ANNUNCIAZIONE
La pagina dell’Annunciazione ci porta nel cuore del mistero cristiano: il momento in cui il Verbo si fa carne nel grembo di Maria. Tutto nasce lì. Tutto ricomincia lì. Non attraverso la forza, non attraverso il potere, non attraverso il rumore delle armi o delle ideologie, ma nel silenzio di una casa di Nazaret, nell’ascolto di una ragazza che dice: «Eccomi».
E forse comprendiamo allora perché la Chiesa di Bologna, da secoli, continua a scendere e risalire con la Madonna di San Luca. Non è una tradizione folcloristica. È il segno di un popolo che sa di avere bisogno di una presenza materna. La Madonna viene in mezzo alla città come Maria entrò nella storia: portando Cristo. Non porta sé stessa. Porta Lui. Sempre.
Papa Leone XIV, nell’omelia pronunciata recentemente a Loreto, ha detto una cosa bellissima: il saluto dell’angelo – «Rallegrati, piena di grazia» – è un invito alla gioia rivolto non solo a Maria, ma a tutta l’umanità. Perché “sulle macerie della nostra umanità provata dal peccato e sempre incline a sopraffazioni e guerre, è venuta la carezza di Dio”. Una carezza. Non una condanna. Non una umiliazione. La misericordia che prende un volto umano in Gesù.
E quanto abbiamo bisogno di questa carezza di Dio. Viviamo tempi duri, segnati da paure, violenze, tensioni internazionali, rancori che sembrano diventare normalità. Ci stiamo quasi abituando alle immagini della guerra, come se la morte degli altri fosse inevitabile. Papa Leone ha detto con forza: “Non possiamo rassegnarci alle immagini di morte che ogni giorno le cronache ci propongono”. E la pace – ha ricordato – nasce dentro il cuore.
Per questo Maria è così necessaria alla Chiesa. Perché è la donna del cuore custodito. La donna che ascolta. La donna che lascia spazio a Dio. L’Annunciazione non è semplicemente il racconto di un miracolo biologico: è il racconto di un’umanità che finalmente non resiste più a Dio. Maria lascia entrare Dio nella propria vita senza difese, senza calcoli, senza trattative.
E così il Verbo si fa carne.
Il Siracide ci ha fatto ascoltare parole solenni: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine… e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe”». La sapienza di Dio cerca una dimora. E questa dimora diventa Maria. In lei Dio pone la sua tenda fra gli uomini. Ma, attraverso Maria, Dio desidera abitare anche in noi.
Per questo l’“Eccomi” di Maria non riguarda soltanto lei. Papa Leone XIV ha ricordato che nell’“Eccomi” di Maria nasce non solo Gesù, ma anche la Chiesa. Maria diventa Madre di Dio e Madre della Chiesa. E Sant’Agostino – citato dal Papa – arriva a dire che Maria ha cooperato con la carità alla nascita dei fedeli. Cioè: continua a generare Cristo nei credenti.
È quello che accade anche nella nostra vita spirituale. Ogni volta che ascoltiamo davvero il Vangelo, ogni volta che lasciamo che la Parola ci ferisca e ci converta, Cristo prende carne nuovamente in noi.
Per questo la devozione mariana autentica non allontana mai da Cristo. Anzi, ci conduce più profondamente a Lui. Papa Leone lo ha ricordato parlando del Rosario: l’Ave Maria ripetuta è come “l’eco del saluto di Gabriele” che attraversa i secoli e conduce lo sguardo del credente verso Gesù, guardato con gli occhi e il cuore della Madre.
Che immagine bella: il Rosario come eco dell’Annunciazione.
E forse comprendiamo anche perché il popolo cristiano, nei momenti difficili, prende in mano la corona del Rosario. Non per evasione spirituale. Non per superstizione. Ma per restare dentro il Vangelo con Maria. Per imparare a guardare Cristo. Per lasciare che il cuore ritrovi pace.
