L’antica introduzione alla Preghiera del Signore, sia nel rito romano della Messa che in quello ambrosiano, merita un poco di attenzione: «Obbedienti alla parola del Signore e formati al suo divino insegnamento, osiamo dire…».
Attualmente il Messale in italiano ne presenta varie alternative, quasi suggerendo l’ipotesi (non codificata però) che il celebrante possa sostituirla anche con altre parole e per questo motivo oggi si sente risuonare sempre più infrequentemente nelle nostre celebrazioni.
Il testo originale latino (che si attribuisce tradizionalmente a San Gregorio Magno, ma potrebbe essere più antico) dice: «Præceptis salutaribus moniti et divina institutione formati, audemus dicere».
Si potrebbe tradurre letteralmente: «Da precetti di salvezza esortati (dal verbo moneo: “esortati, incitati, persuasi, ammoniti…) e da divina educazione (institutio: significa disposizione, decisione, ma anche formazione, educazione) plasmati (formati: participio perfetto del verbo formo, formare, plasmare, allevare), osiamo dire».
Per quanto possa sembrare strano, non credo che sia del tutto fuori luogo pensare che questa introduzione sia essa stessa una preghiera, che cioè sia rivolta a Dio e non al popolo. Ne fa fede il fatto che, prima della riforma liturgica, fu costantemente preceduta dal consueto invito «Oremus» che introduce tutte le orazioni. Se fosse originariamente una monizione rivolta al popolo per suscitare la preghiera, sarebbe in effetti più plausibile che spettasse al diacono, più che al celebrante.
Inoltre possiamo notare che l’introduzione all’Orazione del Signore è rivolta a Dio in tutti gli altri riti liturgici.
Nel rito bizantino, quasi a continuazione e coronamento dell’anafora, il sacerdote prosegue: «E rendici degni, o Signore, che con piena fiducia e senza condanna osiamo invocare te, Dio Padre celeste, e dire:…».
Il rito mozarabico ha una grandissima varietà di introduzioni al Padre Nostro: si trovano nel proprio della Messa di ogni giorno e si tratta sempre di preghiere, spesso rivolte al Figlio che ci ha messo sulle labbra le sue stesse parole.
Si potrebbe a questo punto riflettere sul fatto che troppo spesso, durante la Celebrazione, non abbiamo più coscienza non solo di “che cosa” diciamo, ma soprattutto “a chi” lo diciamo. Ne è una tragica riprova la superficialità della redazione delle preghiere dei fedeli: là dove il messale dice che si devono proporre non preghiere (rivolte a Dio), ma intenzioni di preghiera (cioè inviti ai fedeli perché preghino), la prassi vede ormai un sovrapporsi schizofrenico di preghiere e di intenzioni.
È indubbiamente un segno di crisi spirituale, l’aver perso la capacità di comprendere a chi sono orientati, (cioè destinati, rivolti) i gesti e le parole del rito liturgico, come se rivolgersi a Dio o agli uomini sia del tutto indifferente.
Vale la pena di ricordare che le intenzioni nella preghiera dei fedeli rientrano originariamente tra le funzioni del diacono, il quale (ordinato per il ministero e non per il sacerdozio, come insegnano i concili) si rivolge al popolo e non a Dio e questo è il modello al quale ci si deve attenere nella redazione di questi testi: la vera “preghiera” dei fedeli è l’invocazione “Ascoltaci, Signore” o simili, o addirittura il silenzio.
Ritornando alla introduzione del Padre nostro, è tutto da riscoprire l’infinito stupore che deve accompagnare la preghiera. Non siamo figli di Dio per natura, ma per grazia e se non fosse per un precetto di salvezza e per una parola divina che ri-plasma la nostra identità non potremmo osare rivolgerci a Dio come al “Padre”.
La paternità di Dio è il mistero che ogni generazione cristiana deve in qualche modo riconquistare, anzi il mistero che ogni giorno e in ogni momento il credente deve ricevere come un dono esuberante.
Non era senza significato il fatto che, prima della riforma, i fedeli più che pronunciare il Padre nostro dovessero ascoltarlo dal celebrante, salvo intervenire nell’ultima invocazione “ma liberaci dal male”.
Può sembrare contraddittorio, che una preghiera non si reciti ma si ascolti; in realtà è una logica profondamente cristiana: non sono parole che ci affiorano “da dentro”, ma che riceviamo come un dono da Cristo, l’unico Figlio di Dio («Voi, quando pregate, dite…»).
Il Padre nostro più che “detto”, va “ascoltato”, sempre ricevuto da un mistero di amore che ci sorpassa e ci avvolge e che trasforma la nostra natura, divinizzandoci.
Oggi il rito prevede la recita corale della preghiera: essa avrò frutto nella misura in cui non sia solo l’insieme di tante voci individuali, ma come il coro di chi per poter cantare, deve allo stesso tempo e ancor prima ascoltare.
