Ascensione del Signore (anno A)
Quello dell’Ascensione del Signore è un evento fondamentale del Vangelo, anzi per certi aspetti possiamo perfino dire che è l’evento definitivo, permanente, perché è l’ultimo sguardo fisico su Gesù; è l’immagine che in modo spirituale si è impressa per sempre nella memoria dei credenti: Gesù Cristo è il Signore, il re dell’universo, l’unico salvatore del mondo.
Il Vangelo ci ha riportato le parole dell’ultima consegna che Gesù ci ha lasciato prima di salire al cielo: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo».
Oggi è uno di quei giorni in cui è veramente bello ricordare che i Vangeli sono quattro e che non sono la fotocopia l’uno dell’altro.
Gli eventi centrali e fondanti della storia di Cristo corrispondono in tutti i racconti: la passione, la morte e la risurrezione di Cristo e la sua esaltazione gloriosa.
Ma ci sono delle differenze significative nella esposizione della narrazione, differenze che non mettono certo in discussione la verità degli accadimenti: piuttosto ci aiutano a comprenderne più in profondità il valore, offrendoci anche delle prospettive diverse.
Se san Luca, con il suo Vangelo e con gli Atti degli Apostoli che abbiamo ascoltato nella prima lettura, ambienta tutto nella città santa di Gerusalemme, Matteo, come abbiamo appena ascoltato, ambienta tutto “sul monte che Gesù aveva fissato”.
Con buona pace, le due versioni sembrano incompatibili da un punto di vista narrativo: è la comprensione spirituale, invece, che diventa molto più ricca.
Di quale monte si tratta? Forse potrebbe essere quello delle Tentazioni, là dove il Signore si rifiutò di ricevere il potere satanico e manipolatorio del diavolo. Il potere ora lo riceve dal Padre, non con l’orgoglio satanico, ma attraverso la via dell’amore: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra».
O potrebbe essere il Monte delle Beatitudini. Là dove il Signore aveva rivelato che cosa significa essere suoi discepoli nella perfezione dell’amore; là dove ci aveva insegnato come potremo continuare a vederlo presente nella nostra vita: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».
O potrebbe essere anche il Monte della Trasfigurazione, dove aveva anticipato per un istante la luce sfolgorante della sua gloria e dove il Padre aveva rivelato la sua identità: “È il mio Figlio, in lui ritrovo la mia compiacenza, è il riflesso del mio volto, è la gioia del mio cuore”.
Sembra che l’evangelista Matteo collocando questo ultimo appuntamento sul monte, piuttosto che darci una indicazione geografica, ci stia spingendo a riprendere in mano ancora una volta il Vangelo, a ritornare all’inizio, là dove per la prima volta abbiamo udito la sua voce, dove lo abbiamo conosciuto, là dove lui ci chiama, là dove lui continua oggi e sempre a illuminare la nostra vita con la sua Parola.
Portandoci sul Monte, l’Evangelista ci dice che quanto è rimasto scritto nei testi sacri è la grazia di qualcosa che continua e accade ancora, accade oggi, perché avvicinandosi a Dio, Cristo si è fatto presente e prossimo a ciascuno di noi, in ogni momento della nostra vita.
Notate che l’evangelista riferisce due parole apparentemente contraddittorie: «Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono».
Da una parte questo gesto così impegnativo della prostrazione, che vuole dire fronte a terra e, nella tradizione di fede, è riservato solo alla presenza di Dio.
La fede dei discepoli è giunta alla sua pienezza: ora riconoscono in Gesù non solamente un Rabbì, uno dei tanti maestri di vita spirituale, ma il Figlio stesso di Dio, Dio come il Padre, Dio presente in mezzo a noi.
Eppure, mentre compiono questo atto così solenne e impegnativo nel suo valore, i discepoli dubitavano.
Permettetemi l’ironia. Ma sembrerebbe che proprio in quel momento fu inaugurata la categoria pericolosissima dei “praticanti non credenti”, che sono molto più complicati dei “credenti non praticanti”…
A parte gli scherzi, queste due affermazioni così nette e contraddittorie, una accanto all’altra, proprio in questo ultimo fotogramma del Vangelo, ci offre moltissimo da riflettere.
Riflettere sul fatto che la nostra fede è sempre in cammino. Noi bolognesi abbiamo una grande famigliarità con una parola che oggi ci torna utile. La nostra fede è “un cantiere”!
E la fede costituisce sempre anche una lotta per ogni credente. Il dubbio fa parte di noi; il dubbio ci spinge a mettere in discussione non tanto il dono di Dio, quanto la nostra capacità di accoglierlo.
Perché il confine tra Chiesa e Mondo, tra fede e incredulità, tra santità e peccato è un confine invisibile, ci spacca il cuore.
Allora che nessuno di noi si permetta mai di giudicare la fede o l’incredulità degli altri, e – verrebbe da aggiungere – neanche la nostra: perché solo il Signore conosce la verità della nostra adesione alla sua verità e al suo amore.
Ci sono degli elementi visibili, riscontrabili, oggettivi: la Chiesa ha le sue istituzioni, anzitutto ha il dono dell’Eucaristia e dei Sacramenti, della Parola di Dio, ma nessuno può veramente sapere chi è dentro e chi è fuori.
Nostro compito resta quello di vigilare anzitutto su noi stessi, ma anche – come Gesù ci ordina in modo perentorio – di condividere il dono che abbiamo ricevuto.
Gesù non ci invita al dialogo, ai dibattiti, ma schiettamente “a fare discepoli tutti i popoli”.
Tutto ciò che siamo, in ogni momento della vita, deve essere una testimonianza.
Testimonianza rivolta a tutti: a chi ha perso la fede, a chi crede di non averla, a chi crede di averla, a chi sbaglia, a chi non ci pensa, ai credenti delle altre religioni… il dialogo, l’amicizia sono parte necessaria della nostra umanità, ma non saremmo pienamente di Cristo se non portassimo nel cuore il desiderio di condividere la gioia dell’incontro con Lui, perché questo e non altro è il comando del Signore.
Forse avete notato che diversamente da Luca che ci ha parlato nella prima lettura, l’evangelista Matteo non descrive visivamente la scena della Ascensione.
Forse lo ha fatto per aiutarci a comprendere che Gesù in realtà non si separa dai suoi discepoli. Matteo vuole piuttosto che si imprimano col fuoco nella nostra anima proprio quelle ultime parole di Gesù:«Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Questo è il vero significato dell’Ascensione.
Così il Vangelo di Matteo finisce come era cominciato: Gesù è l’“Emmanuele”, Dio con noi.
Dio si fa carne non solo nella carne di Gesù di Nazaret, ma in ogni uomo che lo accoglie e crede in lui, perché “battezzati nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, cioè letteralmente immersi nella relazione delle persone divine, noi diventiamo un cuor solo e un’anima sola con Cristo.
Gesù non si allontana da noi: anzi con l’Ascensione non sarà soltanto più “accanto” a noi, ma sarà “dentro” di noi, in una relazione profonda, intima, personale, trasformante.
“Tutti i giorni” dice il Signore. Frase che somiglia tanto a quella del matrimonio: “nella buona e nella cattiva sorte”.
Non c’è contesto umano, non c’è situazione anche la più difficile e dolorosa che non sia illuminata e rischiarata dalla gioia e dalla forza della sua presenza e della sua opera in noi.
È così che la conclusione del Vangelo è un nuovo inizio: scenderemo dal monte per tornare al nostro lavoro, ai nostri affetti, alla vita concreta, dove ogni giorno saremo ancora chiamati a seguirlo e a essere suoi testimoni.