Papa Leone ha detto ancora che il Rosario, quando è veramente pregato e contemplato, diventa sorgente di carità. Perché chi contempla davvero Cristo non può restare indifferente al dolore del mondo. Maria non chiude mai nella devozione intimistica. Porta sempre verso i fratelli, verso i piccoli, verso chi soffre.
E allora oggi, davanti alla Madonna di San Luca, chiediamo soprattutto questo: un cuore capace di ascolto, capace di pace, capace di misericordia.
Un cuore non occupato soltanto da sé stesso.
Un cuore che sappia dire “Eccomi”.
Perché il problema del nostro tempo non è che Dio non parla più. È che spesso non trova spazio dove abitare.
Maria, invece, gli ha fatto spazio completamente.
Ed è per questo che ancora oggi illumina il cammino della Chiesa e delle nostre città: non con una luce propria, ma con la luce di Cristo che ha portato nel mondo.
FUGA IN EGITTO
La memoria della Beata Vergine Maria nella fuga in Egitto ci conduce dentro una pagina del Vangelo che ha il sapore della notte, della paura, della precarietà. Non vediamo qui la gloria degli angeli di Betlemme, ma una famiglia costretta a fuggire. Giuseppe si alza nel cuore della notte, prende con sé il bambino e sua madre, e parte verso una terra straniera. Il Figlio di Dio entra così nella storia non da privilegiato, ma da perseguitato.
È impressionante pensare che il primo gesto del potere umano davanti a Cristo sia la violenza. Erode ha paura di un bambino. Come osservava Benedetto XVI, il potere fondato sulla forza teme sempre la debolezza che non può controllare. Dio salva il mondo non imponendosi, ma affidandosi alle braccia di una madre e alla custodia silenziosa di Giuseppe.
Si compie poi un sorprendente paradosso della storia della salvezza: l’Egitto, che nelle Scritture era stato il luogo della schiavitù, dell’oppressione e del potere ostile a Israele, diventa ora terra di rifugio e di custodia del Figlio di Dio. La presenza di Gesù trasforma il significato stesso di quella terra: là dove il popolo aveva conosciuto la servitù, ora Dio fa maturare silenziosamente la salvezza. L’Egitto diventa, per così dire, una nuova terra santa, perché abitata dalla presenza nascosta del Signore
La fuga in Egitto ci rivela dunque qualcosa di decisivo sull’Incarnazione. Gesù non recita la nostra umanità: la assume davvero. Conosce fin dall’inizio l’esperienza dell’esilio, dell’insicurezza, della minaccia. La Santa Famiglia sperimenta ciò che ancora oggi vivono milioni di uomini e donne costretti a lasciare la propria terra. Per questo Giovanni Paolo II diceva che la Santa Famiglia “conobbe la dura esperienza dell’emigrazione e dell’esilio”. Cristo ha voluto essere vicino non solo spiritualmente, ma concretamente, a chi fugge, a chi vive senza sicurezze, a chi attraversa confini portando con sé soltanto la speranza.
Ma questa pagina evangelica ci aiuta soprattutto a contemplare Maria.
Noi spesso immaginiamo il sì dell’Annunciazione come un momento luminoso, quasi semplice. In realtà, quel sì conteneva già una strada lunga e dolorosa che Maria ancora non conosceva. Il cardinale Giacomo Biffi scriveva parole profondissime: “Ciò che più è prezioso, più deve costare; chi si apre a una sorte eccezionale e grande, deve sapersi aprire anche a una prova eccezionale e a un grande dolore”.
Maria non conosce ancora tutto ciò che dovrà attraversare, ma si abbandona a Dio senza riserve. E gli anni successivi saranno la progressiva scoperta del prezzo del suo fiat. L’angoscia del segreto custodito nel cuore. La povertà di Betlemme. E poi il disagio di un esilio improvviso nella terra d’Egitto. La Madre di Dio sperimenta la fatica del cammino, l’incertezza del domani, il dolore di chi deve partire senza sapere quando potrà tornare.
