pregare per mietere

Dopo le grandi feste post-pasquali, torniamo al ciclo liturgico del Tempo Ordinario con la lettura del Vangelo secondo Matteo, che ritroviamo oggi in un punto cruciale della narrazione. 

Il Signore, spinto da una grande compassione per la condizione dell’umanità, invia gli apostoli a prolungare la sua stessa missione.

È il momento per i Dodici – che sono l’inizio del nuovo Popolo di Dio, l’inizio della Chiesa – del passaggio “da discepoli ad apostoli”: è la prima volta che in Matteo troviamo la parola “apostoli” che significa “inviati”. I dodici sono sempre chiamati a seguire Gesù (discepoli), ma ora anche mandati a compiere la missione (apostoli).

Ci separano secoli da quegli avvenimenti, eppure questa pagina continua a indicare con chiarezza il cuore di ciò che siamo chiamati a essere come cristiani: segni della presenza del Signore nel mondo.

Nelle nostre comunità molte realtà che sembravano consolidate stanno cambiando rapidamente. Non è più possibile assicurare la presenza di un prete in ogni parrocchia. La messa domenicale non è più un fatto scontato in molti posti. 

Stiamo ripensando e riprogettando la nostra vita ecclesiale secondo la nuova prospettiva delle zone pastorali, con una chiamata alla corresponsabilità di tutte le vocazioni che compongono la comunità dei credenti, compresi i laici e i religiosi, ma se non ripartiamo da questa compassione di Gesù verso le folle, non capiremo mai la prospettiva della nostra chiamata e della nostra missione.

Come discepoli e come apostoli, come chiamati alla fede e inviati alla missione, noi nasciamo proprio da questa compassione, da questo sguardo di Gesù davanti allo smarrimento dell’uomo.

«Erano stanche e sfinite come pecore senza pastore»: è così che il Signore guarda le folle. Egli conosce bene gli sbandamenti umani e sa che abbiamo sempre bisogno del Buon Pastore, perché non bastiamo a noi stessi.

Il testo originale è ancora più forte.«Stanche e sfinite» si potrebbe rendere meglio con malconce, ferite, prostrate a terra. Probabilmente quelle pecore in cerca di liberi pascoli sono sfuggite al controllo e alla cura del Pastore.

È proprio quando crede di essere libero, che l’uomo quasi quasi non si accorge di quanto è ferito e di quanto è schiacciato in basso sotto il suo stesso peso.

Il Signore conosce bene la nostra umanità, la conosce oltre le nostre fughe verso apparenti libertà.

Conosce la paura della sofferenza e della solitudine, il bisogno di dare un senso alla vita e alla morte, la fatica di trovare una direzione sicura. Conosce il cuore dell’uomo meglio di quanto l’uomo conosca se stesso.

La compassione è il contrario dell’indifferenza. Compassione è l’amore che si lascia toccare dalla sofferenza dell’altro e che si mette in movimento per procurargli vita. 

Così si è rivelato Dio nella storia della salvezza: un Dio che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

Gesù non parla semplicemente di campi di grano. Usa la parola «messe», un termine tecnico che indica il momento in cui il raccolto è pronto e non si può più aspettare. 

C’è un senso di urgenza in questa immagine: l’urgenza dell’amore di Dio che vuole raggiungere l’uomo

Eppure, non senza sorpresa davanti a questa messe, davanti a questa umanità bisognosa, la prima consegna che il Signore affida ai suoi discepoli non è l’attivismo, ma la preghiera.

Servono operai, servono collaboratori appassionati, sì, ma: «Pregate, dunque», dice il Signore. «Pregate il Signore della messe».

Pregare significa riconoscere che la salvezza degli uomini non dipende anzitutto da noi.

Pregare non è perdere tempo davanti alla messe. È capire da dove viene la forza di raccoglierla e scoprire, magari con sorpresa, che quella forza ci riguarda.

Solo Dio può raggiungere il cuore dell’uomo e suscitare operai per il suo Regno. Ed è proprio nella preghiera che nasce la disponibilità alla missione: il Signore ci chiama tutti come discepoli e ci invia tutti come apostoli.

Chiamandone dodici, proprio come le dodici tribù dell’antico Israele, Gesù manifesta la chiara volontà di dare origine al nuovo Popolo di Dio.

Ma all’origine di questo nuovo popolo, diversamente dall’antico, non c’è un legame di sangue. Ciò che unisce gli apostoli e ciò che ancora oggi unisce i cristiani è il rapporto personale con Gesù Cristo.

Ciò che ci fa essere Chiesa non è l’appartenere a una stessa famiglia, una stessa cultura o sensibilità spirituale, ma solo il nuovo e fortissimo legame con Gesù di Nazaret che diventa un nuovo e fortissimo legame con gli altri credenti. Nasce la nuova famiglia dei figli di Dio.

Persino l’elenco dei Dodici è interessante.

Del gruppo dei primi quattro pescatori, Pietro e Andrea, Giacomo e Giovanni, abbiamo già conosciuto virtù e difetti.

Poi c’è lo stesso Matteo, ad esempio. È addirittura un pubblicano, uno strozzino, venduto ai Romani.

C’è Simone il Cananeo. Il suo soprannome indica l’appartenenza a un ambiente nazionalista e fortemente antiromano.

Sono solo alcuni esempi, ma guardando l’elenco verrebbe quasi da concludere che Gesù li ha proprio sbagliati tutti!

Nessun progetto umano avrebbe pensato di mettere insieme persone così diverse.

Eppure Gesù lo fa, perché ricordiamo sempre che la missione è sua e l’efficacia non dipende da noi.

Gesù li chiama non perché sono buoni e affini tra di loro, ma perché imparino a diventare fratelli. È una lezione importante anche per la Chiesa di oggi.

La nostra unità non nasce dal fatto che la pensiamo tutti allo stesso modo, ma dal fatto che tutti apparteniamo a Cristo.

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Matteo riferisce che questo primo invio dei Dodici ha un limite preciso: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele».

Solo dopo la morte e risurrezione di Gesù e il dono dello Spirito Santo la missione sarà estesa a tutti i popoli della terra.

Eppure questa indicazione limitante è rimasta scolpita nella memoria perenne della Chiesa e verrebbe da chiederci quale senso abbia questa parola: «Rivolgetevi alle pecore perdute della casa d’Israele».

Penso che oltre ad essere un atto di amore nei confronti di Israele, possiamo rileggere oggi queste parole come un richiamo ad andare verso le pecore perdute di casa nostra, verso quei discepoli, tanti, che erano già stati chiamati alla fede, ma che si sono smarriti, hanno perso la strada di casa, quelli che dopo un primo momento di entusiasmo, hanno preso altre strade, o forse a causa del volume tanto forte degli strepiti di questo mondo, non sono più capaci di distinguere la forza dell’autentica parola di Dio.

Non diamoci per vinti, fratelli. Il Signore continua a guardare a noi e a tutti con la stessa compassione con cui guardava le folle del Vangelo.

È da quella compassione che nasce la missione della Chiesa. È da quella compassione che nascono gli apostoli.

E mentre chiediamo al Padre che mandi operai per la sua messe, lasciamo che quella compassione raggiunga anche noi, perché ciascuno possa rispondere con disponibilità e fiducia:
«Eccomi, manda me!».

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