Esaltazione della Santa Croce
“Salire al cielo”: si può ben dire che questa è la tentazione primordiale dell’uomo. Ogni peccato umano ha qui la sua radice.
Dalla smania del primo uomo di essere come Dio, cioè di poter essere legge a se stesso, determinando in base al capriccio o all’interesse del momento che cosa è bene e che cosa è male… fino alla folle impresa di Babele, la corsa di una umanità che confida solo nelle proprie capacità di conoscenza e di intervento, ma che alla fine si accartoccia in una una massa conflittuale di egoismi contrapposti.
Il vangelo di oggi – festa della Esaltazione della Santa Croce – si apre con una affermazione nettissima: “nessuno è mai salito al cielo”.
Sì. Il cielo è fuori dalla portata dell’uomo. Perché ciò che da senso alla vita dell’uomo in realtà sta molto oltre i limiti dell’uomo stesso, è al di sopra di lui, è prima e dopo di lui.
Eppure esiste ancora un disegno, una superiore volontà di bene e che oggi ci è rivelata: perché l’uomo possa trovare finalmente la strada del cielo, cioè la strada del senso, della pienezza, della beatitudine, della pace, Dio stesso è disceso dal cielo.
«Nessuno è mai salito al cielo, fuorché il Figlio dell’uomo, che è disceso dal cielo».
Quel cielo che l’uomo voleva conquistare attraverso la via della superbia e della empietà, Dio stesso ha voluto donarcelo attraverso la via sconvolgente dell’amore.
Se comprendiamo veramente che cosa implica, che cosa significa questo “discendere dal cielo”, capiremo anche quell’avverbio “tanto” che abbiamo ascoltato: «Dio ha tanto amato il mondo». È l’amore sconvolgente che Dio continua ad offrirci nonostante tutto.
Il Figlio di Dio non è disceso in un mondo ideale, perfetto, pacificato, giusto e santo. Non è sceso nel mondo dei potenti, dei ricchi, dei sapienti. Non è venuto in mezzo ad un mondo di uomini risolti, illuminati, sereni.
Non è sceso neppure nel mondo degli irreprensibili, dei santi “tutti di un pezzo”, dei senza macchia.
Il Figlio di Dio non è sceso in un mondo così, semplicemente perché quel mondo non esiste.
Il Figlio di Dio è sceso in un mondo che gli era ostile; un mondo orribilmente segnato dalla superbia umana, sfregiato dalla violenza, dalla prevaricazione; in una umanità che sputa continuamente sulla sua stessa vita e ne rinnega la dignità.
Il Figlio di Dio non si è fatto uomo in un giardino incontaminato, ma in un mondo segnato dall’arroganza dei potenti, dall’avidità smodata di chi accumula a danno dei poveri, dalle lacrime delle vittime innocenti.
Non ha preso carne in un’umanità angelicata, ma in quella reale, sporca, contraddittoria, che conosce il tradimento e la menzogna, il dolore e la disperazione.
Il Figlio di Dio è entrato in una umanità in cui il peccato non ha cancellato il desiderio e il bisogno di amare e di essere amati; ma lo ha deviato profondamente, lo ha profanato, mutando la meraviglia dell’attrazione reciproca in smania; la tenerezza, in strumento di manipolazione; la relazione, in sospetto, dominio e conflitto.
È in questo mondo che si è aperta e si apre continuamente la strada nuova e inaudita che porta finalmente al cielo.
Il vangelo di oggi ce la indica attraverso un verbo sul quale non finiremo mai di riflettere.
«Bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo».
È il verbo della necessità, del dovere, dell’obbligo. Un verbo che non appare casualmente nei vangeli, ma ritorna sempre nei discorsi di Gesù, quando Gesù allude alla sua Passione: « Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Nella nostra esperienza umana, percepiamo il dovere, la necessità, come una limitazione alla nostra libertà: ciò che “devo” fare sembra contrapporsi a ciò che “voglio” fare.
Quando Gesù dice che “bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato” (parlando evidentemente della sua crocifissione), non sta parlando di un obbligo impostogli dall’esterno, ma di quel “dovere” che viene dall’interno, che viene dall’amore: non è una costrizione esterna, ma una esigenza interna che manifesta l’amore incontenibile che c’è nel suo cuore.
Il nome della festa di oggi, “esaltazione della croce”, mostra tutto il paradosso di questo amore. Che senso ha esaltare un patibolo?
