la forza mite di un seme

Nel cammino della fede, di domenica in domenica, siamo giunti, nella lettura del Vangelo secondo Matteo, al capitolo 13, che raccoglie molte delle parabole pronunciate da Gesù durante la sua missione in Galilea.

Gesù è circondato da tanta gente, al punto che, per poter rivolgere a tutti la sua parola, deve allontanarsi di qualche metro dalla riva. La barca di Pietro, immagine della Chiesa, diventa il suo pulpito. Un minimo di distanza consente al Signore di parlare alla folla, mentre la brezza porta il suono della sua voce verso la spiaggia.

Il momento sembra favorevole. Proprio quelle folle che precedentemente lo avevano deluso per la freddezza della loro risposta di fede ora accorrono a lui. Tutti pendono dalle sue labbra. Gesù è popolarissimo in Galilea e probabilmente i discepoli si sfregano le mani per la soddisfazione: «Sicuramente Gesù approfitterà della situazione – avranno pensato – adesso parlerà chiaro, dirà le cose come stanno, farà capire finalmente di essere il Messia, l’inviato di Dio».

Invece no. Parla in parabole. Racconta di un seminatore, del seme, di terreni cattivi e di un terreno buono.

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Il primo snodo importantissimo sul quale siamo invitati a riflettere, ancora prima del contenuto delle parole di Gesù, è il suo modo di comunicare, il modo con cui si rapporta alla folla.

C’è ancora qualcuno che sostiene che Gesù utilizzi le parabole semplicemente per farsi capire meglio, per usare un linguaggio vicino alla gente, per colpire l’immaginazione e suscitare interesse.

Ma non è così semplice. Gesù non è un arraffa popoli, non usa tecniche di persuasione, non costruisce strategie per ottenere consenso. Se guardassimo soltanto ai risultati immediati, potremmo perfino dire che Gesù è un pessimo comunicatore. La folla resta affascinata, sì, ma spesso rimane lontana; e perfino i discepoli hanno bisogno di un insegnamento supplementare per capire.

I discepoli se ne accorgono. Tanto è vero che, appena possono, si avvicinano a Gesù e gli domandano: «Perché parli loro con parabole?». Perché non parli apertamente? Perché non dici pane al pane e vino al vino? Perché non fai un discorso che li metta con le spalle al muro? Perché non mostri apertamente la tua gloria?

La risposta di Gesù è sorprendente: «Perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono». E cita il profeta Isaia: «Il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi».

Con tutto quello che fa, con tutto quello che dice, anzi, con tutto quello che è, Gesù ci rivela il cuore di Dio e il suo disegno di salvezza. Dio vuole il nostro bene e la nostra salvezza, ma vuole anche il nostro amore. E non può esserci amore senza libertà.

L’amore non nasce dal calcolo e non nasce dall’imposizione dell’evidenza. L’amore nasce dal rischio di fidarsi, di prendere posizione, di decidersi, di impegnare la propria vita.

Quel Dio lontano e inaccessibile, che vuole rivelarci il suo volto e il suo disegno sul mondo e sulla nostra vita, ha colmato, con l’incarnazione, l’infinita distanza che lo separava da noi. È entrato nel mondo, entra nella nostra vita, si è fatto vicino e accessibile; ma non vuole toglierci la fatica e la bellezza dell’ultimo passo, che è la fede.

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Mi piace ricordare qui uno dei detti più simpatici e illuminanti del cardinale Giacomo Biffi, di cui abbiamo ricordato ieri l’anniversario, proprio a proposito della conoscenza di chi è Gesù, cioè a proposito della fede.

«La conoscenza di Gesù Cristo è molto diversa dalla conoscenza di qualsiasi altra cosa, come ad esempio quello che abbiamo imparato e impariamo a scuola. La conoscenza di Gesù coinvolge non soltanto la nostra memoria e la nostra intelligenza, ma coinvolge tutto il nostro essere; e chiama in causa tutto il nostro vivere e il nostro agire.

Uno può capire bene il teorema di Pitagora e persuadersi che “in un triangolo rettangolo il quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti” senza innamorarsi dell’ipotenusa e senza provare una passione travolgente per i cateti.

Ma non può conoscere adeguatamente il Signore Gesù e capirlo nella verità profonda, se non comincia ad aprire a lui la sua unica vita: Gesù non lo conosciamo davvero, se non quando cominciamo a innamorarci di lui.