Ed è molto bello ciò che dice ancora Biffi: Maria “imparerà l’arte difficile del patire”. Il suo sì cresce dentro le prove. Il fiat dell’Annunciazione non resta una parola pronunciata una volta sola: diventa una fedeltà quotidiana, concreta, sofferta.
In questo senso la fuga in Egitto è già una preparazione alla croce. La profezia di Simeone — “e anche a te una spada trafiggerà l’anima” — comincia già qui a gettare la sua ombra. Erode anticipa il rifiuto del mondo verso Cristo. La persecuzione del bambino prepara il rifiuto del Crocifisso.
E tuttavia il Vangelo ci mostra una famiglia che non si lascia paralizzare dalla paura. Giuseppe ascolta la voce di Dio e si alza nella notte. Maria cammina fidandosi. La fede non elimina l’oscurità, ma permette di attraversarla.
Anche la prima lettura degli Atti degli Apostoli ci parla di una fuga. Dopo la morte di Stefano, la Chiesa viene dispersa dalla persecuzione. Apparentemente è una sconfitta. Eppure proprio quei cristiani dispersi portano il Vangelo in luoghi nuovi. “Quelli che si erano dispersi andarono di luogo in luogo annunciando la Parola”.
È il grande paradosso cristiano: Dio trasforma le fughe in cammini di salvezza. La persecuzione non riesce a fermare il Vangelo. Come il bambino Gesù viene custodito nell’esilio, così la Parola di Dio continua a camminare dentro le dispersioni della storia.
Questo vale anche per noi. Ci sono momenti in cui non comprendiamo ciò che Dio ci sta chiedendo. Ci sono fughe che non abbiamo scelto: cambiamenti improvvisi, perdite, malattie, solitudini, situazioni che ci strappano dalle nostre sicurezze. Eppure proprio lì il Signore ci precede.
Il Figlio di Dio ha conosciuto fin dall’inizio la precarietà di chi deve partire in fretta, lasciare la propria casa, attraversare confini, vivere affidandosi all’ospitalità altrui. Maria e Giuseppe portano il bambino Gesù sulla strada dell’esilio, e così ogni famiglia costretta oggi alla fuga a causa delle guerre, della violenza, delle persecuzioni, della miseria o dell’instabilità politica trova nella Santa Famiglia non soltanto un esempio, ma una misteriosa compagnia.
Dietro ogni migrazione ci sono volti, affetti spezzati, paure, speranze, umiliazioni, attese. Ci sono madri che proteggono i figli, padri che cercano un futuro possibile, giovani che rischiano tutto pur di sopravvivere. La memoria della fuga in Egitto chiede ai cristiani di riconoscere in queste persone non degli estranei, ma fratelli nei quali continua a passare il Cristo pellegrino e perseguitato.
E nello stesso tempo questa pagina evangelica custodisce una speranza: Dio accompagna chi cammina nella notte. Nessun esilio è lontano dalla sua presenza. Anche le strade della fuga, che sembrano soltanto luoghi di perdita e di dolore, possono diventare misteriosamente luoghi attraversati dalla salvezza.
Maria ci insegna che la fede non consiste nell’avere tutto chiaro, ma nel continuare a dire sì anche quando la strada passa attraverso la notte. Lei accetta prima di comprendere pienamente. E così diventa madre della speranza.
Forse è questo il messaggio più consolante di questa memoria: Dio non salva il mondo evitando la fragilità umana, ma abitandola. E la Vergine della fuga in Egitto ci ricorda che nessuna notte, nessun esilio, nessuna prova può impedire a Dio di portare avanti il suo disegno di salvezza.
