liberi perché pecore

Siamo tutti molto aggrappati a noi stessi, alla nostra autonomia nelle scelte e nelle decisioni, alla nostra libertà e indipendenza.

Fino al paradosso: l’umanità non ha mai avuto tante possibilità di incontro, di relazione e di comunicazione, come in questi decenni, e allo stesso tempo, non è mai apparsa tanto frantumata nell’individualismo. 

Anche quelle culture politiche che avevano fatto dei diritti sociali la loro grande ragione di impegno, oggi sono sempre più attratte dalla affermazione di diritti individuali più o meno fondati e – pazienza – se per affermarli, si calpestano e si distruggono perfino i fondamenti umani del nostro vivere comune, dalla famiglia, alla stessa identità personale.

Per andare subito al punto, reagendo alla pagina evangelica che abbiamo appena ascoltato, non sopportiamo di essere paragonati alle pecore: “io sono libero, io penso con la mia testa, io non devo rendere conto di quello che faccio, non ho bisogno di qualcuno che mi dica come comportarmi, come vestirmi, come vivere le mie relazioni, come scegliere la mia stessa identità”.

Una mentalità che entra in modo molto tossico anche nella nostra vita spirituale ed ecclesiale.

Anche tra i membri attivi della comunità cristiana si nota un forte attivismo per affermare le proprie personali visioni della verità e del bene e troppo spesso purtroppo, il fatto che queste visioni siano ben diverse dagli insegnamenti del Vangelo non costituisce affatto un problema.

Ricordo che da studente mi colpì molto un esempio che mi venne fatto, a proposito di libertà personale: è quello del supermercato.

Quella intrigante sensazione, quando entri in un supermercato di essere libero di poter comprare quello che vuoi, di poter vagliare, scegliere, decidere… quando invece sappiamo perfettamente che la disposizione dei prodotti, le musiche, i suoni, l’illuminazione, i colori sono studiati molto attentamente per orientare i nostri comportamenti e orientarci all’acquisto perfino di cose di cui non avevamo alcun bisogno.

E questo esempio oggi è ampiamente superato, perché il supermercato ormai ce lo abbiamo incorporato non solo nei nostri cellulari, ma anche nei valori che ispirano le nostre scelte e le nostre decisioni.

Resta tutta però l’amara verità di fondo: la libertà di scelta è molto spesso nient’altro che una illusione, una apparenza, a fronte di condizionamenti profondi.

Ci avete fatto caso che, soprattutto i più giovani, ma non solo, quanto più pretendono di affermare la loro autonomia di giudizio, tanto più finiscono per essere tutti uguali, perfino nel modo di vestire?

La questione cruciale riguardo all’autonomia e alla libertà personale non è quindi se essere liberi, indipendenti, autonomi oppure subire i dettami di qualche autorità (la famiglia, la Chiesa, la scuola…).

La questione cruciale è in realtà: a chi appartengo? A chi do retta nella vita? Chi è il mio maestro? Chi è il mio Signore?

È una domanda di fondo e non ineludibile, perché, quanto più penso di non appartenere a nessuno (“io non sono una pecora, non ho nessun pastore”), tanto più in realtà sono schiavo di me stesso, della mia ignoranza e del mio egoismo.

Da questo punto di vista, la parola evangelica di questa quarta domenica di Pasqua è un pugno nello stomaco.

Come sapete, l’immagine delle pecore, del recinto e del pastore è un tema biblico molto utilizzato nelle pagine dell’Antico Testamento.
Suonava molto rasserenante per un popolo che spesso era sopraffatto da cattivi pastori e da false guide.

I Testi sacri annunciavano che Dio stesso avrebbe avuto cura del suo gregge, avrebbe radunato i suoi figli dispersi, avrebbe cercato la pecora perduta, fasciato la malata, occupandosi di tutte e di ciascuna secondo la loro necessità.

Con la sua morte, Gesù ha riaperto la Porta della vita, anzi lui stesso è divenuto la Porta che ci mette al sicuro da morte, rovina e paura.

Gesù offre un rapporto di fiducia non ad una massa indistinta, ma stabilendo una relazione speciale con ciascuno, in un riconoscimento reciproco di fiducia e di amore: un pastore che ci precede e ci accompagna nei pascoli della vita.

