Dodicesima domenica del tempo ordinario A
“Non temere”. Forse è l’imperativo che ritorna più spesso nelle Scritture.
Lo aveva detto l’arcangelo a Maria e a Giuseppe, per condurli nell’obbedienza della fede.
Lo avevano ripetuto gli angeli ai pastori, destinatari di un annuncio che sorpassava ogni prevedibilità umana.
Oggi Gesù lo ripete tre volte in poche righe ai discepoli divenuti apostoli.
Lo dice anzitutto per rassicurarli — e noi con loro — della sua costante presenza nella nostra vita.
Ma lo dice anche per avvertirci che il mistero della croce, del rifiuto e del tradimento non è una pagina chiusa nella vicenda della fede.
Al discepolo può toccare il fallimento, né più né meno di quanto accaduto al Signore stesso.
Tornare a pagine del Vangelo come queste è come risalire alla sorgente.
E questo ci libera da una tentazione sottile: pensare che la missione sia qualcosa che dobbiamo inventare — nei contenuti, nei modi, nelle strategie — perché abbia efficacia nel mondo di oggi.
Gesù ci rimette al nostro posto con dolcezza: la missione è anzitutto sua.
La nostra è una risposta a una chiamata, non un progetto da costruire.
E il contenuto di quell’annuncio non è negoziabile: “Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze”.
Non si tratta di diffondere opinioni personali, né di ricercare sofisticate strategie di comunicazione.
Si tratta di annunciare il Vangelo di Cristo, con la trasparenza e il coraggio che ci vorrebbero.
L’apostolo non è un autore, è un eco. Non inventa. Non corregge. Non riscrive il Vangelo.
Fa risuonare ciò che ha ricevuto.
Diceva un grande pastore: “I nostri contemporanei non sono stupidi: quando si sentono dire che Gesù Cristo è risorto, che esiste un Dio creatore che ci è Padre, che la vita umana è una decisione tra una salvezza definitiva e una perdizione senza ritorno, capiscono bene quello che diciamo, anche se poi fanno fatica ad accettarlo. Il vero guaio è che non se lo sentono dire più con la trasparenza, la convinzione, il coraggio che ci vorrebbero” (Biffi, Euntes docete).
Per il timore — spesso inconfessato — di essere rifiutati o di perdere rilevanza, siamo tentati di autocensurare l’annuncio, riducendolo a un sistema di valori facilmente condivisibili.
Ma la Chiesa che Gesù vuole non è una Chiesa che ripete quello che dicono tutti: è una Chiesa che ha il coraggio di proporre la novità del Vangelo, senza omissioni e senza sconti.
Notate però che Gesù non ci chiede di non avere paura in assoluto.
Piuttosto ci dice di chi dobbiamo avere veramente paura — e questa è forse la parola più liberante dell’intero brano.
“Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo”.
C’è qualcosa di rivelatore nella paura: essa mostra, per contrasto, a cosa siamo veramente attaccati.
Se temiamo la morte, è perché siamo attaccati alla vita.
Se temiamo il giudizio degli altri, è perché siamo attaccati alla nostra reputazione.
Se temiamo il fallimento, è perché siamo attaccati al successo.
Se temiamo di essere esclusi, è perché abbiamo fatto dell’appartenenza sociale il nostro punto fermo.
Ecco: la paura è come un rivelatore: porta alla luce ciò che, nel nostro cuore, occupa il posto che dovrebbe appartenere a Dio
Geremia lo sa bene. Nel brano che abbiamo ascoltato, descrive la paura dall’interno: i nemici che aspettano, gli amici diventati delatori, la solitudine di chi ha parlato in nome di Dio e ora ne paga il prezzo.
Eppure, nel mezzo di quella paura, il profeta pronuncia un canto di lode: “Lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero”.
Un canto anticipato, prima ancora che la salvezza arrivi.
Non perché la paura sia sparita, ma perché ha scoperto a cosa è veramente attaccato: non alla propria credibilità, non alla propria incolumità, ma al Signore che è con lui “come un prode valoroso”.
Questa è la libertà che Gesù ci offre: non l’assenza di paura, ma una nuova scala di valori.
Gli occhi della fede riconoscono che la nostra piccola vita sta dentro un grande disegno di amore.
Quello che gli uomini possono fare contro di noi riguarda aspetti provvisori dell’esistenza.
Come cristiani, non dobbiamo dare a nessuno in questo mondo il potere di turbare la nostra pace e la nostra fiducia in Dio nostro Padre.
“Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli”.
Di fronte a parole così dirette, non possiamo eludere la domanda: davvero noi, come singoli e come comunità, confessiamo il nome di Cristo davanti agli uomini?
Gesù non ci ha proposto prima di tutto una dottrina, né un sistema di valori da condividere, ma una persona da amare, da celebrare, da lodare e da confessare.
Paolo ci ha detto che tutto il male che dilaga nel mondo ha un salvatore nell’unica persona di Cristo. Per mezzo di lui è venuta una grazia infinitamente più grande del peccato. Il male non ha l’ultima parola.
Prima di qualsiasi impegno o strategia, ha chiesto a noi una decisione definitiva per lui.
È in quella decisione — rinnovata ogni giorno, custodita nella preghiera e nell’ascolto della sua Parola, celebrata nell’Eucaristia — che nasce la libertà di chi non ha più nulla da temere, perché sa in chi ha posto la sua fiducia.