Per questo possiamo chiedere oggi a Maria un cuore capace di fidarsi, un cuore che non fugga davanti alla prova, un cuore che impari — lentamente, faticosamente, ma realmente — quell’arte difficile del patire e dello sperare che ha reso luminosa la vita della Madre di Dio.
BEATA VERGINE DI FATIMA
Nel Vangelo appena proclamato una donna, presa dall’entusiasmo per Gesù, grida dalla folla un complimento molto mediterraneo – diremmo – nei confronti di sua Madre Maria: «Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!».
È un’esclamazione spontanea, affettuosa, quasi inevitabile davanti alla forza della parola e della presenza di Cristo.
Gesù risponde in modo sorprendente: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano».
È la rivelazione del segreto più profondo della grandezza della Madre.
Maria è beata non soltanto perché ha generato fisicamente il Figlio di Dio, ma perché ha ascoltato la Parola, l’ha custodita, le ha dato spazio nella sua vita fino a lasciarsi interamente abitare da Dio.
Prima ancora che nel grembo, Cristo è stato accolto nella fede.
La presenza della Madonna di San Luca, proprio in questo giorno in cui ricordiamo gli eventi di Fatima, non ci porta verso il cuore del Vangelo: imparare ad ascoltare Dio e a vivere di Lui.
«La Signora venuta dal Cielo» a Fatima introduce i piccoli pastorelli «nell’intima conoscenza dell’Amore trinitario» e li conduce ad assaporare Dio stesso come la cosa più bella dell’esistenza umana.
È un’espressione decisiva: Dio come la cosa più bella della vita. Non una devozione accessoria, non una paura religiosa, non un insieme di pratiche esteriori.
Ma l’esperienza di una Presenza che incendia il cuore.
Colpiscono le parole semplicissime dei piccoli di Fatima. Giacinta dice: «Mi piace tanto dire a Gesù che lo amo… mi sembra di avere un fuoco nel petto». Francesco afferma: «Voglio tanto bene a Dio».
Non fanno discorsi complicati. Non elaborano teorie spirituali. Parlano come innamorati.
Ed è forse proprio questo che manca tante volte alla nostra fede: abbiamo imparato a parlare di Dio senza più ardere di Dio. Conserviamo strutture, abitudini, linguaggi religiosi, ma rischiamo di perdere il centro vivo, cioè il desiderio di Cristo.
Il profeta Isaia oggi ci ha consegnato un’immagine bellissima: «Io gioisco pienamente nel Signore… mi ha rivestito delle vesti della salvezza».
La fede cristiana non nasce anzitutto da uno sforzo morale, ma da una gioia ricevuta.
Dio ci riveste, ci rialza, ci rende fecondi.
«Come la terra produce i suoi germogli», dice il profeta, così il Signore fa germogliare la giustizia e la lode nel mondo.
Fatima nasce dentro questo orizzonte. Non come annuncio di disperazione, ma come appello alla speranza.
Certo, il ventesimo secolo avrebbe conosciuto guerre, totalitarismi, persecuzioni, violenze indicibili.
E anche oggi il mondo continua a sembrare imprigionato in un ciclo di odio e di paura.
Benedetto XVI diceva con realismo: l’uomo è abilissimo nello scatenare il ciclo della morte e del terrore, ma sembra incapace di mettergli fine.
E non dobbiamo guardare soltanto alle guerre lontane.
C’è una violenza più quotidiana e silenziosa che entra nelle relazioni, nelle famiglie, nelle comunità, perfino nel linguaggio pubblico.
L’egoismo diventa sistema. L’altro è percepito come rivale, ostacolo, minaccia. La fraternità si indebolisce.
Per questo, diceva papa Benedetto, il messaggio di Fatima non è affatto concluso. Non appartiene al passato.
La Madonna non chiede anzitutto grandi imprese.
Chiede disponibilità. Chiede cuori aperti.
Chiede preghiera. Chiede conversione.
Chiede di prendere sul serio il dolore degli altri.
