la fede del lunedì

Il brano evangelico di questa domenica comincia con una costrizione: «Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca».

Forse ricordate, ma anche domenica scorsa il vangelo conteneva un comando di Gesù: «Gesù ordinò alla folla di sedersi sull’erba», anzi ricordavamo che letteralmente era “sdraiarsi sull’erba”, con una allusione al rito della cena pasquale.

Gesù impartisce degli ordini, dunque. Comanda di sdraiarsi sull’erba e comanda di salire sulla barca.
Potremmo dire che comanda di celebrare la festa così come comanda di ritornare alla vita, di riprendere la strada.

Sono imposizioni che avvengono, in realtà, in un clima generale di libertà, perché ognuno di loro, sia tra la folla che tra i discepoli, era sempre libero di prendere la sua strada; in ogni caso, però. Gesù non esita a dare ordini perentori.

È un modo di dire un poco desueto, ma in fondo in linea con il vangelo: ci sono le cosiddette “feste comandate”, le domeniche e gli altri giorni santi nei quali è norma partecipare all’Eucaristia. 

L’Eucaristia non è un optional, un aspetto decorativo e marginale dell’esistenza cristiana, ma la sorgente perenne della nostra identità e della nostra missione.

Ma c’è anche un comando, o – potremmo definirlo in modo un po’ suggestivo – “un precetto del lunedì”, il precetto della settimana, dei giorni normali, del tempo del lavoro e delle responsabilità.

I discepoli sono indotti a lasciare il tempo e il luogo dell’incontro sacro e a tornare alla ferialità della loro esistenza e responsabilità.

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La narrazione diventa molto significativa:«Congedata la folla, salì sul monte, in disparte, a pregare. Venuta la sera, egli se ne stava lassù, da solo».

Dunque la barca con i discepoli distava molte miglia da terra ed era agitata dalle onde e il vento era contrario.

Si ha l’impressione che l’evangelista nel riferire questo episodio alle generazioni successive, abbia voluto descrivere proprio il modo nel quale i credenti avrebbero vissuto la loro fede, immersi nella storia, nella grande traversata dell’esistenza.

Mentre il Signore sta sul monte a pregare per noi, sembra mancarci la sua presenza perché fisicamente è lontano da noi.

In mare, come nella vita, qualche volta si naviga a vela, cioè lasciandosi guidare dalla forza del vento, oppure si naviga a remi, cioè faticosamente si imprime alla barca la direzione voluta.


Quando il vento è contrario, si vive la frustrazione di una fatica che sembra inutile, perché il tragitto guadagnato dalla forza delle braccia è annullato dalla potenza del vento.

È un momento così poco “sacro”, verrebbe da dire: bisogna badare lì, non è tempo di meditazioni devote. 

La barca è distante sia dal punto di partenza che dal punto di arrivo e in più è velocemente calato il buio e i discepoli stanno sprofondando in una notte senza stelle.

La traversata dei discepoli, navigata a remi, ci fa tanto pensare al fatto che molto spesso viviamo la nostra vita di ogni giorno anche come una sfida, perfino ostile, alla nostra fede.

La vita del credente non si svolge in un mondo ideale, ma nel mondo così come è, un mondo che ti soffia contro, che spesso annulla i tuoi sforzi e contraddice le tue convinzioni.

Con buona pace delle vacanze di agosto, ognuno di noi conosce le sue contrarietà: sul lavoro, con i colleghi; nella vita sociale, anche nella vita politica; ma anche nelle relazioni, in famiglia, nel vicinato, nella città; nei tempi difficili della malattia e della sofferenza; ma anche nelle vacanze, nella cultura e perfino nel divertimento.

Recentemente alcuni giovani mi hanno confessato il loro disagio nel vedere come i loro amici, che non hanno la fede, sembrano vivere una vita apparentemente libera, senza scrupoli, senza limitazioni. Anche questo è vento contrario.

