un senso ce l’ha

Natale – Messa del giorno

Bentivoglio 25 dicembre 2022

Alcuni giorni fa siamo stati raggiunti da una bella notizia che in parte riguarda anche questa comunità di Bentivoglio e poi anche Cinquanta di San Giorgio di Piano, ma soprattutto la comunità di Sant’Agata Bolognese.

Il Papa, infatti, ha riconosciuto le virtù eroiche di suor Teresa Veronesi, la religiosa delle Minime dell’Addolorata di Santa Clelia Barbieri, che offrì proprio a Bentivoglio i primi anni del suo apostolato come religiosa, nella Scuola Materna voluta dal Marchese Carlo Alberto Pizzardi all’interno del Castello.

In pratica significa che tutto quello che si doveva indagare sulla santità di questa donna è stato riconosciuto valido. Resta solo di attendere un miracolo, un segno dal cielo, attribuito alla sua intercessione, per procedere alla sua beatificazione.

Suor Teresa è rimasta nella memoria di Bentivoglio come “la suora del Castello”, infaticabile nella sua attenzione ai bambini e alle famiglie, ma soprattutto per un gesto eroico da lei compiuto, per aver salvato dall’annegamento un bambino, gettandosi nelle acque fangose e profonde, nelle quali era rimasto incastrato.

Ecco, proprio quell’episodio mi ha fatto pensare tanto al mistero che oggi riviviamo, della nascita del Figlio di Dio nella nostra carne umana.

Potremmo ben dire che l’Altissimo Iddio, vedendo l’umanità affondare nel fango dei suoi errori e del suo peccato, non si è limitato a chiamare i soccorsi o lanciare una corda, un appiglio, ma si è gettato lui stesso nel fango, a rischio di morire, anzi proprio fino a dare la vita per noi.

Per questo, vorrei che almeno noi che siamo qui attorno a questo altare nella santità di questo giorno, nelle effusioni fraterne e di amicizia che circondano questa solennità, ci impegnassimo a dire sempre “Buon Natale” e non ci rassegnassimo a quello sbiadito augurio di “Buone feste”, che è un modo elegante per evitare di chiamare con il suo nome il grande evento che da oggi all’Epifania, riviviamo nella santa Eucaristia.

Quel Corpo che è nato dalla Vergine Maria nella città chiamata “Betlemme”, cioé “Casa del Pane” è lo stesso Corpo del Salvatore che si rende presente nel grembo della Chiesa, nella vera Casa del Pane, nel vero presepio che è questo altare, questa Eucaristia.

È il Corpo di Gesù, è il Verbo eterno di Dio, l’Altissimo inconoscibile Iddio, il Creatore e Signore di tutte le cose che “si è fatto carne”, come abbiamo ascoltato nella solenne pagina di questa Messa.

Cosa significa “Il Verbo si è fatto carne”?

Anzitutto significa che il Verbo esiste, in greco il “Logos”: esiste cioè un senso, una ragione, un perché delle cose. 

Per quanto la nostra vita personale e sociale possa sembrare confusa, spesso indecifrabile, dolorosa, assurda, senza capo né coda, noi sappiamo che c’è un Logos, c’è una logica, c’è un disegno in tutte le cose.

Un disegno, una logica che spesso ci appare incomprensibile e nascosta, perché troppo più grande di noi, non commensurata alla ristrettezza dei nostri cuori e delle nostre intelligenze.

Il Natale annuncia che questo Logos non è un freddo calcolo, una volontà asettica e impersonale. Il Logos è una persona, la sua origine è eterna; la sua origine è l’Amore.

Tanto che colui che è stato generato fuori del tempo dalla Paternità di Dio, ha voluto essere generato nel tempo dalla Vergine Maria.

A questo mondo c’è un uomo al quale Dio può dire, non per metafora, ma in modo reale e pieno: “Tu sei mio Figlio!”.

Ma a questo mondo c’è anche una donna, che può dire a Dio, in modo altrettanto reale e pieno: “Tu sei mio Figlio”.

A questo mondo c’è un Dio, che può dire a una donna: “Tu sei la mia mamma!”.

“Il Verbo si è fatto carne”. In modo molto provocatorio l’evangelista Giovanni non dice “si è fatto uomo”, ma sceglie la parola “carne”, per intendere tutta la concretezza, la fragilità e il limite di ciò che siamo.

Sì, davvero Dio si è buttato nelle acque fredde e fangose nelle quali eravamo impigliati. 

I Padri della Chiesa avevano un modo di dire che ripetevano spesso: “Dio non salva se non ciò che ha assunto”. E oggi contempliamo che Dio ha assunto la carne, la fragilità umana, ha assunto la nostra lotta per la vita, la nostra ricerca di verità e di giustizia, il nostro profondo, radicale bisogno di amare e di essere amati. Dio ha assunto e salvato anche la nostra sofferenza e perfino la morte.

