elogio della fragilità

Il mistero più alto, luminoso e insieme irraggiungibile della nostra fede è il mistero della Trinità. Non possiamo comprenderlo pienamente, ma oggi il Vangelo ci permette di intravederne uno spiraglio.

Se ci fosse concesso di ascoltare, anche solo per un istante, il dialogo eterno tra il Padre e il Figlio nello Spirito Santo, che cosa udiremmo? Di che cosa parlano le Persone divine?

È una domanda quasi audace. Eppure il Vangelo di oggi ci offre proprio uno di quei rarissimi momenti nei quali Gesù lascia trasparire sulla terra il dialogo eterno del cielo: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra!».

A questo punto però, è necessario entrare nel contesto della narrazione, per comprendere meglio il senso di questo squarcio del dialogo intra-divino, che ci è stato appena rivelato.

Se ricordate nei brani delle domeniche precedenti, Gesù aveva fatto dei suoi “discepoli” degli “apostoli”: come discepoli erano sempre chiamati a seguirlo; ma come apostoli ora erano inviati nel mondo a rendergli testimonianza e a condividere la sua stessa missione, per la chiamata alla salvezza di tutti gli uomini.

Quello che non abbiamo letto però nelle sequenze domenicali è che il risultato di questo invio missionario degli apostoli e la sua stessa instancabile attività di predicazione e di servizio, aveva raggiunto traguardi assai deludenti, e in ogni parte, soprattutto in quelli che avrebbero dovuto essere gli ambiti più promettenti, aveva incontrato opposizione e rifiuto.

Il martirio di Giovanni Battista aveva mostrato un popolo incapace di riconoscere i profeti di Dio, perfino il più grande tra i nati di donna; le città presso le quali aveva vissuto tanto tempo e aveva operato un gran numero di miracoli – Betsaida, Corazin – non si erano convertite.

Gesù – che non esita a definire se stesso, come abbiamo appena ascoltato, «mite e umile di cuore» – scaglia contro Cafarnao un giudizio che sembra essere irrimediabile e senza appello: «Nel giorno del giudizio, Sodoma avrà una sorte meno dura della tua!». 
(È il versetto immediatamente precedente il brano di oggi). 

Ed è questa la prima sorpresa del Vangelo. Gesù non ringrazia il Padre quando tutti lo applaudono, ma quando sperimenta il rifiuto. Non perché il fallimento sia un bene, ma perché sa che la fedeltà del Padre non dipende dal successo umano.

Certo, se si trattasse solo di un fallimento, non ci sarebbe nulla da celebrare; ma Gesù riconosce anche nel fallimento la realizzazione della volontà di Dio, e allora può rendere grazie: «hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli».

Dunque sì, alcuni hanno creduto. Sono i «piccoli», irrilevanti per il mondo, ma conosciuti e riconosciuti da Dio: proprio loro hanno creduto, hanno sentito l’appello alla conversione come rivolto a loro, hanno accolto con stupore e riconoscenza il dono della salvezza di Dio

I piccoli non sono semplicemente i poveri dal punto di vista economico, né coloro che possiedono meno capacità. Sono coloro che sanno di aver bisogno di Dio. Proprio il loro bisogno apre uno spazio nel quale la grazia può entrare. Chi pensa di bastare a se stesso non sente il desiderio della salvezza; chi invece riconosce la propria povertà scopre che tutto può essere ricevuto come dono.

Alla base di tutto c’è proprio questa rivelazione di Dio: «Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare». 

Ecco il centro del Vangelo. Gesù non è soltanto colui che insegna la strada verso Dio; egli è il Figlio che vive eternamente rivolto al Padre e che introduce anche noi dentro questa relazione filiale. Il cristianesimo non consiste anzitutto nell’imparare una dottrina, ma nell’entrare nella vita stessa del Figlio.

Dunque non chi pensa che la vita gli sia dovuta con l’arroganza di un diritto, ma chi la accoglie con la gratitudine e la meraviglia del dono è orientato alla salvezza di Dio.

Così vengono ridimensionate tutte le pretese dell’uomo: riconosci il tuo limite, la tua fragilità, il tuo bisogno e Cristo ti illuminerà; confessa la tua debolezza, e la mano tenerissima di Dio ti solleverà.

