa, ma figli adottivi, amati “come l’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità”.
Ma era il primo giorno dopo il sabato, quando al chiarore delle prime luci, il Signore Gesù, il “Verbo di Dio fatto carne“, è risorto vincitore dal sepolcro.
Era stato crocifisso nella sua carne umana e deposto nel sepolcro, perché “venne fra i suoi, ma i suoi non lo hanno accolto”.
Quel corpo che Maria aveva portato nel grembo e mostrato al mondo; quei piedi che hanno camminato nelle strade polverose di questo mondo; quelle mani che hanno benedetto, risanato e accarezzato; quegli occhi che hanno incrociato i nostri sguardi; quella bocca che ha annunciato l’avvento del Regno di Dio…
Gesù di Nazaret, Figlio di Dio e Figlio di Maria – condannato per i nostri peccati e trafitto dalle nostre colpe – ha vinto il peccato che lo ha condannato, ha vinto la morte che egli stesso – immortale – aveva accettato per amore. Il male, la sofferenza, la morte non possono tenerlo prigioniero.
Questo dunque è anche il destino di tutti coloro che credono in lui: “a quanti lo hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome”.
“E noi vedemmo la sua gloria…”: l’abbiamo vista e continuiamo ancora a cercarla, innamorati della sua bellezza. La celebriamo nella fede e nella preghiera, la viviamo nella carità e nel servizio fraterno.
Era domenica ancora anche il giorno cinquantesimo, quando -compiuta la Pentecoste antica – lo Spirito di Dio discese nel mondo, lo Spirito del Padre e del Figlio.
“Il Verbo era presso Dio, il Verbo era Dio”: Spirito Santo è tutto ciò che il Padre e il Figlio hanno in comune, Spirito Santo è il grembo di questa unità inscindibile: Spirito Santo è immortalità, divinità, è perfezione, unità, comunione.
Come può un oceano immenso abitare nel nostro piccolo mondo? Alle origini della creazione, lo Spirito – dice la Scrittura – aleggiava sulle acque; quello Spirito che, come la colomba di Noé, non trovava un punto sul quale discendere, perché il mondo intero è un granello di polvere di fronte alla sua grandezza e perfezione.
La santa umanità del Cristo è divenuta il suo punto di ingresso nel mondo: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia”.
Per mezzo di Cristo dunque, se siamo uniti a lui, lo Spirito abita anche in noi e ci consacra; e continuamente ci purifica e ci rinnova.
Lo Spirito che fa del Padre e del Figlio, non due ma un solo Dio, raccoglie nell’unità anche la famiglia dei discepoli di Cristo. Questa Chiesa che, per quanto possa apparire tali agli occhi del mondo, non è una aggregazione umana tra le altre, ma il Corpo di Cristo, il Tempio dello Spirito, la famiglia che diventa regno universale di Dio, il popolo che Dio continuamente riscatta e purifica nei santi sacramenti, per lavare in noi le deformazioni del peccato.
Oggi facciamo festa solo per il fatto che è domenica. Non c’è bisogno di nient’altro. Oggi, come ogni domenica, celebriamo la bellezza di esistere, la certezza di essere amati, la forza di lottare contro ogni apparenza di sconfitta.
Chi festeggia la domenica non invecchia.
Chi celebra la domenica sta sempre al sole.
Chi trova la strada della casa di Dio in questo giorno santo, trova la rotta che lo porta veramente a Casa.