I piccoli pastorelli hanno compreso che amare Dio significa condividere il peso degli altri.
Giacinta era instancabile nel sacrificio per i peccatori e nella condivisione con i poveri.
La contemplazione non li ha allontanati dal mondo: li ha resi più capaci di portare il mondo nel cuore.
Quando una persona incontra davvero Dio, il suo cuore si allarga.
Diventa più umano. Più attento. Più libero dall’ossessione di sé stesso.
E qui comprendiamo anche la risposta di Gesù nel Vangelo: «Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano».
Osservare la Parola non significa semplicemente eseguire dei precetti.
Significa lasciare che il Vangelo prenda carne nella vita concreta: nei gesti di pace, nella pazienza, nella fedeltà, nella capacità di perdonare, nella compassione verso chi soffre.
Maria è la creatura che più di ogni altra ha vissuto così.
Ha accolto la Parola e l’ha trasformata in vita.
Per questo continua ad essere madre della Chiesa: perché genera uomini e donne capaci di custodire il fuoco di Dio nel cuore.
Forse oggi la domanda decisiva è proprio questa: che cosa sta ardendo dentro di noi? Quale fuoco alimenta le nostre giornate? L’ansia? Il risentimento? La paura? Oppure quel fuoco mite e tenace che nasce dal sapere di essere amati da Dio?
La Vergine di Fatima viene a ricordarci che la fede non è una nostalgia del passato, ma una luce consegnata al presente.
Perché soltanto l’amore di Dio, accolto e condiviso, può interrompere davvero il ciclo della violenza e aprire la storia alla pace.
In questa giornata speciale, mentre entriamo nel 40mo giorno dalla risurrezione del Signore, accoglieremo alle 6 esatte del pomeriggio, la benedizione della Madonna di San Luca.
Una antica tradizione, vuole che questa benedizione raggiunga in tutto il mondo coloro che sono legati alla nostra Bologna.
Che la Vergine Santissima dia voce davanti al Padre Altissimo, al nostro desiderio di pace, di riconciliazione.
Doni consolazione e speranza e, come accade ogni volta che da lontano vediamo il suo Santuario, ci faccia sempre sentire a casa con lei, sotto la sua protezione.
SOLENNITÀ DELLA BEATA VERGINE DI SAN LUCA
Nel 40mo giorno dalla risurrezione di Gesù celebriamo la festa della Beata Vergine di San Luca che ci raccoglie ancora una volta attorno all’immagine santa che da secoli veglia sulla nostra città e sulla nostra Chiesa.
È uno dei giorni nei quali Bologna sente quasi fisicamente che la fede non è un’idea astratta, non è un ricordo del passato, ma una presenza che accompagna il cammino del popolo.
La Madonna discende dal suo colle e viene nel cuore della città. È un gesto che si ripete ogni anno, eppure non smette di commuoverci. Perché dentro questa antica tradizione c’è una verità semplice e grandissima: Dio non abbandona il suo popolo. E Maria, madre del Signore, continua a camminare con noi.
Il Vangelo ci ha fatto ascoltare l’incontro tra Maria ed Elisabetta. E al centro di questa pagina risuona quella domanda piena di stupore:
«A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?».
Forse siamo troppo abituati a queste parole per sentirne tutta la forza. Elisabetta dice molto di più che: “benvenuta, Maria”. Riconosce, sotto l’azione dello Spirito Santo, il mistero nascosto dentro quella giovane donna venuta da Nazaret. Comprende che il bambino portato nel grembo di Maria è il Signore.
È la prima professione di fede nel mistero dell’Incarnazione che sia mai stata pronunciata da labbra umane.
E questo accade in una casa di montagna, nella semplicità di un incontro tra due donne. Dio entra nella storia senza clamore, senza apparati di potenza, senza i linguaggi solenni dei dominatori del mondo. San Paolo lo riassume con parole di una semplicità disarmante:
«Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna».
