non cercatelo tra i morti

Io l’ho cercato.
Con le mani. Con gli occhi. 
Con quello che restava di me.

Pensavo di sapere dove trovarlo.
Ma non sapevo niente.

Lo cercavo tra i morti.
Come avrebbero fatto tutti.
Lo cercavo nei miei sentimenti,
nei miei ricordi.
Lo cercavo in un passato che mi parlava ancora. 

Io l’avevo seguito. Da vicino. 
Non era stata solo curiosità.
Lo avevo seguito con la vita.
Avevo ascoltato le sue parole, 
avevo visto i suoi gesti, 
avevo sentito che in Lui c’era qualcosa che non si consumava, che non si esauriva, 
che non apparteneva solo a questo mondo.

Più si avvicinava però la sua ora, e meno lo capivo.
Aveva cominciato a dire che avrebbe dovuto soffrire. 
Che sarebbe stato tradito e ucciso.
Lo ripeteva spesso,
ma nessuno di noi voleva ascoltare quei discorsi.

Soprattutto quando parlava di risorgere,
quando diceva che la vita è più forte della morte,
ci guardavamo tra di noi smarriti.
Che cosa significa “risorgere dai morti”?

Io l’ho visto morire.
Sono rimasta lì, sotto la croce, 
anche quando gli altri erano fuggiti.

Più che coraggio, era dolore. 
Era che non sapevo più dove andare.
L’ho visto spegnersi. Lentamente.
E ho sentivo dentro di me la speranza spegnersi con lui.

Pensavo: questo è l’ultimo atto. 
Non c’è un dopo.

Proprio in quegli interminabili momenti, però, 
mentre lo uccidevano, 
accadeva qualcosa che non potevo spiegare a me stessa.

Gesù non smetteva di amare.
Non stava perdendo la vita: la stava donando.

Come se la morte non fosse più un confine,
ma una frontiera che solo l’amore poteva attraversare.

La morte.
Il silenzio.
La pietra.

Passato il sabato, tornai al sepolcro, appena possibile.
Era ancora buio.
Almeno questo si poteva ancora fare.
Perfino la legge dei Romani lo consentiva.
Parce sepulto. Perdona il morto.
Ormai ha già pagato.

Non è un reato onorare un corpo, custodire un ricordo.
Volevo tenere vivo nel mio cuore 
chi non c’era più.
Non è così che mostriamo l’amore?

Trovai quella enorme pietra rovesciata.
Mi sono avvicinata piano.
Dentro non c’era niente.

Le bende, là sul giaciglio. 
Come se il corpo le avesse attraversate.

Subito ho pensato che me l’avessero rubato.
Che non fosse bastato tutto quello che gli avevano fatto.
Che non ci lasciassero nemmeno
una tomba su cui tornare a piangere.

Sentivo le lacrime diventare fredde sul mio viso.

Lui era proprio lì. A un passo da me.
Mi parlava.
Non lo riconobbi.
Non perché fosse irriconoscibile,
ma perché io lo guardavo nel modo sbagliato.

Io cercavo un morto, o quanto meno un mortale. 
Lo cercavo in mezzo alle cose che finiscono. 
Lo cercavo nei miei ricordi.
Lo cercavo nel passato, nel dolore della nostalgia. 
Invece avevo davanti l’Eterno.

“Donna, perché piangi? Chi cerchi?”
Chi cercavo?
Credevo di saperlo, ma non lo sapevo.
Perché finché lo cercavo come uno dei morti, non potevo trovarlo.

Pensavo che fosse il custode.
“Dimmi dove l’hai messo. Lo sistemerò io”.

Fu allora che disse il mio nome.
Maria.

Una sola parola.
Il mio nome.
Lo disse come solo lui lo diceva.
Come se conoscesse tutto di me. 
Come se mi avesse sempre conosciuta.
Come se niente di quello che ero stata
potesse togliermi da quella voce.

Mi girai.

E lo vidi.

