Lo Spirito non si lascia tradurre

La pagina evangelica di questa domenica ci porta al cuore delle parole pronunciate da Gesù alla vigilia della Passione. I discepoli avvertono che sta per accadere qualcosa di drammatico, anche se non riescono ancora a capire fino in fondo.

Preme nel loro cuore una domanda che però non riescono a formulare apertamente: cosa sarà di noi quando non ci sarai più?

Come avete sentito, questo brano del discorso di Gesù introduce nel vocabolario della nostra fede una parola un po’ complicata ma estremamente preziosa: il «Paraclito».

Nel corso dei decenni hanno provato a tradurla in molti modi: consolatore, avvocato, esortatore, difensore… in ciascuna versione c’era qualcosa di vero, ma nessuna riusciva a renderne pienamente il significato.

Alla fine, come avete visto, hanno deciso semplicemente di non tradurla neppure e di lasciarla tale e quale: Paraclito.

Letteralmente “chiamato presso”: è colui che ha il compito di stare accanto, di aiutarti a restare centrato sull’obiettivo.

Gesù lo sapeva bene che, nella storia che si apriva, i suoi discepoli si sarebbero dovuti confrontare con un mondo spesso ostile.

E non si tratta solo dei nemici esterni della fede. Che ci sono, non lo ignoriamo. Si tratta anche e soprattutto di quella parte di mondo che ognuno di noi si porta dentro e che crea ostacoli al cammino di fede: orgoglio, avidità, possesso, individualismo, ricerca del successo.

C’è tutto un mondo che cerca di convincerti che seguire Cristo sia un errore, mettendo insieme tutti i possibili argomenti contro la fede.

Sei un povero illuso.
Credi forse di poter cambiare il mondo?
Credi davvero che possa esistere un mondo dove l’ingiustizia è cancellata? dove la volontà di Dio vale tutto?
Non vedi che il tuo Cristo è roba del passato, che il tuo cristianesimo ti sta lasciando orfano e senza futuro? 

Umanamente il credente non ha molte difese contro gli argomenti di un mondo che è più grande e spesso più astuto di lui.

Ma più di tutto dobbiamo credere che ci è stata donata una grande risorsa: Gesù stesso, venendo in mezzo a noi, è stato il primo Paraclito.

Con le sue parole, le sue opere e il suo amore ha dato ai discepoli la forza di abbandonare tutto e di credere, di andare avanti anche in mezzo alle difficoltà.

La Pasqua, però, segna inevitabilmente una separazione fisica fra Gesù e i suoi.

E allora cosa avverrà dei discepoli quando non potranno più appellarsi alla presenza consolante del loro Signore e Maestro? 

«lo pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga con voi, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete, perché egli dimora presso di voi e sarà in voi».

Ecco qual è il grande frutto dello Spirito Paraclito nel nostro cuore: 
la certezza che non siamo soli; che non siamo mandati allo sbaraglio in un mondo ostile e malizioso.
Di più. La certezza che siamo parte di lui, parte di qualcosa di immenso.

Lo Spirito fa ardere in noi la passione stessa di Cristo per la verità e per l’amore.  

Il mondo, chiuso nella sua autosufficienza, non può assolutamente ricevere questo Spirito perché ha rifiutato l’amore di Gesù che ne è il portatore e il rivelatore. 

La Pasqua non ci ha separato da Gesù: anzi, ci ha donato un’intimità ancora maggiore con lui.

Gesù non sarà solo «accanto» ai discepoli, ma sarà «in loro» e vincerà la loro solitudine dall’interno del cuore con il calore, la forza e la conoscenza del Paraclito. Questa è la promessa del Signore.

È un’opera misteriosa, invisibile, improgrammabile, ma reale. Ognuno di noi potrebbe fare tanti esempi.

Dobbiamo restare sempre aperti al dono dello Spirito, che sa trovare strade talvolta incredibili per farsi breccia nel cuore delle persone.