“Nato da donna”. Tre parole soltanto. E dentro queste tre parole c’è tutto il mistero della salvezza. L’Eterno entra nel tempo. L’Onnipotente si fa fragile. Il Figlio di Dio prende carne nel grembo di Maria.
Per questo la Chiesa ha sempre guardato alla Vergine come alla nuova arca dell’alleanza. La prima lettura ce lo suggerisce con grande evidenza. Davide danza davanti all’arca santa mentre viene introdotta in Gerusalemme tra canti e benedizioni. L’arca era il segno della presenza di Dio in mezzo al popolo.
E Luca costruisce il racconto della Visitazione proprio su questa immagine.
Davide si alza e va incontro all’arca; Maria si alza e va in fretta verso la montagna.
Davide esclama: «Come potrà venire da me l’arca del Signore?»; Elisabetta dice: «A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?».
Davide danza davanti all’arca; Giovanni esulta nel grembo della madre.
L’arca rimane tre mesi nella casa di Obed-Edom; Maria resta tre mesi presso Elisabetta.
Maria è l’arca viva della nuova alleanza, perché porta nel suo grembo non più le tavole della Legge, ma il Figlio eterno del Padre.
E allora comprendiamo anche il significato profondo della presenza della Madonna di San Luca nella vita della nostra Chiesa. Non è soltanto una devozione affettuosa, pur preziosa. Non è semplicemente una tradizione identitaria. Maria viene a portarci Cristo. Sempre. Viene a orientare verso di lui il nostro sguardo, il nostro cuore, le nostre scelte.
La vera devozione mariana non si chiude mai in Maria. Maria dice sempre: «Fate quello che vi dirà».
Per questo la sua presenza è così necessaria anche oggi. Viviamo in un tempo nel quale ci raggiungono infinite parole, infinite opinioni, infinite immagini, eppure spesso manca la verità che sostiene la vita. Manca un significato capace di reggere il dolore, la fatica, la paura del futuro.
E allora la Madonna continua il suo pellegrinaggio dentro la città degli uomini. Entra nelle nostre inquietudini, nelle nostre case, nelle nostre fragilità. Guarda alle famiglie che faticano a custodire la fedeltà e la speranza. Guarda ai giovani, così spesso disorientati e insieme assetati di autenticità. Guarda agli anziani che conoscono la solitudine. Guarda ai poveri, agli stranieri, a chi porta ferite interiori che nessuno vede.
Una madre non passa oltre.
E nello stesso tempo Maria ci richiama a una fede non tiepida, non vergognosa, non rassegnata. C’è un dettaglio triste nella storia che ci è stata evocata dalla prima lettura. Mentre Davide danza davanti all’arca senza riguardi per la sua dignità regale, Mical, la figlia di Saul, osserva dall’alto con distacco e disprezzo.
C’è sempre il rischio anche nella vita cristiana di assumere lo sguardo di Mical: una fede trattenuta, fredda, intimidita dal giudizio del mondo, incapace di stupore, incapace di gioia.
Invece il cristianesimo nasce dall’incontro con una presenza viva. E quando Dio entra davvero nella vita dell’uomo, allora nasce il Magnificat.
Il Magnificat non è un canto ingenuo. È il canto di chi vede la storia con gli occhi di Dio. Maria vede i superbi che si illudono della loro forza e i poveri che attendono tutto dal Signore. Vede i potenti che passano e la misericordia di Dio che rimane. Vede una umanità affamata di pane, ma anche di verità, di amore, di speranza.
E proclama che Dio non dimentica gli umili.
Forse è proprio questo uno dei messaggi più necessari per il nostro tempo. Noi viviamo spesso come se tutto dipendesse dalla forza, dal successo, dall’efficienza, dalla visibilità. Il Magnificat invece ci ricorda che ciò che salva il mondo è l’umiltà di Dio. Un Dio che entra nella storia nel grembo di una donna. Un Dio che sceglie Nazaret. Un Dio che si lascia portare tra le braccia di una madre.
