Terza domenica di Quaresima B
Gesù amava la Città Santa, Gerusalemme, e in modo speciale il Tempio, la Casa di Dio. Proprio perché Dio non può essere contenuto dentro delle mura costruite dall’uomo, quella Casa santa era il segno di una predilezione, di un amore di cui il suo popolo si sentiva fiero.
Era nato a pochi chilometri da lì, e vi era stato portato pochi giorni dopo la nascita per adempiere alla legge del riscatto dei primogeniti maschi, ma praticamente l’intera sua esistenza l’aveva trascorsa in Galilea, a Nazaret, che distava quasi una settimana di cammino.
Tutto lascia intendere che fin dall’età di dodici anni – quando vi fu portato dai genitori Giuseppe e Maria – Gesù non aveva mai mancato di andarci proprio per la Pasqua, quando si compiva il rito della immolazione dell’agnello, che aveva luogo solo nel Tempio.
Il vangelo di Giovanni – che prende il posto di Marco per questa ultime settimane quaresima – ci testimonia che nei tre anni del suo ministero pubblico, Gesù visse sempre i giorni santi di Pesah, nella città santa.
Soprattutto in quei giorni, il tempio era affollato di molti pellegrini che giungevano in carovana, per assolvere il dovere di ogni pio Israelita: sacrificare un agnello e mangiare la cena pasquale.
Non era solo un ricordo della liberazione dall’Egitto; era la festa di chi era stato lui stesso liberato: perché quello che Dio aveva fatto, aprendo a Israele le acque del Mar Rosso, lo aveva fatto non solo per la generazione di Mosè e del Faraone: il passaggio attraverso il mare, aveva infatti aperto anche per tutte le generazioni future la via della libertà.
Ognuno che celebrava la Pasqua dell’Agnello diceva non solo “Dio ha liberato i nostri padri”, ma cantava con ragione “egli è stato la mia salvezza”.
Ci troviamo nel cortile più esterno e vasto del tempio, chiamato anche “cortile dei gentili”. Pur appartenendo al Tempio, era aperto a tutti, anche ai pagani che eventualmente desiderassero avvicinarsi al Dio ignoto.
Era qui che facilmente si formavano capannelli di credenti, maestri e discepoli, che discutevano sulla legge e cercavano di comprendere il senso delle antiche Scritture.
Era qui che i credenti, soprattutto quelli che vivevano in città o arrivavano da lontano, come Gesù stesso, potevano procurarsi ciò che era necessario per celebrare il culto divino, secondo quanto era previsto dalla legge.
Fu proprio qui che Giuseppe e Maria acquistarono una coppia di colombe, da sacrificare per il riscatto di Gesù, il maschio primogenito, come era scritto nella Legge.
I vangelo lo dicono in modo discreto: ma quella delle colombe non realmente era l’offerta prevista dalla Legge. Doveva essere piuttosto un agnello. Le colombe erano invece l’offerta tollerata per le famiglie povere di mezzi.
In questa prima Pasqua pubblica di Gesù, troviamo sulle sue labbra, le stesse parole che disse a Maria, in quello stesso luogo, quando era dodicenne: “Il Padre mio”: “Devo occuparmi delle cose del Padre mio”, aveva detto a Maria. “La casa del Padre mio”, dice oggi ai Giudei.
Era molto raro che i credenti dell’antico Israele si rivolgessero a Dio con il titolo troppo familiare di Padre. Era perfino inaudito che qualcuno potesse dire addirittura “Padre mio”.
Con una forza irresistibile, Gesù riesce a cacciare dal tempio tutti i venditori e i cambiamonete. I presenti non capiscono il motivo di questo gesto tanto determinato, ma nessuno ha la forza di opporsi. C’era come una forza invisibile che lo sosteneva.
Era evidente che quei venditori non stavano facendo nulla di male: la loro attività era necessaria alla celebrazione dei sacrifici e dei riti prescritti, per le feste del calendario, per il riscatto dei primogeniti, per la riparazione delle condizioni di impurità, per il perdono dei peccati.
In ogni caso, “Nessuno osi presentarsi al mio santuario a mani vuote” (Es 34,20), dicevano le Scritture, neanche la povera vedova, che infatti lascerà due spiccioli.
Così comandavano le Scritture e così Gesù continuerà ad insegnare: la preghiera dei credenti, non può essere un puro fiume di parole o un tumulto di sentimenti e richieste. “Non pregate come i pagani”, diceva Gesù, “i quali credono di essere esauditi a forza di parole”…
La preghiera deve essere anzitutto ricerca della volontà di Dio, un atto d’amore che mostri quanto Dio è amato al di sopra di tutto, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze.