Non fu lui a cambiare in quell’istante.
Cambiai io.
Si aprì qualcosa dentro che non sapevo avesse una porta.

La fede non è immaginare cose che non si vedono. 
Non è come auto-convincersi di qualcosa.
E non è neppure un’emozione, un sentimento.

La fede è vedere davvero.
Ma è un vedere oltre ciò che appare.

Lo avevo visto anche prima. 
Eppure non lo vedevo.

Solo quando fui toccata dentro,
solo quando Lui mi chiamò, io lo riconobbi.
Gesù non era “ri-tornato“.
Perché la risurrezione non è un ritorno. 
È molto di più che la rianimazione di un cadavere. 

Lui non è un tornato indietro.
Quello era successo a Lazzaro.

La risurrezione è un passaggio.
È una vita nuova che ha spezzato la morte.
Lui è vivo. È vivo di suo.
Non siamo noi a tenerlo in vita coi sentimenti.
Non è vivo nei miei ricordi. 
Non è vivo nel mio affetto.

È vivo di suo.
Con il suo corpo. Con il suo amore.

Ma è vivo in un modo nuovo:
non è più limitato dal tempo, 
né dallo spazio, né dalla morte.

D’istinto avrei voluto trattenerlo.
Avrei voluto tenerlo qui e adesso per me…

Ma fu impossibile perché Gesù
non è più prigioniero del “qui e adesso”.
Gesù non è “qui e adesso”
Il Signore è “ovunque e per sempre”.

Tornai di corsa dagli apostoli.
“Ho visto il Signore!”.
Ovviamente non mi compresero.
Le mie parole non potevano entrare nei loro schemi.
Come non entravano nei miei poco prima.

Succede ancora.
Quando dico che Lui è vivo,
molti pensano a un simbolo.
Anche tra i suoi discepoli.

Quando dico che è presente,
pensano a una metafora.
Quando dico che è risorto,
molti pensano a un modo di dire.
Quando dico che agisce,
pensano a una suggestione.
Anche tra i suoi discepoli.

Ma non smetterò di ripetere:
non è una metafora.
Non è un modo di dire.
Non è che “vive nei cuori”.
Parole come queste le diciamo di chi è morto.

Per quaranta giorni
Lui venne incontro a noi.
Pian piano lo capimmo:
non erano affatto “apparizioni”.

Non era un venire e andare
come uno che appare e poi scompare.

Piuttosto diventava evidente per un attimo,
che lui è sempre con noi.

Cresceva dentro di noi la certezza:
Lui non se ne va.
Lui c’è sempre. È sempre con noi.

In modo misterioso, ma reale.
Lo incontravamo
e allo stesso tempo imparavamo
che non dovevamo trattenerlo.

Lo vedevamo e insieme capivamo
che la sua presenza non dipendeva più
dal nostro vederlo.
Avevamo ancora dei dubbi. Tutti.

Perché succede solo a noi?
Perché non a Pilato?
Perché non a Caifa?
Perché non alla folla che lo aveva condannato?

Se è vivo davvero…
perché non si mostra a tutti?

Sembrava la cosa migliore.
Se tutti lo avessero visto, tutti gli avrebbero creduto.

Ma il Signore non vuole imporsi.
Non vuole vincere con l’evidenza.
Non vuole costringere.
Vuole essere creduto.
Vuole essere amato.

Solo l’amore può vedere il Risorto.
E l’amore non nasce dalla costrizione.
Nasce dalla libertà.

Per questo si è manifesta soltanto a chi lo ama,
non per sciogliere ogni dubbio,
ma per aprire il cuore.

Non per schiacciare l’incredulità,
ma per generare la fede.

Anche noi abbiamo dovuto impararlo.
Imparare a riconoscerlo
non solo quando lo vedevamo…
ma anche quando non lo vedevamo più.

È lì che la fede cresce.
È lì che lo si incontra davvero.
Molti ancora non comprendono.
Come non lo comprendemmo noi.

