fragile come una roccia

Il nostro appuntamento domenicale con la Parola del Signore ci invita oggi a risalire il corso del fiume Giordano, fino alle sorgenti presso Cesarea di Filippo, quasi ai piedi delle alture innevate dell’Hermon.
È come se il Signore ci spingesse oggi a risalire all’origine del nostro essere Chiesa, della nostra appartenenza a lui.
Cesarea di Filippo era allora un grande cantiere. Filippo, figlio di Erode il Grande, voleva costruire una città imponente e, per piaggeria verso l’imperatore romano, volle chiamarla con il nome di Cesare.
La città poi cadrà in declino durante la conquista araba e oggi è ridotta ad area archeologica.
Ma in quel momento enormi massi di pietra giungevano dalle cave non lontane, verso la nuova città.
A poca distanza c’era una grotta che gli Ebrei guardavano con un misto di devozione e di timore.
Era un luogo legato al culto pagano del dio Pan (da cui deriva la parola “panico”) e, nella tradizione locale, anche al mondo degli inferi.
Questi elementi ci aiutano a capire perché proprio in questo luogo Gesù pronunci queste parole: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa. E le porte degli inferi non prevarranno su di essa».
Mentre Filippo costruisce con successo la sua città, le cose per la «città» di Gesù, per la comunità dei suoi discepoli, sembravano non andare per niente bene.
La predicazione incontrava resistenze; Giovanni Battista era stato ucciso; i discepoli mostravano tutta la loro fragilità; il contrasto con i farisei cresceva e intorno a Gesù c’erano sempre più incomprensioni.
Ed è proprio allora che Gesù pone una domanda.
«La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?».
Su questo i discepoli erano ferratissimi: di chiacchiere in giro ce n’erano molte sul suo conto.
Alcuni dicevano Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti.
Erano complimenti, in fondo.
Gesù veniva paragonato ai più grandi campioni della fede di Israele. Con l’unica pecca in realtà che erano tutti morti…
Improvvisamente Gesù blocca questo elenco con un «ma»: «Ma voi, voi chi dite che io sia?».
E questa è la domanda decisiva.
Gesù non cerca la voce dell’opinione pubblica.
Non gli interessa sapere soltanto che cosa la gente pensa di lui.
Chiede ai suoi discepoli perché gli stanno dietro, perché hanno macinato chilometri e chilometri, sopportando la folla che pretendeva miracoli, i rabbini che tendevano insidie, il caldo, la polvere, la sete.
E soprattutto chiede a loro, e oggi a noi: chi sono io per te?
Simone parla a nome di tutti.
Un impulso misterioso lo guida a pronunciare parole antiche, che però sulle sue labbra assumono un significato nuovo e inaspettato: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
«Cristo», in ebraico Messia, significa «unto», consacrato. Parola conosciutissima nell’Antico Testamento. Era il titolo del re, del consacrato di Dio. Anche «Figlio di Dio» era un titolo che la Scrittura attribuiva al re davidico.
Ma sulle labbra di Pietro quelle parole vanno molto oltre ogni semplice titolo: Gesù non è uno dei tanti messia, non è semplicemente un uomo particolarmente amato da Dio.
È il Cristo, il Figlio del Dio vivente. Non metafore, dunque, ma la semplice verità.
E Gesù gli dice: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli».
La fede cristiana non nasce semplicemente dalla nostra capacità di capire Gesù.
La fede è un dono, una rivelazione.
È il Padre che ci permette di riconoscere nel volto di Gesù il Figlio.
Subito accade qualcosa di sorprendente.
Simone ha appena detto chi è Gesù.
E Gesù dice chi è Simone: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa».
Pietro è chiamato a essere roccia perché Cristo stesso lo rende partecipe della propria stabilità.
La Chiesa è fondata su Cristo.
Ma Cristo ha voluto che la sua Chiesa avesse un segno di stabilità nel ministero degli Apostoli e, in modo particolare, nel ministero di Pietro.
Pietro non sostituisce Cristo: Pietro è roccia perché Cristo è la Roccia.
Lo ricorderà anche sant’Agostino: “Pietro deriva da Pietra, come Cristiano deriva da Cristo”, ed è così che dobbiamo comprendere il servizio fondamentale dei pastori nel gregge di Cristo.
Gesù conosce bene Simone.
Lo aveva già visto sul lago, quando aveva avuto il coraggio di scendere dalla barca e camminare sulle acque verso di lui.
Ma poi aveva avuto paura. Aveva guardato il vento, aveva cominciato ad affondare e Gesù lo aveva preso per mano.
Adesso Simone ha appena pronunciato la professione di fede più alta: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».
Sì, ma di lì a pochi istanti, quando Gesù comincerà a parlare della sua passione, Pietro gli si metterà davanti per impedirgli di andare verso la croce.