Proprio questo amore spiegava il senso dei sacrifici che si immolavano, secondo la legge, solo a Gerusalemme, al cospetto di Dio, sacrifici che erano anzitutto rinuncia a un bene, a un possesso, per amore del Signore.
Chissà se i presenti si resero conto che improvvisamente si stava compiendo davanti ai loro occhi una parola misteriosa contenuta nella Bibbia, precisamente nell’ultima riga delle profezie di Zaccaria, uno dei 12 profeti minori: “In quel giorno non vi sarà neppure un mercante nella casa del Signore degli eserciti” (Zc 14, 21).
Ma come entreremo ora nel tempio se non abbiamo una vittima? Che cosa offriremo per il riscatto di un primogenito maschio se non abbiamo una coppia di colombe?
Come potremo offrire un olocausto per riparare al peccato, se non abbiamo un animale senza difetti e senza macchia, come prescrive la legge. Come celebreremo la Pasqua, se non abbiamo un agnello?
Perché resta vero, e lo conferma anche il Nuovo Testamento, “senza spargimento di sangue non esiste perdono” (Ebr 9,14)…
I discepoli che assisttono alla scena, si ricordarono di un salmo, il numero 68: “Lo zelo per la tua casa mi divora”.
Sicuramente Gesù lo recitava spesso, ad alta voce, come era usanza pregare per i figli di Israele.
I discepoli capiranno presto il motivo per cui Gesù si identificasse tanto con le antiche parole del salmo di Davide:
“Salvami, o Dio: l'acqua mi giunge alla gola. Più numerosi dei capelli del mio capo sono coloro che mi odiano senza ragione.
Per te io sopporto l’insulto e la vergogna mi copre la faccia; sono un estraneo per i miei fratelli, un forestiero per i figli di mia madre. Poiché mi divora lo zelo per la tua casa, ricadono su di me gli oltraggi di chi ti insulta. L'insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati. Hanno messo nel mio cibo veleno e quando avevo sete mi hanno dato aceto. Io sono infelice e sofferente; la tua salvezza, Dio, mi ponga al sicuro. Loderò il nome di Dio con il canto, lo esalterò con azioni di grazie, che il Signore gradirà più dei tori, più dei giovenchi con corna e unghie”.
C’è una nuova Pasqua, all’orizzonte, un nuovo sacrificio, un nuovo agnello, un nuovo tempio, un nuovo sacerdozio, una nuova rivelazione, una nuova alleanza.
Prima di qualsiasi lettura moralistica del gesto compiuto da Gesù, riconosciamo che Gesù sta preparando un nuovo Pesah, un nuovo passaggio: non più solo dalla schivitù materiale dell’Egitto alla terra promessa, ma dalla schiavitù infernale del peccato e della morte alla suo regno; dalla condizione di servi di Dio, alla dignità di figli; da un culto fatto di sacrifici rituali, all’adorazione in spirito e verità.
Nell’Antica Alleanza solo a Gerusalemme si potevano immolare i sacrifici; nella Nuova ed Eterna Alleanza, l’unico luogo esclusivo dell’incontro di Dio e del culto a lui gradito è il Corpo del suo Figlio. “Egli parlava del tempio del suo corpo”. E proprio per queste parole è stato messo a morte.
Non ci presenteremo davanti a Dio a mani vuote: Cristo stesso è il nuovo Agnello, che con il suo sangue ci libera una volta per tutte da ogni schiavitù. Non c’è bisogno di procurarsi una vittima: Dio stesso sul monte provvede l’Agnello per l’olocausto.
Non ci presenteremo più davanti a Dio come servi, nel timore di incorrere in qualche impurità legale, ma nella nuova incredibile dignità di figli: e per il sangue di Cristo potremo alzare le mani al cielo e invocare come Gesù e insieme con lui: “Abbà, Padre mio!”.
Non c’è salvezza se non Cristo. Non c’è sacrificio se non Cristo. Non c’è tempio, non c’è preghiera, se non Cristo, non c’è vita, non c’è speranza, se non Cristo.
Camminiamo con la Chiesa verso la celebrazione della vera Pasqua: non è una festa di anniversario, ma un “hic et nunc”, un “qui e ora”. Perché Dio ha fatto tutto questo per me, per noi, qui e ora.
