Santissima Trinità (Anno A)
La ripresa dell’Anno liturgico, subito dopo la Pentecoste, culmine della Pasqua, ci offre oggi festa della Santissima Trinità.
È come se la Chiesa, dopo aver ripercorso il cammino della salvezza — il Padre che crea e chiama Israele, il Figlio che si fa carne, muore e risorge, lo Spirito Santo effuso sulla Chiesa — si fermasse finalmente a contemplare il mistero da cui tutto proviene.
La Pentecoste non conclude soltanto l’opera della salvezza.
Con la Pentecoste Dio porta anche a compimento la rivelazione di sé.
Quando lo Spirito Santo viene donato, appare finalmente in modo pieno chi è Dio.
In modo progressivo, nel corso della storia della salvezza, Dio si è rivelato: dalla creazione, alla storia di Israele fino alla venuta di Gesù e alla sua Pasqua.
Israele ha conosciuto il Dio dell’alleanza, il Dio liberatore, il Dio misericordioso e fedele.
La prima lettura ci porta in uno di questi momenti decisivi: Mosè sul Sinai, dopo il dramma del vitello d’oro.
È impressionante: il popolo ha appena tradito Dio.
Ha preferito un idolo visibile, manovrabile, costruito a misura d’uomo.
Eppure proprio lì, nel momento del peccato e del fallimento, Dio proclama il suo nome:
«Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà».
Dio si rivela proprio nel momento in cui l’uomo si scopre infedele.
Come a dire: tu puoi allontanarti da me, ma io non smetto di essere il Dio dell’alleanza.
E tuttavia, fino a Cristo, il mistero di Dio rimane ancora velato.
Israele conosce veramente Dio, ma non ne conosce ancora la profondità estrema.
È Gesù che apre definitivamente questo mistero.
Il Vangelo di oggi lo dice con una semplicità sconvolgente:
«Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito».
Ecco la rivelazione piena.
Dio non è una solitudine eterna.
Dio è Padre che dona il Figlio.
Il Figlio riceve tutto dal Padre e tutto restituisce nell’amore.
Lo Spirito Santo è tutto in quel verbo “dare”: lo Spirito è puro dono, è questo amore vivo e personale che unisce il Padre e il Figlio e viene riversato nei nostri cuori.
Ed è così che la croce di Gesù ci rivela il suo significato più vero.
La croce non mostra soltanto il dolore dell’uomo: rivela la fedeltà di Dio.
Il Padre dona il Figlio per il mondo.
Il Figlio non trattiene la propria vita per sé.
Lo Spirito Santo viene effuso perché l’uomo possa entrare dentro questa comunione divina.
La croce non è la sconfitta dell’amore: è la forma che l’amore di Dio assume nell’incontro con la nostra libertà ferita.
La croce è l’amore umanamente sconvolgente: l’amore puro, che non cerca interesse, gratificazione; è amore donato non a chi lo merita, ma a chi ha tradito.
Questo amore eccede ogni misura umana.
Questo amore è la grande rivelazione di Dio.
Per questo la festa di oggi non aggiunge qualcosa alla Pasqua e alla Pentecoste, quasi fosse una devozione separata o una riflessione astratta su Dio.
È piuttosto lo sguardo unificato della Chiesa sul mistero della salvezza.
Dopo aver contemplato ciò che Dio ha compiuto negli eventi della storia, oggi contempliamo chi è colui che ha operato la nostra salvezza.
E ciò che oggi scopriamo è decisivo: all’origine di tutto c’è la comunione.
Noi crediamo in un solo Dio. Siamo irriducibilmente monoteisti.
Ma questa unità non è la perfezione immobile di un monolite.
È l’unità vivente dell’amore.
Il Padre vive nel Figlio.
Il Figlio vive nel Padre.
Lo Spirito Santo è il vincolo eterno di questo amore.
All’origine dell’universo non c’è la solitudine, ma la comunione.
Non il caso, ma il dono.
Contemplare Dio significa anche capire meglio l’uomo.
La Scrittura dice che siamo creati a immagine e somiglianza di Dio.
Se Dio è comunione perfetta di Persone distinte, allora anche l’uomo trova la verità della propria vita non chiudendosi in se stesso, ma aprendosi alla relazione, al dono, alla fedeltà dell’amore.
Non è una legge imposta dall’esterno: è la forma della nostra natura più profonda.
Forse una delle grandi fatiche del nostro tempo è proprio questa.
Viviamo immersi nelle connessioni e tuttavia cresce la solitudine.
Sappiamo moltiplicare i contatti, ma facciamo fatica a costruire comunione, quella comunione che richiede tempo, esposizione, fedeltà, capacità di perdono.
E questo accade perché l’uomo, quando si separa dalla sorgente che lo ha creato, finisce lentamente per smarrire anche se stesso.
La Trinità non è allora un mistero lontano dalla vita.
È il fondamento da cui la vita riceve la sua forma.
Noi veniamo battezzati (cioè letteralmente immersi) nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
La nostra esistenza viene immersa dentro questa comunione eterna.
E tutta la vita cristiana consiste lentamente in questo: imparare ad avere la stessa forma dell’amore di Dio.
A volte pensiamo che mettere Dio al centro tolga qualcosa all’uomo.
In realtà accade il contrario.
Quando Dio scompare, si indebolisce il senso della fedeltà, del sacrificio, del perdono, della parola data e in definitiva si liquida il fondamento stesso della dignità umana.
Soltanto guardando Dio-Trinità comprendiamo che la vita si compie nel dono di sé, non nel possesso di sé.
Il segno della croce è il gesto prezioso che lo ricorda nella vita quotidiana.
Lo facciamo spesso distrattamente, ma ogni volta che lo facciamo celebriamo la verità più intima della nostra esistenza: veniamo dal Padre, siamo salvati nel Figlio, viviamo nello Spirito Santo ed è nella croce di Cristo che questo mistero di amore ci ha raggiunti.
La festa di oggi non ci chiede di spiegare Dio — nessuno potrebbe farlo.
Ci chiede di sostare in contemplazione davanti al mistero da cui tutto proviene.
E in quel silenzio lasciamo che il Padre ci riconosca, che il Figlio ci accolga, che lo Spirito ci trasformi.