E Gesù sarà costretto a dirgli parole durissime: «Va’ dietro a me, Satana!».
È sempre lo stesso Simone.
Quello che ha paura sulle acque.
Quello che confessa Cristo.
Quello che fra poco si opporrà a Cristo.
Eppure, proprio a quest’uomo Gesù dice: «Tu sei Pietro».
Non perché Pietro sia senza peccato.
Non perché Pietro sia forte.
Non perché Pietro sia all’altezza del compito che gli viene affidato.
Pietro è Pietro perché Cristo lo ha scelto e lo ha amato.
La sua fragilità non cancella la sua vocazione.
Il suo peccato non cambia il nome che Cristo gli ha dato.
Tutto questo ci aiuta a comprendere qualcosa di essenziale anche del mistero della Chiesa.
La Chiesa è santa perché è di Cristo, perché è il suo Corpo.
La Chiesa non è la somma delle nostre virtù.
La Chiesa non porta dentro di sé i nostri peccati come se fossero le sue debolezze.
I peccati non appartengono alla Chiesa: appartengono a noi, quando non viviamo secondo Cristo.
La santità è sua.
Noi apparteniamo alla Chiesa nella misura in cui apparteniamo a Cristo; e proprio per questo la nostra vita deve continuamente lasciarsi convertire da ciò che la Chiesa è.
In Pietro vediamo questo mistero con una chiarezza straordinaria: l’uomo può essere fragile, può avere paura, può sbagliare perfino davanti a Cristo.
Ma Cristo lo chiama continuamente a credere in lui.
La chiamata di Cristo è un continuo atto di misericordia.
Forse ricordate il motto di papa Francesco, «Miserando atque eligendo»: la chiamata in se stessa è un atto di misericordia.
La chiamata alla fede, la chiamata a essere nella Chiesa, la chiamata ad un qualsiasi servizio nella Chiesa.
Chiesa: è una parola così importante nel vocabolario della nostra fede eppure presente solo due volte nel vangelo, e qui è accompagnata da un possessivo netto: «la mia Chiesa».
Questa è dunque la nostra speranza e il nostro vanto: non quello di essere persone senza fragilità e senza peccato, ma quello di essere continuamente ricondotti a Cristo, fino a diventare realmente ciò che nel Battesimo siamo stati chiamati a essere.
C’è un linguaggio che va per la maggiore tra i cosiddetti divulgatori cattolici: «Sogno una chiesa che … sogno una chiesa aperta… sogno una chiesa inclusiva…».
Gesù non parla di una Chiesa dei sogni e non dice: «la Chiesa che vorreste».
Dice: «la mia Chiesa».
E se la Chiesa è sua, allora non possiamo costruirla semplicemente secondo i nostri gusti.
Possiamo servirla, amarla, custodirla e – se proprio abbiamo tanto interesse a correggere e riformare – dobbiamo cominciare a correggere e riformare il nostro cuore e la nostra adesione a Cristo.
Gesù non ha promesso che i suoi discepoli sarebbero stati impeccabili.
Ha promesso che le porte degli inferi non avrebbero prevalso.
Dunque c’è una tensione, una lotta contro il male che non possiamo nascondere.
Ma, per quanto il male possa tentare di insidiarla, la Chiesa avrà sempre in Cristo la sua forza e la sua vittoria sul male.
E poi dice a Pietro: «A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli».
È impressionante pensare che Cristo affidi a uomini fragili una responsabilità che ha una dimensione eterna.
Attraverso il servizio di uomini spesso inappropriati e inadeguati, la terra viene realmente collegata al cielo.
Questa è la Chiesa: non una semplice organizzazione religiosa, non un prodotto di scarto del Vangelo, ma la comunità che Cristo raduna attorno a sé per renderla sua.
[Alla fine, oggi il Vangelo ci lascia almeno tre questioni fondamentali.
La prima: chi è Gesù per me?
Non che cosa dice la gente. Non che cosa abbiamo imparato al catechismo. Non che cosa pensano gli altri. Ma io, davanti a Gesù, posso dire davvero: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»?
La seconda: di chi è la Chiesa?
È di Cristo. E allora posso amarla anche quando non corrisponde alle mie aspettative, posso servirla senza volerla possedere, posso restare fedele anche quando incrocia le fatiche di uomini concreti.
La terza: su che cosa sto costruendo la mia fede?
Sulla capacità, sulla coerenza, sulle emozioni, sulle persone che ammiro? Oppure sulla Roccia che è Cristo?]
La nostra sicurezza non sta nel fatto che Pietro sia forte.
Non sta nel fatto che noi siamo bravi cristiani.
La nostra sicurezza sta nel fatto che la Chiesa è di Cristo.
Quindi niente panico: ciò che Cristo costruisce, le porte della morte non possono distruggerlo.

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