Ventesima domenica del tempo ordinario A
Sorprende la durezza di Gesù nella pagina evangelica che la liturgia ci fa rivivere in questa domenica.
Una donna straniera viene a supplicarlo per la figlia tormentata da un demonio. Lei grida: «Pietà di me, Signore, Figlio di Davide!». E Gesù non risponde. Neppure una parola.
La situazione finisce per mettere in imbarazzo perfino i discepoli: «Esaudiscila, Signore, perché ci viene dietro gridando!». Non sappiamo se i discepoli siano mossi dalla compassione oppure semplicemente infastiditi dalle sue urla. Fatto sta che Gesù finalmente parla, ma sembra quasi peggiorare la situazione: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
E quando la donna insiste: «Signore, aiutami!», arriva una parola ancora più dura: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini».
Per comprendere questo episodio dobbiamo ricordare ciò che è accaduto nei versetti precedenti del Vangelo di Matteo. Gesù ha appena discusso con alcuni farisei e scribi venuti da Gerusalemme sulla questione della Legge.
Essi rimproverano ai discepoli di non osservare alcune prescrizioni della tradizione. E Gesù risponde insegnando che la vera purezza e la vera impurità non si misurano semplicemente attraverso pratiche esteriori della Legge: ciò che conta è l’obbedienza del cuore.
La questione era ed è molto profonda: chi è il vero credente? Che cosa significa veramente appartenere a Dio?
Per Israele, la Legge era il dono dell’Alleanza, la via concreta attraverso cui vivere davanti a Dio.
Ma il rischio era quello di trasformare il rapporto con Dio in una questione di appartenenza, di osservanza formale, di diritti acquisiti.
Ora tutto cambia, perché Dio stesso ha mostrato il suo volto.
Colui che l’uomo aveva cercato di conoscere e adorare, il Dio invisibile e inaccessibile, ora cammina sulla nostra terra. Il Figlio di Dio si è fatto uomo. È venuto a incontrarci. Non siamo più davanti semplicemente a una legge scritta sulla pietra, ma siamo davanti a una Persona viva: Gesù Cristo, «Dio da Dio, luce da luce», il Redentore che ha dato la vita per la nostra salvezza.
E proprio per questo Gesù conduce i suoi discepoli fuori dai confini di Israele, verso una regione straniera. E lì accade qualcosa di sorprendente.
Viene incontro a Gesù una donna cananea.
Matteo usa intenzionalmente questo nome soprannome. Ai tempi di Gesù i Cananei non esistevano più: erano i popoli che abitavano la terra promessa prima della conquista ai tempi di Giosuè ma il nome veniva ancora utilizzato non certo come un complimento.
Quella donna non può vantare nulla davanti a Gesù.
Non appartiene al popolo eletto, non può accampare diritti, non presenta credenziali religiose.
Dalla sua, quella donna ha solamente un immenso bisogno.
Sua figlia è vessata dal demonio.
Non si perde in spiegazioni: va al centro della questione.
Sa che davanti a Gesù può chiedere ciò che nessun altro può darle.
E allora grida: «Pietà di me, Signore, Figlio di Davide!».
È una preghiera semplicissima e potentissima.
«Pietà di me»: Eleison me.
Non porta a Gesù una teoria, non gli presenta una spiegazione, non pretende di insegnargli che cosa deve fare.
Gli presenta la sua miseria e si affida alla sua misericordia.
E lo chiama «Signore».
E lo chiama «Figlio di Davide», riconoscendo in lui il Messia promesso, colui nel quale si compiono le promesse fatte a Israele.
È una pagana, ma sta già parlando il linguaggio della fede.
Ma Gesù continua a tacere.
Questo silenzio ci riguarda molto da vicino.
Quante volte anche noi abbiamo pregato e ci è sembrato che Dio non rispondesse. Abbiamo chiesto, insistito, supplicato e non abbiamo visto accadere nulla.
Il silenzio di Dio può diventare una prova terribile.
Ma questa donna non si arrende.
«Signore, aiutami!».
E allora Gesù pronuncia la parola del pane dei figli e dei cagnolini.
Non dobbiamo addolcire artificialmente questa frase.
