davvero post-cristiani?

I due discepoli che lasciano Gerusalemme, sono persone ferite, deluse.

Erano “discepoli di Gesù”: l’evangelista Luca continua a chiamarli così, ma ormai avevano perso la fede. 

Come succede purtroppo a tanti dei nostri amici – e talvolta anche a noi stessi – la fede in Cristo sembrava loro un bel sogno di tempi passati, ma il brusco risveglio di una cultura scettica e disincantata, ammazza tutte le illusioni.

«Noi speravamo». È terribile questo verbo sperare coniugato al passato. Al Viandante che si è fatto loro compagno di viaggio, i due manifestano tutta l’amarezza della loro sfiducia e la mancanza di ogni attesa.

Il Vangelo dice che avevano il volto triste: dunque con la fede e la speranza, i due hanno perso anche la gioia.

Hanno una mèta precisa, che è «il villaggio dove sono diretti» (Lc 24,28), ma nel cuore sono del tutto disorientati e persi. 

Si direbbe che l’unica cosa che non hanno perso è la parlantina, visto che il Vangelo abbonda di verbi: «conversavano…», «discorrevano…», «discutevano…». 

Non vorrei fare della sociologia da quattro soldi, ma non sembra anche a voi che vari aspetti di questa descrizione ci riportino a tante delle nostre strade, dei nostri cammini? 

Autobus, treni, autostrade, metropolitane, i luoghi dei nostri transiti sono pieni di gente iperconnessa, con dispositivi elettronici che li mettono in contatto con il mondo, dentro a un fiume di suoni e di parole, che ci lascia però sostanzialmente tristi e inquieti.

Questi due cristiani (o forse ex-cristiani) hanno molte informazioni sulle Scritture, ma non riescono a entrare nella loro verità.

Sono anche aggiornatissimi sulle più recenti vicende della vita ecclesiale, sanno tutto di quello che «è accaduto in questi giorni»; ma il loro spirito resta impermeabile alla speranza.

Il Cardinale Biffi in un’omelia geniale sui discepoli di Emmaus diceva che i due “sembravano convinti – come molti nostri contemporanei – che la nostra è ormai una società “post-cristiana”.

È sotto gli occhi di tutti. La fede cristiana è divenuta marginale in gran parte delle scelte e degli orientamenti della maggior parte delle persone, perfino tra i membri più o meno giovani delle nostre comunità ecclesiali. Negarlo sarebbe inutile e controproducente.

La lettura geniale di Biffi, però, lo portava a dire che quei due viaggiatori che “credevano di essere post-cristiani, erano invece semplicemente pre-cristiani”. In effetti l’incontro pieno e personale con il Vangelo di Cristo era ancora tutto davanti a loro e quei due dovevano ancora percepirlo per lasciarsene trasformare.

Anche noi pensiamo spesso che il cristianesimo sia ormai alle spalle, come qualcosa che c’era una volta e che oggi è stato superato.

Ma il Vangelo di Emmaus ci offre uno sguardo completamente diverso.

Quei due discepoli non sono “dopo” Cristo: sono ancora prima di lui. Non hanno ancora incontrato davvero il Risorto. 

Conoscono i fatti, sanno raccontare gli eventi… ma non hanno ancora fatto quell’esperienza personale che cambia la vita.

Noi non viviamo affatto in un mondo che ha superato il cristianesimo, ma in un mondo che non lo ha ancora incontrato davvero.

Non siamo circondati da nemici della fede, ma da uomini e donne in attesa – spesso inconsapevole – di una parola che illumini la loro vita.

Deve cambiare il modo di giudicare la crisi che vediamo attorno a noi. Non è solo perdita, non è solo rifiuto: è anche, misteriosamente, uno spazio aperto, un terreno che attende di essere raggiunto.

Se pensiamo di essere in un mondo ‘post-cristiano’, rischiamo di difendere e rimpiangere.

Se comprendiamo che è ‘pre-cristiano’, allora siamo chiamati ad annunciare e a incontrare.

Il Vangelo ci chiede di lasciarci raggiungere di nuovo da Cristo, di permettergli di spiegare anche a noi le Scritture, di entrare nella nostra vita, di accendere il nostro cuore.