Nella comune esperienza umana, per quanto segnata e degradata dal peccato, noi conosciamo il valore dell’amore nei confronti di chi ci ama, i tanti legami che sostengono amicizie e affetti, un tipo di amore che può arrivare anche a dei gesti eroici.
Ma ciò che dell’amore di Dio è assolutamente sconvolgente e che eccede ogni immaginazione, è il fatto che Gesù non dà la vita per gli amici, per chi gli vuole bene o lo segue. Gesù muore per chi lo tradisce, lo rinnega, lo abbandona. Per chi lo giudica ingiustamente, per chi lo insulta e lo crocifigge.
Cristo ci ama non perché siamo amici, ma perché vuole farci diventare amici di Dio. Ci ama nella nostra fragilità, nel nostro peccato, nelle nostre cadute, e ci mostra che l’odio, il rifiuto, il tradimento non sono mai, mai, mai più forti della sua misericordia.
Ecco perché la Croce di Cristo è come il serpente di bronzo innalzato da Mosè. Ricordo che fin da ragazzino pensavo tra me che in questo episodio c’era qualcosa di assurdo.
Se il problema del popolo di Israele nel deserto era il veleno dei serpenti, a rigor di logica, Mosè avrebbe dovuto dare loro un antidoto contro quel veleno. Dio, invece, gli ordina di innalzare un serpente, cioè proprio quel serpente che costituiva il problema, non certo la soluzione.
In Cristo Crocifisso noi oggi possiamo comprendere il senso misterioso di quel presagio.
Cristo Crocifisso è la somma di tutti i problemi dell’uomo. Pensate a qualcosa di orribile, degradante, disperante per l’uomo e ditemi se non lo trovate espresso nei patimenti di Cristo crocifisso: la violenza, il tradimento, la paura, l’ingiustizia, l’insensatezza, il disprezzo…
Eppure Cristo con la sua Croce è il rimedio per tutto questo; anzi è molto più che un rimedio.
Cristo Crocifisso è l’amore senza misura. È amore inchiodato. È amore unico, fedele, indissolubile. È la promessa che niente può far rimangiare. È la tenerezza che perdona anche l’imperdonabile. È la generosità che rifugge qualsiasi calcolo.
La Croce di Cristo è l’amore di cui l’uomo non è capace, perché solo un Dio può amare così. Per questo è innalzato. E per questo è divenuta la via del cielo.
Ecco perché oggi vogliamo esaltare e rimettere al centro la Croce. Vogliamo che sia presente nelle nostre case e nei luoghi di lavoro. Vogliamo che il segno della Croce consacri le nostre giornate e le nostre piccole grandi imprese di ogni giorno.
Vogliamo che la Croce di Cristo stia al centro della Chiesa, per ricordare prima di tutto a noi stessi, che noi non siamo il popolo dei perfetti, ma dei perdonati.
Per ricordare che non siamo qui a vantarci di essere irreprensibili, ma di essere stati guardati con incredibile compassione.
San Giovanni Crisostomo, che morì proprio in un giorno come oggi della Santa Croce, diceva: «La Chiesa non è un luogo dove si vive nella perfezione, ma dove si cerca la salvezza. Non è una esposizione di virtù, ma un ospedale per i peccatori».
Vogliamo che la Croce stia al centro, per ricordare che l’orrore è sempre possibile al cuore e alla vita dell’uomo.
Vogliamo che la Croce stia al centro, perché ci apre la via del cielo e ci da il coraggio di un amore che è perfino più grande del nostro cuore.
Signore Gesù,
nella alla tua Croce
vediamo al tempo stesso il nostro peccato
e il tuo amore senza limiti.
Fa’ che la tua Croce
sia luce nelle nostre case
coraggio nelle nostre fatiche,
perdono nelle nostre relazioni,
speranza nei nostri dolori.
Donaci la forza di amare come solo un Dio sa amare.
Aiutaci e a portare con fede la croce di ogni giorno,
sapendo che con te diventa via al cielo.
Tu che hai dato la vita perché fossimo tuoi amici,
perché noi, nati dal fango,
fossimo con te figli dell’eterno Padre.
Di null’altro mai ci glorieremo…

Don Andrea anche oggi, come sempre ci offre una predica che tocca il centro del nostro cuore. Dio gli benedica sempre. Grazie
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grazie della riflessione sulla festività odierna. Non è mai compresa totalmente la forza redentiva della Croce ed il suo significato e forza nel quotidiano cammino verso la vita eterna.
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