Assunzione della Beata Vergine Maria
MESSA VIGILIARE
La liturgia di questa sera ci introduce già nella grande festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria. E lo fa attraverso tre immagini che, a prima vista, sembrano molto diverse: l’Arca dell’Alleanza che entra nella città santa, la vittoria sulla morte annunciata da san Paolo, e una donna del popolo che proclama beata la Madre di Gesù.
In realtà, tutto converge verso un unico mistero: Dio viene ad abitare in mezzo al suo popolo e conduce alla vita ciò che si affida a lui.
La prima lettura ci ha portato davanti all’Arca dell’Alleanza.
David raduna il popolo e fa salire l’Arca a Gerusalemme. L’Arca era il segno della presenza di Dio in mezzo a Israele. Non era Dio, naturalmente, ma il segno visibile della sua alleanza, della sua vicinanza, della sua fedeltà.
E quando l’Arca arriva, il popolo fa festa.
David stesso danza davanti al Signore.
È una scena di gioia, di esultanza, quasi di entusiasmo incontenibile: l’Arca entra nella città e Dio manifesta la sua presenza al suo popolo.
La Chiesa ha sempre visto nell’Arca dell’Alleanza una figura di Maria.
Perché Maria è veramente la nuova Arca: non porta semplicemente un segno della presenza di Dio; porta nel suo grembo il Figlio stesso di Dio fatto uomo.
L’Arca antica custodiva le tavole dell’Alleanza.
Maria custodisce nel suo grembo la nuova ed eterna Alleanza, Gesù Cristo.
L’Arca viene portata nella città santa.
Maria entra nella casa di Elisabetta.
E ricordiamo che, proprio quando Maria arriva, anche Giovanni Battista esulta nel grembo di sua madre.
C’è dunque una profonda corrispondenza: là dove arriva la presenza di Dio, nasce la gioia.
È questa la prima parola che la liturgia di questa sera ci consegna: la presenza di Dio è sorgente di gioia.
E questa gioia non è superficiale.
Non è l’euforia di un momento.
È la gioia che nasce dalla certezza che Dio non ha abbandonato il suo popolo.
È la gioia che nasce dalla consapevolezza che Dio è fedele.
È la gioia che raggiunge il suo compimento nella Pasqua di Cristo.
Per questo la seconda lettura ci porta immediatamente al cuore della nostra fede.
San Paolo proclama: «Quando questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: “La morte è stata inghiottita nella vittoria”».
E poi l’apostolo esplode in una domanda che è anche una professione di fede:
«Dov’è, o morte, la tua vittoria?».
Questa domanda trova oggi, nella festa dell’Assunzione, una risposta concreta.
La risposta è Maria.
Maria è già là dove la Chiesa sa di essere chiamata.
Maria è la prima creatura umana, dopo Cristo, a partecipare pienamente alla gloria della risurrezione.
Non soltanto con l’anima, ma nella totalità della sua persona.
Il corpo di Maria, quel corpo che ha portato il Figlio di Dio, che lo ha nutrito, che lo ha accompagnato nella vita nascosta di Nazaret, che è rimasto sotto la croce, non è destinato alla corruzione del sepolcro.
Dio ha voluto anticipare in lei ciò che alla fine dei tempi compirà in tutti coloro che appartengono a Cristo.
Per questo l’Assunzione non è una festa che riguarda soltanto Maria.
Riguarda il nostro destino.
Quando guardiamo Maria glorificata, guardiamo ciò che Dio vuole fare anche di noi.
Noi spesso siamo tentati di pensare alla morte come alla sconfitta definitiva dell’uomo.
La fede cristiana ci dice esattamente il contrario.
La morte esiste, è reale, è dolorosa; ma non è l’ultima parola.
L’ultima parola appartiene alla vita.
E questa vita non è semplicemente la continuazione indefinita di quella presente.
È la vita nuova, la vita risorta, la vita stessa di Cristo partecipata all’uomo.
Per questo san Paolo può concludere: «Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo».
Notiamo bene: la vittoria non viene da noi.
