Tredicesima domenica del tempo ordinario A
La pagina evangelica che la Liturgia ci offre in questa domenica ci conduce alla conclusione del discorso missionario di Gesù: le consegne che il Signore affida ai suoi discepoli, ormai divenuti apostoli, cioè inviati a testimoniare il suo amore.
La grande motivazione che regge tutto il discorso era la compassione di Gesù per la folla: «Erano stanchi e sfiniti come pecore senza pastore».
Questa parola non descrive soltanto la situazione della gente di allora. Descrive anche noi.
Andiamo qua e là come ci porta il vento.
Abbiamo perso il senso dell’orientamento.
Abbiamo perso la capacità di giudicare.
Abbiamo perso il senso delle proporzioni e delle priorità, il criterio per distinguere il bene dal male.
Abbiamo perso perfino il senso della nostra vita, perché viviamo di attimi e fatichiamo a leggere la direzione della nostra esistenza.
È da qui che nasce la compassione di Gesù: il suo desiderio di ricondurre noi e ogni uomo alla pienezza della sua dignità di figlio di Dio.
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Per tre volte nel brano evangelico ritorna l’espressione: «non è degno di me».
Prima di entrare nel senso di queste affermazioni così nette, dobbiamo riconoscere che in fondo tutti desideriamo vivere una vita che sia degna, che valga la pena, che sia all’altezza di qualcosa.
E come sempre, Gesù prima di chiedere offre.
Le parole di Gesù molto prima di essere ordini sono una buona notizia: il Signore ci offre la possibilità di vivere una vita degna di lui, degna di Dio.
Gesù non ci sta chiedendo di amare meno la propria famiglia.
Come potrebbe chiedercelo proprio Lui che ha dato come comandamento unico quello di dare la vita per i propri amici?
Piuttosto Gesù chiede che il nostro modo di amare sia all’altezza di chi ci ha amati fino in fondo.
Ci aiuta san Paolo, con una delle affermazioni più dense di tutta la lettera ai Romani: «siamo stati battezzati nella sua morte».
Non nell’acqua soltanto.
Nella morte di Cristo.
L’acqua battesimale non è purificazione cosmetica: è immersione nel passaggio pasquale di Cristo.
Si scende nell’acqua come si scende nel sepolcro; si riemerge come si risorge.
Penso seriamente che la più grande disgrazia di un cristiano consista nel perdere la memoria della passione di Cristo, della sua esistenza divina totalmente consegnata fino alla più disumana delle condizioni, per liberarci dal male, dalla morte, dal peccato.
Ebbene: il battesimo ci ha immersi in quella passione.
Non come spettatori, ma come partecipi.
Ciò che è accaduto a lui, è accaduto a noi.
La sua morte è diventata la nostra morte; la sua vita nuova è diventata la nostra vita nuova.
Paolo aggiunge con estrema chiarezza: «consideratevi morti al peccato, ma viventi per Dio».
Il verbo greco che usa — λογίζεσθε — significa “fate i conti”, “prendete atto”. Paolo non dice: diventate quello che non siete ancora. Dice: prendete atto di ciò che siete già diventati nel battesimo.
La vita cristiana è l’appropriazione progressiva di una realtà che ci è già stata donata.
«Camminiamo in una vita nuova», dice Paolo, e la vita nuova non è il paradiso futuro ma è già adesso, in questa esistenza concreta.
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Concretamente Gesù chiede a ciascuno di prendere la propria croce.
Ma notiamo bene: Cristo non ha preso la sua croce. Cristo si è caricato della nostra croce.
Dunque quando portiamo il peso della nostra fragilità, dei nostri errori, della nostra umanità ferita, non siamo soli: camminiamo dentro una vita che è già stata trasformata dal di dentro.
«Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà».
Questa legge del Vangelo esprime qualcosa che ognuno di noi, a un certo punto, ha toccato con mano: proprio quando ci siamo dimenticati di noi stessi per l’altro, ci siamo sentiti più vivi.
Il donarsi — che è l’essenza dell’amore — comporta il saper perdere, il decentrarsi, il mettersi da parte perché l’altro sia. Perdere per ritrovare, perdersi per ritrovarsi.
Gesù rivendica di essere l’unico e il tutto nella vita dei suoi discepoli.
Questa parola ci provoca a verificare la qualità della nostra relazione con lui: se la fede illumina davvero i nostri affetti, i nostri legami, le nostre scelte, o se viviamo un’appartenenza discontinua, superficiale, senza gioia.
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Alla fine il detto di Gesù dell’acqua fresca.
«Chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa».
Gesù ci ha certamente insegnato a dare da bere agli assetati, e questa rimane una delle opere di misericordia fondamentali.
Ma qui si parla di altro.
Quel bicchiere d’acqua viene offerto a qualcuno proprio perché è un discepolo, perché appartiene a Cristo ed è impegnato nella missione del Vangelo.
Il tema era stato anticipato dalla prima lettura.
La donna di Sunem riconosce in Eliseo un uomo di Dio e gli offre un alloggio.
Accoglie il profeta semplicemente perché appartiene al Signore. Non cerca un vantaggio personale; desidera sostenere la missione di Dio.
Ed è proprio questa gratuità che apre il suo cuore a un dono impensabile: il figlio tanto desiderato.
Il bicchiere d’acqua del Vangelo è la continuazione di quella stessa ospitalità.
Anche il più piccolo gesto compiuto per sostenere l’opera di Dio acquista un valore eterno.
Il Vangelo si annuncia in mille modi: con la predicazione, con l’esempio, con l’insegnamento, con la fedeltà, con l’amicizia, con la paternità, con la perseveranza nel bene, con le scelte concrete della vita.
In quelle terre aride di Palestina, offrire un bicchiere d’acqua fresca per chi percorreva le strade annunciando il Regno significava dire: il dono che tu mi stai facendo è così prezioso che voglio sostenere la tua missione.
Anche oggi esistono molti modi di partecipare alla missione della Chiesa.
C’è chi annuncia il Vangelo con la parola.
C’è chi guida una comunità.
C’è chi educa.
C’è chi serve nel silenzio.
E c’è anche chi offre soltanto un bicchiere d’acqua fresca.
Ma nel Regno di Dio nessun gesto compiuto per Cristo è piccolo. Nessun servizio è inutile. Nulla di ciò che nasce dall’amore va perduto.
Perché il Signore continua ancora oggi a salvare il mondo attraverso uomini e donne che mettono Lui al primo posto e che, anche con un gesto apparentemente insignificante, rendono possibile l’annuncio del Vangelo.