Sotto lo sguardo della Madonna di San Luca vogliamo allora affidare ancora una volta la nostra Chiesa e la nostra città.
Affidiamo le nostre famiglie.
Affidiamo i sacerdoti e le vocazioni.
Affidiamo chi è scoraggiato e chi non riesce più a pregare.
Affidiamo i giovani, perché non si accontentino di una vita piccola.
Affidiamo chi cerca Dio senza ancora conoscerlo.
Affidiamo Bologna, perché non perda la sua anima umana e cristiana.
E chiediamo soprattutto una grazia: che anche noi possiamo dire con verità, come Elisabetta:
«A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?».
Perché quando questa domanda nasce davvero nel cuore, allora la fede non è più un’abitudine. Diventa stupore. Diventa gratitudine. Diventa gioia.
E il Signore, attraverso la presenza discreta e materna di Maria, continua ancora oggi a visitare il suo popolo.
MARIA PRESSO LA CROCE
Ogni celebrazione in onore della Beata Vergine Maria è sempre un’occasione per verificare la verità del nostro essere cristiani. Ogni festa della Madonna, ogni memoria dei suoi misteri, non ci porta semplicemente a contemplare qualcosa di lei: ci aiuta a comprendere meglio Cristo, il Vangelo e anche la nostra vita.
Questo appare con una particolare intensità quando contempliamo Maria Addolorata, la Madre presso la croce.
Guardare la Vergine nel momento della sua sofferenza significa infatti vederla nel punto in cui ella è più vicina a Gesù e allo stesso tempo più vicina a noi.
Più vicina a Gesù, perché nella passione raggiunge la piena conformità al Figlio di Dio, che ha voluto salvare il mondo attraverso la via della croce.
Più vicina a noi, perché il dolore, presto o tardi, diventa per ogni uomo il compagno inevitabile del cammino dell’esistenza.
Il Vangelo di Giovanni ci consegna un’immagine di straordinaria sobrietà: «Stavano presso la croce di Gesù sua madre…».
Maria sta.
Non fugge. Non si ribella. Non urla. Non pronuncia neppure una parola.
La sua presenza silenziosa è già una rivelazione. Il quarto Vangelo non le attribuisce discorsi, perché la sua cooperazione alla redenzione non passa attraverso le parole, ma attraverso la fede, l’adesione interiore, l’amore che condivide fino in fondo il sacrificio del Figlio.
Eppure tutto era iniziato molto lontano dal Calvario. Tutto era cominciato con un “sì”.
«Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me secondo la tua parola».
Tutto è cominciato da quel “sì”.
Parola breve, quasi fragile, rapida come un respiro; eppure capace di contenere un’intera esistenza. In fondo, se ciascuno di noi ripercorre la propria vita, scopre che spesso tutto si decide attorno ad alcuni “sì”: decisioni apparentemente semplici, ma che poi orientano definitivamente il cammino.
Chi pronuncia davvero uno di questi “sì”, accetta un peso che in quel momento non conosce ancora fino in fondo. Ma chi non pronuncia mai alcun “sì”, rischia di trovarsi tra le mani una vita vuota, senza forma e senza fecondità.
Così è stato per Maria.
L’angelo le aveva parlato di grazia, di una maternità unica, di un Figlio che sarebbe stato chiamato Figlio dell’Altissimo, di un regno senza fine. Non le aveva parlato della croce.
Ma Maria comprende che i doni più grandi hanno sempre un prezzo altissimo. I puri di cuore possiedono questa intelligenza spirituale: sanno che ciò che è prezioso domanda sempre una consegna totale di sé.
Per questo il sì di Maria contiene già misteriosamente il Calvario.