Ma Lui è vivo.
E io continuo a vederlo.
Sì, continuo a vederlo.

Non come quel mattino, ma nei segni della sua presenza.
Sono segni misteriosi, ma reali.

Lo vedo quando qualcuno ha la forza di perdonare,
là dove tutto griderebbe vendetta.
Quando l’odio sembra invincibile…
e invece lo sconfigge un gesto di perdono.
Ditemi: da dove può venire la forza di perdonare?
La buona volontà umana non basta a spiegare il perdono.
Non è semplicemente umano.
È Lui: questa è l’opera di un Dio!

Lo vedo in chi è caduto nel peccato più nero,
in chi ha tradito, in chi ha distrutto la fiducia…
eppure… 
eppure non si dispera, ma crede che la misericordia è possibile.
Come accadde a Pietro.
Chi può ridare speranza a un vigliacco, a un traditore?
Chi può trasformare un peccatore in un santo?
Solo un Dio, solo il Risorto!

Lo vedo nella fedeltà di chi continua ad amare
anche dopo essere stato tradito, perfino quando è lasciato solo.
Lo vedo nella mitezza di continua a fidarsi
anche quando la vita lo bastona.
Nella fedeltà di chi non si chiude, non si indurisce,
non smette di donarsi.
Un amore così non si spiega coi buoni sentimenti.
È Lui, è l’opera di un Dio!

Io lo vedo nella perseveranza silenziosa di tanti anziani.
Nella fede quotidiana, nella preghiera,
nella carità nascosta di chi sa ormai tutto della vita.
Chi è che li sostiene?
È Lui!

Vedo il risorto – sul serio lo vedo, non per modo di dire –
in chi resta accanto a chi non può restituire nulla,
neanche la gratitudine.
Un amore gratuito, senza ricompense,
senza gratificazioni.
Solo un Dio può dare all’uomo la gioia di donare
senza avere proprio nulla in cambio.
È Lui!

Lo vedo, lo vedo chiaramente
nel cuore di chi, anche oggi,
in un mondo distratto, indifferente – perfino ostile talvolta, –
sente nascere dentro una domanda,
una inquietudine, una chiamata. 
Chi è che chiama?
È Lui!

Ogni volta che incontrate un amore 
che supera la misura dell’uomo, 
un amore che non si arrende, 
un amore che non si spiega… 
lì c’è una traccia del Risorto.

Mi viene da sorridere
ripensando oggi a quel giorno
in cui sulla montagna ne scelse dodici,
tra tutti quelli che lo seguivano.

Li ha sbagliati tutti!
Non se n’è salvato uno.
Alla fine sono scappati tutti.
Tradimenti, rinnegamenti, fughe.

Solo oggi capisco perché lo fece.
Era per mostrare che la Chiesa è sua.
Solo il Risorto, solo un Dio
può tenere insieme una comunità che si sfascia!

Quanto più è fragile l’umanità di chi lo segue,
tanto più è evidente che la grazia viene da Lui. 

Non sono prove.
Sono segni.
Come il sepolcro vuoto. 
Come la mia parola.

Potete vederli e non riconoscere nulla.
Proprio come me, quel mattino.
Oppure potete credere.
E solo allora… vedrete.
Come me, quel mattino.

Perché la risurrezione non si dimostra.
Si incontra.
Lasciatevi chiamare per nome.
Lasciate che apra dentro voi uno sguardo nuovo.
E quando pronuncerà il vostro nome…
anche voi lo riconoscerete.

E capirete che la morte non ha più potere.
Capirete che la storia è cambiata.
Che non siete mai soli.

“Ho visto il Signore!”
E continuo a vederlo.
Non me ne vanto. Non lo spiego.
Lo dico soltanto, come posso.

Perché Lui mi ha chiamata per nome.
E la sua vita — credetemi — è sempre all’opera.

Adesso. Qui. 

Ovunque. Sempre.

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