Oggi, dunque, siamo chiamati a prendere ancora una volta posizione, rispetto alla realtà, rispetto a noi stessi, rispetto a colui che ha dato la vita per noi.

Noi che siamo qui oggi, dobbiamo seriamente domandarci: chi è Gesù Cristo per me? È solo il simbolo di una tradizione?

È il personaggio caro di qualche racconto edificante?
È semplicemente il pretesto per dare fondamento a qualche valore di riferimento essenziale?
È una presenza semplicemente decorativa, il pretesto per mangiare uova di cioccolata e panettone?

Oppure, credo fermamente alla Pasqua? e cioè: credo anzitutto che Gesù Cristo adesso è vivo, che mi conosce, che mi ama, che è in relazione con me, che gli devo tutto quello che sono?

Credo che Gesù è il Signore?
Che gli appartengo?
Mi sono lasciato conquistare da lui?
Ho fiducia in lui?
Davvero la sua parola conta per me?

Nel brano del vangelo che abbiamo appena ascoltato, sono descritte una serie di azioni del gregge e del pastore, ma si parte dalle pecore: “le pecore ascoltano la sua voce”.

È la prima fondamentale caratteristica della comunità dei credenti.

Prima di qualsiasi altra cosa, un cristiano è chiamato all’ascolto della Parola di Dio, relativizzando tutte le altre voci e parole del mondo.

Dopo questa attitudine fondamentale del gregge, il vangelo, descrive le azioni del Pastore.

Il Pastore “fa uscire”: come Dio aveva fatto uscire il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto, così ora conduce e riconduce il suo gregge fuori dalle oppressioni del mondo e dalla schiavitù del peccato.

Il Pastore “cammina davanti al gregge”: come aveva condotto con sicurezza Israele nei pericoli e nelle restrizioni del deserto, così ora Gesù precede e indica la via da seguire.

E se abbiamo imparato a riconoscere la sua voce, sappiamo di essere preziosi per lui, sappiamo di poterci fidare.

Se nella mia brama di autonomia a tutti i costi non accetto di dipendere da Cristo, allora la mia presunta libertà si rivelerà un’illusione.

Se non appartengo a Cristo, appartengo al mondo. Se non è Dio il mio pastore, la mia guida verso la libertà, allora avrò senz’altro un altro padrone, uno che mi tiene schiavo.

Se l’uomo riconosce e accoglie il Cristo come proprio pastore e via d’accesso al Padre, non solo acquista la vera libertà, ma si compie in lui la salvezza, con tutti i suoi doni di pace e felicità.

Se il Signore è il mio pastore, allora non manco di nulla, trovo pascoli verdi dove riposare, acque tranquille dove spegnere la mia sete e rinfrancarmi. 

Se il Signore è il mio pastore, non perdo mai il giusto cammino, nemmeno nella notte tenebrosa: nessun male o pericolo mi incute paura, perché Lui è con me. 

Se il Signore è il mio pastore, allora il mio calice, cioè la mia vita, trabocca della sua grazia, per sempre. 

Non c’è quasi bisogno di aggiungere che questa domenica del buon Pastore è la giornata di preghiera per le vocazioni: pregare per le vocazioni significa pregare in fondo per ciascuno di noi – e specialmente per i giovani – perché ognuno possa imparare a riconoscersi e a fidarsi della voce di Cristo e a seguirlo.

Nel grande ipermercato del mondo, che ti illude di essere libero ma che in realtà ti induce bisogni artificiali che ti tengono schiavo, la libertà consiste nel riconoscere il primato di Dio e nel renderne visibile la sua presenza amorosa.

L’umanità ha bisogno di preti santi e di anime consacrate che vivano quotidianamente il dono totale di sé a Dio ed al prossimo.
Il mondo ha bisogno di papà e di mamme capaci di testimoniare tra in famiglia e nella società la santità del matrimonio, risvegliando in quanti li avvicinano il desiderio di realizzare il progetto del Creatore sulla famiglia.
Il mondo ha bisogno di giovani che abbiano scoperto personalmente Cristo e ne siano restati affascinati così da appassionare i loro coetanei alla causa del Vangelo.

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