È una parola dura. Ma proprio qui si trova il cuore dell’episodio.
«Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cani».
Da un punto di vista del galateo e del politicamente corretto, Gesù avrebbe fatto una figura migliore a stare in silenzio: al netto del diminutivo, Gesù chiama quella donna, esattamente come gli Israeliti del suo tempo chiamavano abitualmente i pagani: cani!
Gesù sta mettendo alla prova la donna e, soprattutto, sta mettendo alla prova i suoi discepoli.
La questione vera è: chi sono veramente i figli e chi sono veramente i cani?
chi è il vero credente?
chi pensa di avere diritto alla benedizione di Dio perché appartiene a una determinata famiglia, o perché ha rispettato una regola, un precetto?
La risposta della Cananea è straordinaria.
Qui è un poco infelice la traduzione della risposta della donna: “eppure i cagnolini mangiano le briciole”. Nel testo, non c’è la minima traccia di contraddizione; la donna invece acconsente completamente a quanto detto da Gesù: «Sì, Signore, e infatti i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Non contraddice Gesù.
Non accampa diritti.
Non pretende di essere degna.
Non dice: «Anch’io ho diritto al pane».
Accetta di non avere nulla da vantare.
Ma proprio lì, dentro quella povertà, trova la sua speranza.
«Io non sono degna di sedermi alla tavola dei figli. Ma tu sei così grande, così ricco di misericordia, che anche una briciola della tua grazia è sufficiente per salvarmi».
Questa è la fede.
La fede non consiste nel presentarsi davanti a Dio dicendo: «Ho fatto tutto bene, dunque mi devi qualcosa».
La fede è invece stare davanti al Signore con le mani vuote e dire: «Io non ho nulla da vantare. Ma so che tu puoi salvarmi».
Gesù allora esclama: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri».
E la figlia fu guarita da quell’istante.
Quella donna, che sembrava essere la più lontana, diventa un modello per tutti.
E qui comprendiamo anche il significato della prima lettura. Isaia aveva annunciato che sarebbe arrivato il giorno nel quale anche lo straniero che aderisce al Signore sarebbe stato accolto sul suo monte santo: «La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutti i popoli».
La Cananea è l’immagine vivente di questa profezia.
La salvezza non è un privilegio riservato a chi può vantare una appartenenza.
La salvezza è dono. E il criterio decisivo è la fede in Cristo.
Per questo il Vangelo di oggi non parla soltanto di una donna pagana che ottiene una guarigione. Parla di ciascuno di noi.
Anche noi arriviamo davanti al Signore con le mani vuote.
Anche noi possiamo essere tentati di pensare che Dio ci debba qualcosa perché abbiamo pregato, perché abbiamo osservato dei precetti, perché abbiamo fatto del bene.
Ma davanti a Cristo non possiamo accampare diritti.
Possiamo soltanto dire:
«Kyrie, eleison me. Signore, pietà di me».
«Signore, aiutami».
«Non sono degno che tu entri sotto il mio tetto, ma di’ soltanto una parola e io sarò salvato».
Tra poco ci avvicineremo alla tavola dei figli.
Ma non perché siamo degni.
Non perché abbiamo qualcosa da vantare.
Ci avviciniamo perché Cristo ci invita.
Il pane che riceviamo non è il premio per i nostri meriti: è il dono della sua misericordia.
E mentre siamo ancora avvolti dalla gioia dell’Assunzione della Vergine Maria, possiamo comprendere ancora meglio questo mistero.
Maria cantava: «Ha guardato l’umiltà della sua serva».
Dio guarda proprio lì: all’umiltà di chi non pretende, non accampa diritti, ma si affida.
La Cananea ci insegna la stessa disposizione fondamentale: stare davanti a Cristo con fiducia, anche quando sembra tacere; continuare a pregare anche quando non vediamo risposta; riconoscere la nostra povertà senza dubitare della sua misericordia.
«Eleison me, Signore, Figlio di Davide».
Una tua parola mi basta.
Perché il male più profondo che mi affligge è essere lontano da te.
Non mi doni una briciola. Mi doni te stesso.
Signore, non permettere che io mi allontani da te.
Perché tu sei la mia salvezza, la mia speranza, la mia vita.
