il vecchio e il bambino

Presentazione del Signore

Per la coincidenza con la domenica, assume quest’anno un grande rilievo liturgico la festa che la Chiesa celebra a 40 giorni dal Natale: la Presentazione del Signore al Tempio.

“Consacrami ogni primogenito – si legge nell’Esodo – il primo parto di ogni madre tra gli Israeliti, di uomini o di animali: esso appartiene a me”. 

Sta scritto, dunque, nella Legge di Mosè: “il primogenito maschio appartiene al Signore” e deve essere riscattato con il sacrificio di un animale.

Questo comando fu dato a Mosè ancor prima dei 10 comandamenti: proprio nel momento dell’uscita del popolo di Israele dalla schiavitù dell’Egitto.

L’ultima piaga, con la quale Dio aveva colpito gli Egiziani, era stata appunto la morte dei primogeniti d’Egitto, degli uomini e del bestiame: da questo flagello Dio aveva preservato le case degli Israeliti, che erano state segnate con il sangue dell’Agnello pasquale.

Il popolo dunque aveva contratto un debito con Dio e da quel momento ogni nascita di un primogenito maschio avrebbe dovuto, di generazione in generazione, ravvivare il patto e l’appartenenza del popolo a Dio.

«Quando il Signore – si legge ancora in Esodo – ti avrà fatto entrare nel paese del Cananeo, – cioé nella terra promessa – tu riserverai per il Signore ogni primogenito del seno materno… Riscatterai ogni primogenito dell’uomo tra i tuoi figli».

Attraverso il riscatto del primogenito, così come attraverso il sacrificio annuale dell’agnello pasquale, ogni generazione di Israeliti riconoscerà che quando Dio liberò il popolo dalla schiavitù, lo ha fatto non solo per i contemporanei di Mosè, ma per ogni figlio di Israele, per tutti i secoli.

Si legge incora in Esodo: «Quando tuo figlio domani ti chiederà: Che significa ciò?, tu gli risponderai: Con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto, dalla condizione servile. Poiché il faraone si ostinava a non lasciarci partire, il Signore ha ucciso ogni primogenito nel paese d’Egitto, i primogeniti degli uomini e i primogeniti del bestiame. Per questo io… riscatto ogni primogenito dei miei figli… per ricordare che con braccio potente il Signore ci ha fatti uscire dall’Egitto».

Non solo i nostri padri, ma noi fummo schiavi; non solo la generazione di Mosè, ma ogni Israelita, noi qui e ora, siamo stati liberati dalla schiavitù, quando Dio ha compiuto le sue meraviglie.

Lo stesso numero 40, dei giorni dalla nascita alla presentazione al tempio – numero che tornarà tra poco con la quaresima – ricorda proprio l’uscita dall’Egitto, il cammino verso la liberazione, l’inizio di tutte le grandi promesse di Dio.

Quel giorno dunque, una coppia di sposi come tante, sale alla città santa per compiere quanto era prescritto. 

Con molta discrezione, l’evangelista riferisce anche della semplicità di quella famiglia che offre un paio di tortore o di colombe: non era l’offerta prevista dalle regole, ma quella tollerata per le famiglie povere.

Esternamente, dunque, nulla lasciava presagire il valore immenso di quanto stava accadendo.

«Entrerà nel suo tempio il Signore che voi cercate… – aveva profetizzato Malachia, come abbiamo ascoltato nella prima lettura – Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire?».

Ma oggi la gloria dell’Onnipotente non si manifesta con la potenza sterminatrice dell’Esodo, con le dieci piaghe, con la colonna di fuoco o l’apertura del mare; non è il tremore e il fuoco sulla santa montagna.

È un bambino, in braccio a sua madre: questa è la potenza di Dio.

Come abbiamo ascoltato nella lettera agli Ebrei, Cristo è divenuto “partecipe del sangue e della carne” degli uomini, “per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita”. 

Ecco dunque la vera schiavitù: non l’Egitto, ma il diavolo, il peccato e la morte. Ed ecco il riscatto: il Figlio di Dio fatto bambino, partecipe del sangue e della carne dell’uomo, per far morire la morte nella sua stessa morte.

Sono gli occhi penetranti di due profeti, Simeone e Anna, anziani dal cuore giovane perché profondamente credente, che riconoscono la gloria della Nuova Alleanza: «Luce per illuminare le genti e gloria del popolo di Israele». 

Simeone non vede l’angelo sterminatore che uccide i primogeniti d’Egitto, ma l’Unigenito di Dio, nato da Maria, venuto a caricarsi del peccato del mondo.

Colui che era entrato nel tempio per essere riscattato, è lui stesso il riscatto dell’umanità. In quel bambino si incontrano l’antico e il nuovo testamento: l’antico Israele e il nuovo Popolo di Dio che ora si estende a tutti coloro che credono in lui, divenendo figli di Abramo per la fede.

Simeone è un vero profeta, un uomo di Dio, e si preoccupa non di essere gradito o compreso, ma di dire le cose come stanno, di essere sincero, di rivelare le vie di Dio e non le illusioni degli uomini.

Simeone presenta il Signore Gesù come la fonte unica della salvezza per l’umanità intera; e precisa che il suo benedetto ingresso nella nostra storia – proprio perché è storia di creature libere che possono accogliere o rifiutare l’amore del loro Creatore – assume anche la natura drammatica di un giudizio: «Egli è qui per la caduta e la risurrezione… segno di contraddizione… perché siano svelati i pensieri di molti cuori».

Con il suo cantico pieno di commozione e di gratitudine per aver incontrato il Signore, Simeone aveva rallegrato ed entusiasmato Maria, ma ora non le nasconde il dolore che l’aspetta: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima».

Quando appare la una grande luce, si fanno più nitide anche le ombre. E vero un uomo di Dio non può nasconderlo. 

La vita non è una favola dal lieto fine obbligatorio, come nei film americani: la vita è un dramma dove si può decidre di accogliere il Salvatore o rifiutarlo, perché l’amore di Dio si propone e non si impone e resta sempre la tragica possibilità di rifiutarlo.

Gesù sarà dunque la causa della più profonda divisione tra gli uomini: quindi non è sempre vero che dobbiamo guardare più a ciò che ci unisce che a ciò che ci divide. 

Se vogliamo essere sicuri, dobbiamo guardare a Cristo: in lui e solo in lui – luce per illuminare le genti – va cercata la sorgente della salvezza eterna e della pace tra gli uomini.

E profeti così, come Simeone, dobbiamo esserlo tutti.

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