C’è poi il vento contrario di una società nella quale alcune convinzioni fondamentali della fede cristiana sull’uomo, sulla famiglia e sulla vita sono diventate difficili perfino da esprimere.
In una città terribilmente denatalizzata, incapace di guardare al futuro perché tutta ripiegata sull’oggi, sull’adesso.
In una società nella quale si può abortire, cioè sopprimere una vita umana, mentre talvolta sembra che la sensibilità per la dignità di un animale sia maggiore di quella per la vita di un essere umano.

E c’è anche il vento contrario, più sottile, di una cultura che riempie ogni spazio di rumori, immagini e divertimenti, lasciandoci sempre meno capaci di fermarci, di ascoltare, di pregare.

C’è dunque un fondo sostanziale di solitudine nel quale un credente spesso non si può sentire a suo agio, ma sfidato e messo alla prova.

Gesù dunque ci rimanda nella vita, ci costringe alla traversata per darci la possibilità di amarlo veramente dentro alla vita.

La fede non è una relazione episodica.
La fede vive di feste, ma si gioca tutta nella concretezza della vita.

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E proprio nel momento più drammatico della traversata, quando ormai è buio pesto e cominciano e venir meno le forze per la stanchezza, Gesù viene loro incontro camminando sul mare.

Quando lo vedono camminare sul mare, i discepoli gridano per la paura: «È un fantasma!». Questa è forse la più terribile delle tentazioni per un credente: rimettere Gesù tra i morti.

Viene in mente l’amaro dialogo dei discepoli di Emmaus con il Signore che camminava con loro: «Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele…». La festa è stata bella, ma adesso anche la speranza è coniugata al passato.

Tutto questo ributta Gesù nel regno dei morti, di un passato che non torna, che non dice più nulla, come una cattedrale in rovina e vuota di canti.

È a questo punto che Gesù torna a noi, come il vivente, il Signore. 

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Pietro ha capito che il segreto è stare dentro i comandi di Gesù: Gesù ha comandato l’Eucaristia? Gesù ha comandato la traversata? ecco la singolare richiesta di Pietro: «Se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». 

E il poveretto cammina sul serio sulle acque, verso Gesù e come Gesù.
Quando si fida di lui, Pietro diventa come Gesù, capace di camminare perfino sulle acque.

La debole fede di Pietro è a per noi una scuola: abbiamo tanto qui da imparare per la nostra vita.

Bisogna fare attenzione ai dettagli e tenerli bene a mente. Il vangelo dice curiosamente che Pietro “vede il vento”: «vedendo che il vento era forte, s’impaurì». 

Finché lo sguardo è orientato su Gesù, Pietro cammina perfino sul mare; nel momento in cui lo sguardo è totalmente assorbito dai problemi e dalle paure, allora Pietro affonda.

Pietro affonda quando il vento diventa più reale per lui della parola di Gesù

«Signore, salvami!». La preghiera più sostanziale e più semplice, che rimette Dio e l’uomo al loro giusto posto:
– l’uomo nella sua incredulità e nei suoi limiti;
– Gesù dentro al presente, dentro alla concretezza, dentro ai guai della nostra vita, ma come il Signore, come colui che è presente e vivo, come ancora di salvezza.

Pensiamo allora, in questa santa Eucaristia domenicale, alla concretezza dei nostri  lunedì, cioè alla realtà della nostra vita e delle sfide di ogni giorno.

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E un ultimo dettaglio: dice il vangelo che proprio su quella barca «si prostrarono davanti a lui», operazione complicata in mezzo al mare, ma necessaria, perché davanti a Dio bisogna piegare le ginocchia e poche storie. E la loro prostrazione diventa una professione di fede: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

Questa è la fede del lunedì. Lo adoriamo dentro barca, dentro la vita concreta e restiamo dentro l’obbedienza alla sua Parola perché guardando a lui si può perfino camminare sopra le acque inconsistenti della vita.

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