Durante la notte di Pasqua, quando rinnoviamo le promesse battesimali, il sacerdote ci pone delle domande al plurale, chiedendo “Rinunciate?” e “Credete?”, alle quali noi rispondiamo al singolare: “Rinuncio” e “Credo”.
Una apparente incongruenza grammaticale che porta con sé un significato profondo: ci ricorda le due dimensioni essenziali della vita cristiana, quella personale e quella comunitaria.
Ognuno di noi infatti è chiamato a dare una risposta individuale, personale e libera. È un atto che coinvolge il nostro rapporto intimo con Dio, che ci conosce e ci ama per ciò che siamo, nel profondo della nostra identità.
Allo stesso tempo, però, riconosciamo di non essere soli. Facciamo parte di una comunità, un popolo: la Chiesa.
Esistiamo sia come individui (“io”), e anche come comunità (“noi”): per questo Dio ci ama come singoli (“tu”) e come insieme (“voi”). Siamo legati l’uno all’altro, tanto nel bene quanto nel male.
Questa verità è cruciale per comprendere il dono dell’indulgenza giubilare.
Ogni volta che compiamo un atto di amore, il bene che ne deriva non si limita solo a noi stessi o a chi ne beneficia direttamente, ma si diffonde, arricchendo l’intera comunità.
Allo stesso modo, quando pecchiamo – perfino quando il peccato sembra riguardare solo noi stessi – esso causa un danno non solo a noi, ma a tutta intera la Chiesa.
Il peccato priva la Chiesa di un bene che avrebbe potuto circolare tra di noi, a beneficio di tutti.
La lotta contro il male, dunque, è sia personale che collettiva.
Ed è qui che entra in gioco l’indulgenza.
Con i suoi sacramenti, Dio ci perdona completamente e senza riserve i nostri peccati, ma rimane il danno che il peccato ha causato, sia a noi personalmente che alla comunità ecclesiale. Questo danno rallenta non solo il nostro cammino personale verso la santità, ma anche quello della Chiesa nel suo insieme, verso la pienezza del Regno di Dio.
Per questo, anche dopo il perdono, resta la necessità di continuare il cammino di conversione e di riparare, per quanto possibile, alle conseguenze dei nostri errori.
Indulgenza è attingere ad un “tesoretto” come si direbbe nel linguaggio politico, anzi ad un tesoro infinito che la Chiesa amministra come grande credito di santificazione e di grazia.
Questo tesoro è composto dai meriti di Cristo crocifisso, dall’amore della Vergine Maria e dalle buone opere, le penitenze e la carità dei buoni cristiani e dei santi di ogni tempo e di ogni luogo.
Con l’Indulgenza, la Chiesa mette a nostra disposizione questo patrimonio per colmare le nostre mancanze e aiutarci nel cammino di rinascita spirituale.
L’indulgenza del Giubileo viene chiamata plenaria, ma anche su questo bisogna intenderci. Non è perché uno ha varcato una Porta Santa o ha recitato qualche formula di preghiera che si assicura il “tesoretto”.
Nel cammino spirituale, non esistono meccanismi automatici. La Chiesa offre generosamente il suo tesoro, ma la nostra capacità di riceverlo dipende da quanto siamo disposti ad aprire il nostro cuore e fare spazio a questa grazia nella nostra vita.
Potremmo dire che l’indulgenza è plenaria dal punto di vista di chi la dona, ma sempre piuttosto parziale dal punto di vista di chi la riceve.
È questo il motivo per cui l’indulgenza giubilare è legata al pellegrinaggio: esso infatti ci ricorda che la vita spirituale è un cammino. È un percorso che richiede l’aiuto di Cristo e della Chiesa, ma anche una disponibilità del cuore, che ci chiede sempre di camminare nella fede e nella carità.

bella riflessione sull’indulgenza plenaria , grazie
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