Trentatreesima domenica del tempo ordinario C
Il brano evangelico di questa domenica è ambientato quando ormai Gesù è arrivato da qualche giorno a Gerusalemme. Ha già compiuto il suo ingresso messianico, acclamato dalle folle; quello che noi ricordiamo nella liturgia delle domenica delle Palme.
Il suo tradimento e la sua uccisione, sono questione di giorni, poche ore ancora.
Gesù ne è profondamente consapevole. Mentre i suoi discepoli sono rapiti dalla bellezza e dalla imponenza del Tempio di Gerusalemme, la Casa di Dio in mezzo al suo popolo.
Per gli Ebrei, il Tempio era una certezza: il popolo di Israele avrebbe potuto subire ogni sventura a causa dei suoi tradimenti e della sua infedeltà, ma nel Tempio di Gerusalemme sapeva di poter sempre trovare sempre il perdono e la benedizione di Dio.
Possiamo immaginare lo sconcerto di chi ascoltava Gesù, soprattutto tra i suoi discepoli. Mentre tutto il lungo viaggio dalla Galilea, Gesù aveva rimarcato in modo quasi ossessivo che la meta del suo viaggio era Gerusalemme, ora con parole dal realismo inquietante, il Maestro preannuncia l’uscita di scena di questa città e soprattutto del suo massimo simbolo, il tempio – l’unico luogo che per la fede di Israele poteva esser definito sacro – come accade appunto pochi decenni dopo nell’anno 70, da parte dell’Imperatore Tito Vespasiano.
Nonostante che più di una volta il Tempio di Gerusalemme fosse stato profanato e distrutto, gli Ebrei pensavano che la fine del Tempio sarebbe un po’ come la fine del mondo, perché senza Tempio – cioè senza l’unico luogo possibile dell’incontro con l’altissimo e inaccessibile Iddio – il mondo non avrebbe più senso di esistere.
Ecco perché le domande angosciate che vengono rivolte a Gesù, dopo che ha annunciato questa profezia, riguardano in realtà la fine del mondo.
Bisogna chiarire che la risposta di Gesù rifugge da qualsiasi indicazione cronologica: Gesù non ha mai voluto in alcun modo dare indicazioni cronologiche!
Qualsiasi tentativo di identificare il tempo della fine sarebbe un tradimento del vangelo. E questo è ribadito anche nel brano di oggi: «Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro!».
Come quando si fa girare velocissimo un videoregistratore, Gesù fa passare davanti a sé in pochissime battute la storia del mondo, soprattutto la storia dei suoi discepoli, della sua Chiesa.
«Vi saranno in diversi luoghi terremoti, carestie e pestilenze; …metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno,… e uccideranno alcuni di voi,… sarete odiati da tutti a causa del mio nome».
Gesù non sta facendo riferimento a nessun episodio in particolare: in queste parole c’è tutta la storia dell’umanità e della Chiesa.
Non dobbiamo mai aspettarci un avvenire tutto di pace e un’esistenza garantita contro tutti i guai.
Anzi, la promessa che abbiamo ricevuto è molto diversa: «Metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno».
Il gregge di Cristo in ogni secolo è stato fatto oggetto di soprusi, di intimidazioni, di violenze e la stagione dei martiri non è mai finita; anzi, a essere precisi, si calcola che la nostra è in assoluto l’epoca della persecuzione più violenta e del martirio per i discepoli di Cristo, come mai era accaduto nei secoli precedenti, molto di più che ai tempi delle persecuzioni romane.
“Non illudetevi” — sembra dire il Signore — “che gli altri vi abbiano in simpatia e capiscano le vostre buone intenzioni”. All’opposto, «sarete traditi… sarete odiati da tutti a causa del mio nome».
Di fronte alla tante contraddizioni e controtestimonianze che puntellano la nostra storia, qualcuno potrebbe dire che fanno bene a perseguitarci.
Ma non è detto affatto che questa ostilità derivi sempre dai nostri errori e dai nostri peccati. Sarebbe troppo bello se ci odiassero solo per quello che ci meritiamo.