Lei non conosce ancora con chiarezza tutto ciò che dovrà soffrire, ma già accetta. Si abbandona a Dio senza riserve.
E allora gli anni della sua vita diventano una progressiva scoperta del prezzo di quel sì.
L’angoscia di una maternità incomprensibile agli occhi degli uomini. La povertà di Betlemme. L’esilio in Egitto. E poi quella parola terribile del vecchio Simeone: «Anche a te una spada trafiggerà l’anima».
Da quel momento tutta la vita di Maria si svolge sotto l’ombra di quella spada.
I lunghi anni di Nazareth non sono un tempo vuoto e insignificante: sono il tempo nel quale la Vergine impara lentamente l’arte difficile del patire.
Vale anche per Maria ciò che la Lettera agli Ebrei dice misteriosamente di Cristo: «Imparò l’obbedienza dalle cose che patì».
Maria cresce dentro il suo sì.
Quel sì pronunciato a Nazareth si dispiega poco a poco nella concretezza della vita, fino al Venerdì Santo.
E sul Calvario la vediamo in piedi. È un particolare impressionante. Una madre trafitta dal dolore, eppure salda.
Gli apostoli si disperdono; lei resta.
Non vuole sottrarsi allo spettacolo terribile di quel Figlio unico e amato che muore dissanguato sulla croce.
Si direbbe quasi che voglia raccogliere dentro di sé ogni sofferenza del Figlio, per essergli il più possibile vicina.
Forse anche noi oggi abbiamo bisogno di imparare nuovamente questa lezione.
Troppe volte pensiamo che la fecondità della vita cristiana dipenda dall’efficienza, dalla visibilità, dal consenso. Maria invece ci insegna che il vero frutto nasce dalla fedeltà.
Più che organizzare strutture e parole, la Chiesa deve imparare a custodire la fede, a rimanere presso il Crocifisso, a vivere con speranza anche le ore della prova e dell’umiliazione.
Perché il Venerdì Santo e la Pasqua sono inseparabili.
La gloria nasce dalla croce. La risurrezione germoglia dalla passione. E così è stato per Cristo, così è stato per Maria, così sarà anche per noi.
San Paolo nella lettera ai Romani ci ha consegnato una delle pagine più luminose del Nuovo Testamento: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?».
Non dice che il cristiano sarà risparmiato dalla tribolazione, dall’angoscia o dalla sofferenza. Dice qualcosa di più profondo: che dentro tutte queste prove noi non saremo mai separati dall’amore del Signore.
Da quel Venerdì Santo il dolore non è mai scomparso dal mondo. La croce continua ad accompagnare la vita degli uomini. Ma il dolore non è più una realtà assurda e disperata: in Cristo è diventato mistero di salvezza, possibilità di amore, promessa di gloria.
E proprio al culmine di quella tragica ora di tenebra, la Vergine Maria ci viene affidata come Madre e noi le siamo affidati come figli.
In questo reciproco affidamento abbiamo una prova tangibile che nulla piò separarci da Cristo.
Affidarci a Maria non significa cercare un rifugio sentimentale. Significa imparare da lei a dire il nostro sì a Dio. Significa imparare a rimanere saldi quando arrivano le prove.
Significa imparare che la fede vera non elimina la croce, ma la attraversa nella speranza.
Oggi affidiamo alla Vergine le sofferenze che ciascuno porta nel cuore: le ferite delle famiglie, le malattie, le solitudini, le fatiche nascoste, le prove della Chiesa e del mondo.
E chiediamo una grazia semplice e grande: che nessuna prova riesca mai a incrinare la nostra speranza e la nostra adesione a Cristo.
Perché lui solo è il Signore della vita. Lui solo può disporre di noi senza ingannarci. Lui solo non delude.
E Maria, che presso la croce è rimasta in piedi, ci insegni a restare fedeli accanto al Signore fino al giorno in cui anche per noi la croce si aprirà finalmente alla luce della risurrezione.