Il Figlio di Dio crocifisso per noi e risorto – significato unico ed esauriente del nostro concreto esistere e dell’intero universo in cui ci è toccato di vivere – lo si conosce sul serio all’atto che ci si gioca per lui».

Dentro le parabole, come dentro ogni pagina del Vangelo, c’è tutto di lui e tutto di noi. Ma tutto resta, nello stesso tempo, un mistero comprensibile soltanto a chi fa un passo verso di lui, a chi si sbilancia, a chi crede in lui. Proprio per questo a nessuno può essere risparmiata la fatica della fede.

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Paradossalmente, la parabola del seminatore, che proprio per questo sembra essere la chiave per interpretare anche le altre parabole, preannuncia che l’annuncio del Regno dei cieli non incontrerà un successo totale, ma conoscerà anche opposizioni e fallimenti.

Attraverso l’immagine dei diversi terreni, Gesù ci mette di fronte alla superficialità, alla paura, all’azione del Maligno, alle preoccupazioni e alla seduzione delle ricchezze: tutto ciò che può impedire alla Parola di mettere radici e portare frutto.

La parabola del seminatore, per certi aspetti, è autobiografica, perché riflette l’esperienza stessa di Gesù e della sua predicazione. Gesù è il seminatore che sparge il buon seme della Parola di Dio e constata i diversi effetti che esso produce a seconda dell’accoglienza che riceve.

C’è chi ascolta superficialmente la Parola, ma non l’accoglie. C’è chi l’accoglie con entusiasmo, ma non ha radici e, davanti alla prova, perde tutto. C’è chi viene sopraffatto dalle preoccupazioni e dalle seduzioni del mondo. E c’è chi ascolta con un cuore disponibile, come il terreno buono: qui la Parola mette radici e porta frutto in abbondanza.

E, se guardiamo bene, perfino nel terreno buono il raccolto non è identico: il seme produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta per uno.

Dio non vuole altro che la nostra salvezza e il nostro bene. Ma non ci salva contro di noi. La sua grazia non annulla la nostra libertà: la chiama, la sollecita, la rende capace di rispondere. Dio ci salva attraverso la fede, attraverso quel «sì» libero con il quale accogliamo il dono che egli ci offre.

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«Perché a loro parli con parabole?», domandano i discepoli.

Gesù distingue tra loro e la folla. Ai discepoli, cioè a coloro che hanno già cominciato a decidersi per lui e a seguirlo, può spiegare più apertamente i misteri del Regno; agli altri il Regno viene annunciato nella forma della parabola, che interpella e provoca una decisione.

Le parabole, infatti, richiedono uno sforzo di interpretazione. Interpellano l’intelligenza, ma soprattutto chiamano in causa la libertà. La parabola contiene la verità del Regno, ma questa verità si apre a chi apre il cuore.

Ecco perché la parola di Gesù resta avvolta nel mistero: non perché Dio voglia nascondersi a chi lo cerca, ma perché la verità del Regno non è un’informazione da imparare. È una presenza da accogliere, una persona da seguire, una vita nella quale entrare.

In fondo, la vera «parabola» di Dio è Gesù stesso. La sua Persona, nel segno della sua vera umanità, rivela la presenza del Figlio eterno di Dio. Dio non ci costringe a credere in lui, ma ci attira a sé attraverso la verità e la bontà del suo Figlio fatto uomo, fino al dono totale di sé sulla croce.

Non c’è amore senza libertà.

Sì, la Parola di Dio è un seme. E non c’è nulla di più piccolo, di più apparentemente impotente, di più incerto nel suo futuro di un seme.

Così l’Onnipotente bussa alla porta del nostro cuore.

«Beati invece i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano».

Sono gli occhi e gli orecchi di chi dice il suo «sì», di chi esce dalla folla e diventa discepolo, di chi non si limita ad ascoltare Gesù da lontano, ma si mette in cammino dietro a lui.

Dio semina con una generosità smisurata una Parola che possiede realmente la forza di salvare; ma questa potenza non tratta l’uomo come una cosa: domanda un cuore che ascolti.
Il dramma è la possibilità del rifiuto; la certezza è che, nonostante ogni rifiuto, il Regno porterà un raccolto sovrabbondante.
È difficile credere?

Sì, è difficile. Ed è proprio questo il suo bello: perché la fede ha il sapore della libertà e dell’amore.

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