Per questo a Natale non celebriamo soltanto la nascita di Gesù. Natale è anche la festa della nostra rinascita, la festa della rinascita dell’uomo. È la scoperta nuova di quanto vale un essere umano.

Se Dio si è fatto bambino, se è nato in una stalla, se ha pianto e ha riso e ha giocato come tutti i bambini, se ha legato la sua esperienza di vita a quella dell’uomo; allora non si può far soffrire o lasciar soffrire un uomo, chiunque egli sia, senza colpire direttamente il Figlio di Dio, divenuto nostro fratello, il primo fratello. 

Ogni uomo è mio fratello. In ogni uomo si riflette il volto di quel primo fratello.

Il Natale, allora, è una festa scomoda: contesta fortemente ogni scelta, ogni abitudine e comportamento, ogni stile di vita non improntati alla solidarietà e all’attenzione concreta verso chi soffre, verso i poveri, gli ultimi con i quali Cristo si è identificato. 

Pochi giorni fa, un giovane, seriamente impegnato nella sua parrocchia, mi ha detto che secondo lui un essere umano diventa una persona solo nel momento in cui nasce, in cui viene alla luce e viene riconosciuto come persona. Si parlava evidentemente della possibilità dell’aborto e lui lo faceva rispecchiando una mentalità ormai molto diffusa anche nei nostri ambienti.

Il Natale al contrario è la conferma più alta, la conferma soprannaturale, di quanto la ragione umana più pura e illuminata aveva già potuto comprendere.

“Agisci in modo – dice il filosofo – da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”. Immanuel Kant aveva già intuito razionalmente che la persona umana vale di per se stessa: la sua dignità non nasce dal riconoscimento di altri, ma dal solo fatto di esistere.

Non è ammissibile alcun compromesso su questo: non è l’uomo che decide se l’altro è persona, se una vita è degna di essere vissuta. Al contrario: l’umanità mia e quella dell’altro mi interpella, chiede di essere riconosciuta, accolta, accompagnata, difesa, protetta, sostenuta.

E se queste sono le conclusioni della migliore razionalità filosofica, quanto maggiore deve essere la consapevolezza di chi celebra il Natale non come la festa dell’inverno, ma come la nascita nella carne umana del Figlio di Dio.

«Da quando Dio è uno dei nostri bambini, – ha scritto il Cardinale Zuppi – nessuno osi mortificare il più piccolo dei nostri figli, perché Dio è nel suo volto».

Il Natale non è l’arroganza di un uomo che si fa Dio, ma l’amore di un Dio che si fa uomo.

Natale dunque è respingere la tentazione satanica di attentare al posto di Dio, pretendendo di poter noi decidere su noi stessi o sull’altro; l’ideologia dell’uomo che si fa dio e che pretende di poter decidere quando dare e togliere la vita, persino di determinare il sesso; insomma, vuole a tutti costi la vita (fecondazione artificiale, maternità surrogata…) e nello stesso tempo procura la morte (aborto, gender, eutanasia, …): una schizofrenia.

Le luci che adornano il Natale e alle quali nessuno vuole rinunciare anche se ha perso la fede, sono sintomo del bisogno di Luce, di Verità che gli esseri umani hanno e non di rado invocano. 

E a questo proposito, permettetemi di riproporvi, per concludere, due riferimenti gastronomici del Cardinale Giacomo Biffi, che sicuramente ricordate.

Parlando ai catechisti nell’anno 2000, disse: «È già una fortuna non piccola e non occasionale — che ci viene dalla nostra professione di fede — quella di conoscere il senso di alcune piccole consuetudini e di alcune circostanze occasionali. Per esempio, tutti mangiamo il panettone a Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano. Non è che il loro panettone sia necessariamente più buono di quello dei non credenti: è semplicemente più ragionevole».

E l’altro celebre riferimento, lo troviamo nell’omelia per la festa di San Petronio del 1985, in cui il Cardinale si rivolgeva direttamente al suo santo predecessore: «Caro San Petronio, come posso riuscire a persuadere tutti i bolognesi, senza eccezioni, che anche i tortellini riescono più gustosi se si mangiano avendo nel cuore non la prospettiva orrenda dell’annientamento e della morte come assurda conclusione di tutto, ma la speranza certa della vita eterna, che ha sorretto i nostri padri morti nella fede di Cristo?».

Ecco, vi auguro una buona dose di tortellini e di panettone. Vi auguro di poterli gustare nella gioia di conoscere il senso di questa storia, perché – con buona pace di Vasco Rossi – questa storia un senso ce l’ha e oggi quel senso oggi si è fatto carne.

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