Non è il risultato delle nostre capacità.
Non è il premio della nostra efficienza.
È un dono di Dio.
È la vittoria di Cristo.
E Maria è la creatura nella quale questa vittoria appare già pienamente realizzata.
Ma proprio qui il Vangelo di questa sera ci fa fare un passo ulteriore.
Una donna, ascoltando Gesù, esclama: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
È una bellissima lode a Maria.
Quella donna riconosce che deve esserci qualcosa di straordinario nella madre di un Figlio così straordinario.
Ma Gesù risponde con una parola sorprendente:
«Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!».
Gesù non sta certamente sminuendo sua Madre.
Al contrario, ci sta dicendo perché Maria è veramente beata.
Maria non è beata soltanto perché ha portato Gesù nel grembo.
È beata perché prima ancora lo ha accolto nella fede.
È beata perché ha ascoltato la Parola di Dio.
È beata perché ha creduto.
È beata perché ha fatto della propria vita una risposta alla volontà del Padre.
Maria è la donna che, all’Annunciazione, ascolta una parola umanamente sconvolgente e risponde: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
E quella Parola accolta diventa carne nel suo grembo.
Ecco il segreto della sua vita.
Maria è l’Arca perché è la donna dell’ascolto.
È la Madre perché è la serva.
È glorificata perché si è lasciata condurre da Dio.
È Assunta perché tutta la sua esistenza è stata un progressivo conformarsi al Figlio.
Perciò la festa di domani non ci invita semplicemente ad ammirare Maria.
Ci invita a imparare da Maria.
Il mondo ci propone continuamente molte parole.
Parole che promettono felicità.
Parole che promettono libertà.
Parole che promettono successo, sicurezza, realizzazione.
Ma molte di queste parole passano, cambiano, si contraddicono.
La parola di Dio invece rimane.
E Maria ci insegna a distinguere la voce di Dio dalle tante voci che ci circondano.
Ascoltare la Parola significa poi custodirla.
E custodirla significa lasciarle trasformare concretamente la nostra vita.
Non basta conoscere il Vangelo.
Non basta ammirare Gesù.
Non basta dire di credere.
La vera beatitudine comincia quando la Parola diventa obbedienza, quando la fede diventa vita, quando l’amore diventa servizio.
Maria, infatti, dopo aver accolto la Parola, si mette in cammino.
La sua fede diventa carità.
La sua contemplazione diventa servizio.
La sua comunione con Dio diventa attenzione concreta alla persona che ha bisogno.
E così comprendiamo anche il significato profondo della festa che celebriamo.
Questa sera, la liturgia ci mostra la strada che conduce a quella gloria: ascoltare la Parola, crederle, custodirla, viverla.
È la strada che Maria ha percorso.
È la strada che Cristo propone a ogni suo discepolo.
In questa vigilia, possiamo guardare Maria con vera gioia.
Non soltanto perché è la Madre del Signore.
Non soltanto perché è la Regina del cielo.
Ma perché in lei Dio ci mostra ciò che la sua grazia può compiere in una creatura che si affida completamente a lui.
Maria è già ciò che noi speriamo di diventare.
In lei vediamo che la morte non è vittoria.
In lei vediamo che il corpo umano non è destinato al nulla.
In lei vediamo che la fedeltà a Dio non è inutile.
In lei vediamo che l’umiltà non è una sconfitta.
In lei vediamo che l’ultima parola della storia non appartiene al peccato, non appartiene alla morte, non appartiene al male.
Appartiene a Cristo risorto.
Così facciamo nostre le parole dell’apostolo:
«Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo».
E chiediamo alla Vergine Assunta di insegnarci ciò che lei ha vissuto per tutta la sua esistenza:
ad ascoltare la Parola,
a custodirla nel cuore,
a compierla nella vita,
a fidarci di Dio anche quando non comprendiamo,
e a camminare con perseveranza verso quella patria nella quale Maria ci ha preceduti.
Così anche la nostra vita potrà diventare un giorno una risposta al canto della Chiesa, quando ogni morte sarà vinta, ogni lacrima sarà asciugata e Cristo sarà tutto in tutti.