Ricordo che, anni fa, stavo confessando qui in Cattedrale proprio durante la settimana della Madonna di San Luca.
Entra un signore. Mette subito le cose in chiaro dicendo che erano più di 30 anni che non si confessava.
Io di rimando gli chiesi: “E come mai, dopo 30 anni, viene proprio oggi?”.
Quel signore sembrò meravigliarsi molto della mia domanda impertinente e, col tono dell’ovvio, mi disse: “Ma perché c’è la Madonna…!”.
Come no?…  Stavo per replicargli che la Madonna c’era stata anche l’anno prima… ma mi prese una vampata di caldo che mi fece diventare tutto rosso e capii che stavo correndo il rischio di giudicare le vie del Signore…

Ecco ci sono momenti come questo misteriosi e indecifrabili. 

E sappiamo anche che l’opera del Paraclito si manifesta nella nostra vita anzitutto attraverso l’umanità concreta della santa Chiesa, che è il luogo nel quale il Signore ci ha assicurato della presenza del suo Spirito.

È azione del Paraclito, quando ci riuniamo nell’ascolto della Parola di Dio, quando riceviamo i santi sacramenti, quando viviamo i ritmi ordinari dell’anno liturgico, o i momenti straordinari di qualche esperienza come un pellegrinaggio, un evento, un incontro.

Oggi per noi in modo speciale è un evidente segno del Paraclito la costante presenza nella nostra vita di credenti della Beata Vergine Maria. La nostra città accoglie proprio in questi giorni l’Immagine della Madonna di San Luca.

Quanto abbiamo bisogno di guardarla o di lasciarci guardare da lei: non è forse una carezza del Paraclito quella pensosa espressione della Vergine Santissima che con una mano diventa il trono per il suo Figlio e con l’altra ce lo indica come unica via di salvezza?

Sì, perché la Chiesa non è fatta solo da Papi, vescovi, preti e catechisti: la Chiesa è fatta prima di tutto dai santi, che restano accanto a noi e ci accompagnano in tanti modi nel cammino della vita e, fra questi, anzitutto la Madre di Cristo e della Chiesa.

Ma anche noi stessi possiamo e dobbiamo diventare strumenti del Paraclito per i nostri compagni di umanità.

Come accadde al diacono Filippo, di cui abbiamo ascoltato nella prima lettura. Il diacono era stato scelto per organizzare la mensa delle vedove e invece lo Spirito si impadronisce di lui e lo rende servitore di una carità che è ancora più importante rispetto alle mense: la carità del vangelo, della predicazione, dell’annuncio.

Poi abbiamo ascoltato, nella seconda lettura, la voce dell’apostolo Pietro: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi… con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza». Parole che dovremmo veramente scolpire nel cuore.

“Adorate il Signore”. Riconoscete che Cristo è il Santo di Dio, il Salvatore. A lui spetta il primato nelle decisioni, nella coscienza, nei progetti, nella scelta delle priorità.

E poi “rendete ragione della speranza che è in voi”… come sarebbe bello se noi cristiani venissimo riconosciuti nel mondo come gli uomini e le donne della speranza; come quelli che credono fermamente che Cristo ha vinto il male; che vale la pena lottare contro il male, inseguire il bene, la verità e la bellezza.

È la speranza in Cristo che ci libera dalla paura di perdere, dalla paura di rimetterci, di morire. È la speranza che ci rende gioiosi nel donare, generosi nel perdono, audaci nella carità.

Pietro ci invita ad andare incontro agli altri “con dolcezza e rispetto”.
Proprio come accade oggi, che con infinita tenerezza la Madonna di san Luca viene a visitarci.
Lasciamoci guardare da Lei, capolavoro dello Spirito.
Il Paraclito ci conferma ancora che non siamo orfani.
Gesù Cristo è il Signore, fondamento e cuore della nostra speranza.

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