È un pensiero – quello della fragilità – che si ritrova anche nell’enclica Magnifica Humanitas di Leone XIV. Viviamo in una cultura che fatica ad accettare il limite: tutto deve essere efficiente, veloce, performante; ogni fragilità sembra un difetto da correggere o da nascondere. Eppure il Vangelo dice l’opposto. Non è l’autosufficienza ad aprirci a Dio, ma il coraggio di riconoscere il bisogno che abbiamo di Lui. La fragilità vissuta nell’umiltà non è un ostacolo alla grazia: spesso ne diventa la porta.

* * * 

Nella seconda parte del brano evangelico, la preghiera del Figlio diventa chiamata per noi: «Venite a me, voi tutti…». 

All’inizio del Vangelo Gesù diceva: «Seguitemi». Era l’invito del Maestro.

Ora dice qualcosa di infinitamente più grande: «Venite a me».

Non invita semplicemente a seguirne l’esempio; invita a trovare in lui la meta. Il cristiano non cerca anzitutto un ideale di vita: cerca una Persona.

Chi trova lui, trova la pace. Solo unendosi a Gesù, l’uomo viene liberato radicalmente dalla stanchezza e dall’oppressione del male.

Certo il Signore, chiamandoci a sé, parla apertamente di un giogo da prendere sulle spalle…

Credo che siano ormai decenni che i gioghi  – se esistono ancora nella nostra terra – sono al massimo elementi decorativi di qualche edificio rustico. Allora, per intenderci, il giogo è lo strumento di legno legato al dorso degli animali da traino, per consentire loro il duro lavoro dell’aratura o del trasporto dei carichi.

L’immagine del giogo veniva utilizzata tradizionalmente negli scritti rabbinici per indicare la necessità di sottomettersi alla legge di Dio.    

Dunque, se il giogo della legge mosaica è pesante per le deboli spalle dell’uomo e produce – come dice Gesù – stanchezza e oppressione, perché il giogo di Gesù dovrebbe essere invece «dolce e leggero»? 

Forse che le esigenze etiche del vangelo sono meno gravi di quelle della legge giudaica? Al contrario. Se ricordate nel discorso della Montagna Gesù aveva mostrato chiaramente come le esigenze etiche del Vangelo sono più alte rispetto a quelle della Legge antica.

È piuttosto l’ottica che è diversa: il giogo di Gesù non è innanzitutto un insieme di precetti. Il giogo è Gesù stesso.

«Imparate da me».

Non dice: “imparate una dottrina”, ma “imparate da me”. Il cristiano porta il giogo di Cristo perché porta Cristo stesso.

Gesù ha portato il giogo del Padre – e non era giogo da poco dal momento che includeva la passione e la morte – ma era il giogo «del Padre» e Gesù l’ha abbracciato con lo stesso slancio con cui è rivolto verso il Padre. 

Così anche per il credente il giogo ha ormai i lineamenti di Gesù stesso; per questo lo si può abbracciare con l’entusiasmo dell’amore.

Oggi si mettono in discussione molti punti della morale cristiana, accusandola di essere insopportabile, disumana, inadatta alla cultura di oggi.

Quando il Vangelo ci sembra troppo esigente, o fuori dagli standard contemporanei, forse dovremmo porci una domanda diversa. Non anzitutto: “È troppo difficile?”, ma: “Mi fido davvero di Cristo? Gli ho veramente creduto? Ho cercato in lui la mia pace? 

Se credo che lui è il Figlio che conosce il Padre e mi conduce al Padre, allora anche ciò che costa acquista un senso nuovo.

È vero: la giustizia, il perdono, la fedeltà, la castità nei diversi stati di vita chiedono sacrificio. Ma il problema non sono le esigenze del Vangelo. Il problema è se abbiamo creduto abbastanza a Colui che ce lo propone. 

La vita cristiana rimane un giogo. Rimane una conversione quotidiana, una lotta, una rinuncia. Ma non è il peso che schiaccia uno schiavo: è il peso che irrobustisce un figlio.

È come lo zaino dell’escursionista: pesa sulle spalle, ma raddrizza la schiena, libera lo sguardo e permette di raggiungere la vetta.

E soprattutto il cristiano non porta mai da solo il suo giogo. Quel giogo ha il volto di Cristo. È lui che ci invita a portarlo, ma è lui stesso che porta noi. Per questo il suo giogo è dolce e il suo peso leggero.

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