Il fatto è invece che la Chiesa di Cristo in questo mondo è tanto più malvista, malgiudicata e colpita da accuse e menzogne, quanto più è fedele al suo Maestro e annuncia senza paure la verità.
Di lì a poche ore, durante l’Ultima Cena, Gesù lo avrebbe ribadito: «Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi».
Quasi a dire: “se io ho raccolto odio, pur non avendo mai fatto niente di male e avendo sempre amato e predicato l’amore, anche voi – quanto più mi sarete fedeli e mi assomiglierete – tanto più vi odieranno.
E se a qualcuno venisse mai la tentazione di rendere più accettabile al mondo il vangelo, in qualche modo alterandolo o annacquandolo, per tentare vie di simpatia o di intesa con il mondo, Gesù aveva detto con impressionante chiarezza nelle beatitudini: «Guai quando gli uomini diranno bene di voi!».
Non è che per essere veramente cristiani dobbiamo atteggiarci in modo insopportabile, ma che dobbiamo rifuggire dalla tentazione di “salvare il vangelo” per renderlo gradito, finendo in verità con il tradire alla fine, sia il vangelo che il mondo stesso.
È impossibile trovare la quadra: c’è una incompatibilità di fondo tra il regno di Dio e le logiche di questo mondo.
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Nel brano di oggi ritorna un verbo piuttosto inquietante, che abbiamo già avuto modo di segnalare nella lettura evangelica: «devono avvenire queste coste». Devono avvenire…, bisogna che accada…
Verbo certamente inquietante sulle labbra di colui che abbiamo conosciuto come il Signore, sovranamente libero, non condizionato da nulla e da nessuno.
Eppure, proprio Gesù, aveva utilizzato queste parole perfino per parlare di se stesso e della sua fine: «devo andare a Gerusalemme…, devo soffrire molto…, devo essere messo a morte…».
Ancora una volta ricordiamo che il Signore non sta parlando della forza di un destino ineludibile: Gesù non è costretto da niente e da nessuno a subire la passione per noi. Quel “dovere” di cui parla è il dovere sovranamente libero dell’amore. Gesù parla di “dovere” perché è intimamente coinvolto e travolto dall’amore che lo avvolge, lo rapisce e lo conduce fino a dare la sua vita per noi.
E usando ancora con questo verbo così antipatico per il mondo, Gesù coinvolge anche noi, la sua Chiesa, in questo mistero d’amore: anche noi siamo chiamati ad entrare in questo “dovere” della croce e dell’amore: un dovere che non è costrizione, ma è chiamata, vocazione, amore.
La storia sarà, per i credenti in Cristo, una prova continua – a tratti anche molto dolorosa – ed è bene che lo sappiamo per non rimanere schiacciati.
Ma su tutto questo risplende la promessa del Signore: «Io vi darò lingua e sapienza». Io sarò la vostra forza, il vostro coraggio, la vostra pace. Io vi sarò vicino in tutte le lotte che dovrete affrontare.
Il Tempio sarà distrutto, dunque, ma il mondo non resterà senza una possibilità e un luogo dove incontrare Dio: proprio noi – povera gente, ricca solo della fede in Gesù – con la nostra vita e la nostra testimonianza, siamo il Tempio di Dio; dobbiamo essere per ogni uomo la possibilità di incontrare Dio!
Su tutto risplende quella affermazione finale che dobbiamo scolpire nel cuore: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
Difficile da rendere in italiano, la parola resa qui con perseveranza. Letteralmente ὑπομονή suonerebbe come “sottomissione”, ma nel vangelo non ha quel significato passivo che caratterizza altre confessioni religiose.
Significa piuttosto rimanere radicati nel Signore, nonostante tutto, attendere con fiducia il compimento delle promesse di Dio. Essere fedeli alla sua parola, essere incoraggiati dal suo perdono sempre disponibile, alimentare la nostra carità e la nostra fede con impegno, tenacia, coraggio e laboriosità.
«Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita».