MESSA DEL GIORNO
Nel cuore dell’estate, quando tutto sembra invitarci al riposo e alla spensieratezza, la Chiesa ci propone una festa che ci invita invece a guardare in alto.
L’Assunzione della Beata Vergine Maria non è soltanto una festa in onore della Madonna.
È una festa che ci parla del nostro destino. Guardando Maria nella gloria, noi comprendiamo qualcosa di ciò che Dio vuole compiere anche in noi.
La prima lettura ci ha mostrato una scena grandiosa: «Una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle».
È difficile immaginare una gloria più grande.
Eppure quella donna splendente è la stessa Maria che il Vangelo ci presenta in una situazione del tutto diversa: una giovane donna di Nazaret che si mette in viaggio verso la montagna per andare ad aiutare Elisabetta.
Da una parte, dunque, la Regina del cielo; dall’altra, una donna umile che si mette al servizio.
E qui troviamo la prima grande verità della festa di oggi.
La gloria di Maria nasce dalla sua umiltà.
All’Annunciazione Maria non ha cercato di affermare se stessa.
Ha detto semplicemente: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola».
È questo il segreto della sua grandezza.
Maria è grande perché ha lasciato spazio a Dio.
È grande perché ha creduto.
È grande perché si è fidata.
È grande perché ha accettato di essere condotta da Dio anche quando non comprendeva tutto ciò che le sarebbe accaduto.
Per questo Elisabetta le dice: «Beata colei che ha creduto».
E Maria stessa, nel Magnificat, non attribuisce a sé la grandezza che Dio ha compiuto in lei. Dice: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente».
Questa è la logica di Dio, così diversa dalla logica del mondo.
Il mondo ci dice che diventiamo grandi quando aumentano il nostro potere, la nostra ricchezza, la nostra visibilità, la nostra capacità di affermarci.
Il Vangelo ci mostra invece che la vera grandezza nasce dalla fede, dall’umiltà, dal dono di sé.
Maria ha detto: «Io sono la serva».
E Dio l’ha fatta Madre del suo Figlio.
Ha accettato il nascondimento di Nazaret.
Ha conosciuto la povertà, l’esilio, l’incomprensione.
Ha seguito Gesù fino al Calvario.
E proprio attraverso questo cammino di umiltà e di dolore è arrivata alla gloria.
L’Assunzione, dunque, non è qualcosa che si aggiunge casualmente alla vita di Maria.
È il compimento della sua intera esistenza.
Colei che ha condiviso più intimamente la vita del Figlio, ora è associata anche alla sua gloria.
E qui comprendiamo il secondo grande messaggio della festa.
L’Assunzione di Maria è una promessa per noi.
San Paolo ci ha ricordato: «Come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo».
La gloria di Maria non è una gloria che ci lascia semplicemente spettatori.
Maria è una di noi.
È una creatura umana, appartenente alla nostra stessa famiglia.
E proprio per questo la sua sorte ci riguarda.
In lei vediamo già realizzato ciò che noi attendiamo nella speranza.
Maria è stata assunta in cielo con la sua persona intera, anche con il suo corpo.
Questo significa che Dio non vuole salvare soltanto una parte dell’uomo.
Dio vuole salvare l’uomo nella sua totalità.
Il corpo che oggi si ammala, invecchia e muore è destinato alla risurrezione.
La persona che oggi attraversa la fatica del tempo è destinata alla vita eterna.
Per questo oggi possiamo ripetere con particolare gioia le parole del Credo: «Aspetto la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».
L’Assunzione di Maria è la concreta anticipazione di questa promessa.
Una della nostra stirpe è già arrivata.
La nostra umanità è già presente nella gloria.
La morte, dunque, non è l’ultima parola sulla nostra vita.
Il sepolcro non è l’ultima parola.
La sofferenza non è l’ultima parola.
Nemmeno i nostri fallimenti sono l’ultima parola.
L’ultima parola appartiene a Cristo risorto.
È questa la speranza cristiana.