Come è accaduto ai due discepoli di Emmaus.

Perché il cristianesimo comincia davvero non quando si sa qualcosa su Gesù, ma quando lo si riconosce presente e vivo nella propria strada.

***

Gesù in persona si fa vicino ai discepoli. Cura le ferite della loro disillusione e della loro tristezza. Li introduce alla piena comprensione della realtà delle cose.

Gesù non li avvicina con delle parole di circostanza, con una esortazione all’ottimismo. Al contrario, con tutta schiettezza, il Signore li mette davanti a se stessi: «Stolti e lenti di cuore!». 

Siamo spesso pieni di mezzi e informati su tutto; eppure siamo «stolti», cioè privi di quella vera sapienza che ci consente di leggere dentro le cose e gli eventi e di coglierne il senso profondo. 

Ricchi di sentimento, appassionati ai problemi, interessati a tante questioni magari anche religiose, ma «lenti di cuore», cioè non sappiamo deciderci ad aprirci totalmente alla verità del Risorto e alla grazia di un incontro vero e personale con lui.

«Bisognava che il Cristo patisse». È il primo nodo da sciogliere. È il più grande in realtà e contiene tutti gli altri. 

«Bisognava»: la croce non è una necessità quasi fatale, ma è il misterioso disegno di Dio per la nostra salvezza. 

Non era “destino”, era “amore”!
Non era “disgrazia”, era “dono”!
Non era “delusione”, era “misericordia”!.

Gesù aiuta i discepoli a ricomprendere le Scritture nel loro significato vero: la sua morte non è una disperante sconfitta, ma una appassionata storia di amore. 

Dio non si rassegna all’infedeltà dell’uomo. Non sbatte la porta deluso, non si allontana mai dall’uomo, ma lo accompagna e lo sostiene fino alla fine.

Gli eventi sono rimasti esattamente quelli di prima, ma ora sono letti con occhi nuovi. 

«I loro occhi erano impediti di riconoscerlo». 

È difficile trovare parole che descrivano con più chiarezza la situazione nostra e di tanti nostri contemporanei. 

Molti pensano di essere lontani da Dio, da Cristo e dalla Chiesa; e in realtà non è vero! Come possono essere lontani, se Gesù non smette mai di starci vicino e, anche se non ce ne accorgiamo, cammina con noi sulle strade della vita? 

Dio non è lontano: è presente, ma non riconosciuto! C’è l’incapacità da parte nostra di vederlo per quello che è, a causa dei troppi pregiudizi, di interessi divergenti, di incomprensioni. 

Ma la conclusione del racconto ci rasserena:«Si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero». E soprattutto va notato che il vangelo non dice che Gesù si dileguò o che scomparve: ma che si rese invisibile ai loro occhi. 

Cioè Gesù resta sempre come colui che ci segue nel nostro cammino, perché noi possiamo seguirlo sulla sua strada.

Nel pane spezzato, nell’Eucaristia possiamo sempre riconoscerlo: è invisibile non perché non è più con noi, ma perché è dentro di noi. 

La Parola e il Pane della vita ce lo hanno messo nel cuore: non vediamo più il suo volto di fratello, perché Cristo ha fatto suo il volto di ogni fratello. 

Il Signore ci è sempre accanto quando abbiamo qualche amarezza o qualche ragione di sofferenza: è l’unico che non abbandona. 

Il Signore ci è accanto anche quando percorriamo le strade nebbiose della delusione, del dubbio o dell’incredulità. 

Il Signore ci è accanto perfino quando sbagliamo e pecchiamo: Gesù ha versato il suo sangue per tutti! Il Salvatore non può rassegnarsi mai alla perdita di qualcuno dei suoi fratelli. 

Sembra che stia calando la notte su un mondo che diventa sempre più complicato e su un’umanità che capisce sempre meno quale sia il suo vero destino e dove stiano i sentieri giusti per arrivare alla gioia. 

In momenti come questi, la preghiera dei due discepoli di Emmaus sembra venire proprio dal nostro cuore: « Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». 

Quando l’uomo arriva alla sincerità di questa preghiera, si trova già sulla strada della salvezza.

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