E di questa speranza abbiamo bisogno.
Perché tante volte guardiamo il mondo e ci sembra che il male abbia il sopravvento; guardiamo la nostra vita e vediamo le nostre debolezze; guardiamo il futuro e non sappiamo che cosa ci attende.
La festa dell’Assunta ci dice: non fermarti a ciò che vedi.
La realtà è più grande.
Il mondo visibile non è tutto.
La storia non è abbandonata al caso.
La nostra vita non è destinata al nulla.
Cristo ha vinto la morte, e Maria, già glorificata, è il segno che questa vittoria riguarda anche noi.
Per questo la liturgia chiama Maria «segno di consolazione e di sicura speranza».
Non di una speranza vaga, costruita sui nostri desideri.
Di una speranza fondata su ciò che Dio ha già compiuto.
Maria ci insegna come vivere mentre siamo ancora in cammino.
Perché noi non siamo ancora nella gloria.
Siamo sulla strada.
E la strada di Maria non è stata una strada facile.
Il Vangelo non ci presenta una donna esente dalle prove.
Maria ha dovuto fidarsi di Dio quando non comprendeva.
Ha dovuto perseverare quando le promesse sembravano nascondersi.
Ha dovuto rimanere in piedi sotto la croce.
La sua fede non le ha evitato il dolore.
Le ha dato la forza di attraversarlo.
Questo è importante anche per noi.
La fede cristiana non promette una vita senza sofferenza.
Promette qualcosa di più grande: che nessuna sofferenza vissuta con Cristo è inutile.
Maria ci insegna a non misurare l’amore di Dio sulla facilità della nostra vita.
Dio non ha amato meno Maria perché le ha permesso di soffrire.
Anzi, attraverso ogni prova l’ha condotta verso la pienezza.
E così anche noi siamo chiamati a vivere.
Con i piedi sulla terra, ma con lo sguardo rivolto al cielo.
Con la responsabilità delle cose presenti, ma senza dimenticare il destino eterno.
Con le nostre fatiche quotidiane, ma sapendo che la nostra patria definitiva non è quaggiù.
C’è un particolare del Vangelo che rende tutto questo ancora più concreto.
Appena ricevuto l’annuncio dell’angelo, Maria «si mise in viaggio».
La donna che Dio innalzerà alla gloria non si chiude in se stessa.
Va incontro a un’altra persona.
Va a servire.
Porta con sé Cristo.
Questa è la fede autentica: non ci allontana dalla vita degli uomini, ma ci rende capaci di servirli meglio.
Maria, proprio perché appartiene pienamente a Dio, diventa pienamente disponibile agli altri.
E anche oggi, dalla gloria del cielo, non è lontana da noi.
L’Assunta non è una madre che ha abbandonato i suoi figli.
È la Madre che ci accompagna.
Conosce le nostre pene e le nostre speranze.
Conosce le nostre famiglie, le nostre fatiche, le nostre fragilità.
E ci ripete ciò che disse a Cana: «Fate quello che vi dirà».
È questa, in fondo, la strada che Maria ci indica.
Non una strada complicata.
Credere.
Affidarsi.
Fare ciò che Cristo ci dice.
Perseverare anche quando la strada è difficile.
E allora la festa dell’Assunta è davvero la festa della speranza.
Guardiamo Maria e vediamo dove conduce una vita consegnata a Dio.
Guardiamo Maria e comprendiamo che la morte non è la fine.
Guardiamo Maria e ricordiamo che la nostra umanità è destinata alla gloria.
Guardiamo Maria e ritroviamo il coraggio di vivere.
Affidiamoci dunque alla Vergine Assunta.
Ci insegni l’umiltà della serva.
Ci ottenga la perseveranza nella fede.
Ci aiuti a vivere con gli occhi rivolti alla meta.
E quando la nostra strada diventa faticosa, ci ricordi che Cristo ha già vinto e che la gloria che oggi contempliamo in lei è la promessa del destino al quale Dio ci chiama.
Maria Assunta in cielo,
segno di consolazione e di sicura speranza,
prega per noi.
Amen.
