Sedicesima domenica del tempo ordinario – Anno A
Ancora le parabole, tre questa volta, molto ricche per il nostro cammino di fede. Gesù non parla così per farsi capire meglio: sa che molti, tra chi lo ascolta, non lo seguiranno. Credere è possibile a ogni uomo, ma non è inevitabile: la parola porta frutto solo se c’è un cuore che la accoglie con fede — e fede non è aver capito tutto, ma avere l’umiltà di chiedere, come fanno i discepoli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo».
Tre parabole dunque (quella della zizzania, quella del granello di senape, quella del lievito nella pasta) e poi la spiegazione della prima: è la ricca pagina evangelica che ci offre la Liturgia di questa domenica.
La zizzania è un’erbaccia subdola: per tutto lo sviluppo somiglia al grano buono, e solo a maturazione la spiga diventa rossastra e tossica. Per questo, dice la parabola, sradicarla rischia di danneggiare anche il grano.
Il campo, spiega Gesù ai discepoli, è il mondo: parola che può intendere molte cose.
Possiamo vedervi anzitutto l’intera umanità, dove sono all’opera i semi della discordia.
Ma possiamo vedervi anche la Chiesa, che in se stessa è «una, santa, cattolica e apostolica».
Eppure, finché dura questo mondo, resta infestata di falsi discepoli.
E poi possiamo leggerlo anche come immagine del nostro mondo interiore. Il grande Origene, nel IV secolo, commentando questo brano non si fermava al mondo o alla Chiesa, ma scende fino al cuore dell’uomo, dove convivono pensieri e disposizioni di segno opposto come grano e zizzania nello stesso solco.
Origene avvertiva che sarebbe imprudente voler estirpare con violenza ciò che è ancora acerbo, perché il discernimento vero appartiene solo a Dio.
È l’esperienza che ho fatto un po’ di tempo fa. Un giovanotto ortodosso della Romania, che non conoscevo, arrivato non so come sul mio Facebook, che già altre volte mi aveva scritto per chiedermi chiarimenti su alcune posizioni cattoliche, mi scrisse — forse per mettermi alla prova — chiedendomi dove fosse la linea che separa il bene dal male, cioè come si fa a distinguere il bene dal male.
In fondo è la stessa domanda della parabola. Grazie al cielo, l’inglese stentato di entrambi ci permise di trovare un accordo soddisfacente: linea che separa il bene dal male attraversa diritta il cuore dell’uomo, perché non è possibile, in questo mondo e dentro il nostro cuore, dividere i buoni dai cattivi. Dentro ognuno di noi c’è grano buono e zizzania, ed è la stessa intuizione che Origene affidava già ai suoi lettori: solo Dio conosce veramente i nostri cuori.
Ma il Vangelo soprattutto ci aiuta a decifrare l’opera, mica tanto ingenua, del maligno nel mondo, nella Chiesa, nel nostro cuore.
La Scrittura lo descrive talvolta con il termine “anticristo”: diremmo una controfigura del Cristo che si traveste di falsa bontà.
Anche il diavolo, proprio come il Cristo, viene nel campo come un seminatore, e imita il Signore: affascina con la forza dei buoni sentimenti, usa argomenti suadenti che alla fine portano a negare l’opera di Dio. E perfino il suo seme assomiglia così tanto al grano buono…
Il suo inganno non consiste nel proporre soltanto il male: sarebbe troppo facile smascherarlo! Il nemico propone invece beni reali ma separandoli dalla loro sorgente, che è Dio. Questa controfigura del Cristo può parlare perfino di pace, di giustizia, di fraternità, ma come se Cristo fosse superfluo.
Non negherà mai i valori: ma li renderà indipendenti dal Signore. Non c’è bisogno di Cristo, insinua lui, per parlare di pace e di amore.
E soprattutto l’anticristo non dirà mai che il vero cambiamento comincia dalla conversione del cuore, cioè dall’interno verso l’esterno.
Per lui i cambiamenti cominciano sempre dalla società, dall’esterno, non dal cuore. Per l’anticristo bisogna cambiare le strutture, non il cuore, bisogna cambiare la società, non la coscienza.
Il vero Messia, il Cristo, lo riconosci invece proprio dal fatto che insieme alla buona notizia del Vangelo ti dice anche che devi convertire il tuo cuore
È vero che nel linguaggio popolare «seminare zizzania» significa seminare discordia; ma la realtà è più sottile, perché questo seminatore della notte invece sa come raccogliere consenso, riunire le maggioranze, guardare a ciò che unisce. Ma è pura apparenza: ciò che davvero unisce è solo la verità di Dio e dell’uomo che Gesù ci rivela.
C’è poi una domanda dolorosa: perché aspettare? Perché Dio non interviene subito, lasciando che bene e male crescano insieme fino alla mietitura?
Qui è la prima lettura ad offrire la risposta più bella.
Il libro della Sapienza non giustifica la pazienza di Dio come un limite: dice al contrario, «la tua forza è fondamento della tua giustizia».
Proprio perché Dio è onnipotente, può giudicare con mitezza.
Non è debolezza, la sua pazienza: è la forma più alta della sua potenza.
E aggiunge: Dio «ha dato ai suoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, concede la possibilità di pentirsi».
La pazienza di Dio verso la zizzania nel campo del mondo è la stessa che ha con me, con la zizzania che porto nel cuore. Se strappasse subito, sradicherebbe anche me.
Dobbiamo dunque pazientare fino alla manifestazione di Dio, resistendo alla tentazione di pensare alla Chiesa come alla comunità dei perfetti.
Quanto ci piacerebbe tanto poter dividere i buoni dai cattivi, avere la scomunica facile!
Ma la Chiesa non è il popolo dei perfetti, degli irreprensibili: noi siamo la comunità dei perdonati.
Siamo gli esperti della misericordia di Dio.
I discepoli di Cristo non sono quelli che non sono mai caduti, ma quelli su cui Dio ha riversato la sua misericordia.
Solo a Dio spetta il giudizio, perché solo Dio conosce il cuore dell’uomo.
Questo tempo di attesa è il tempo della sua pazienza, che ha molta fiducia nel seme buono gettato nel nostro cuore.
Permettetemi per concludere una parola, brevissima, sull’ultima parabola: il lievito che la donna mette «in tre staia di farina».
È una quantità enorme. Con tre staia di farina si potrebbe produrre pane per oltre un centinaio di persone.
Allora chissà come dovevano essere robuste le braccia di quella donna, per impastare una massa così grande, ben più forti di quelle delle sfogline bolognesi…
Ma la parabola dice soprattutto la grande aspettativa riposta in un pugno di lievito quasi invisibile invisibile.
E notate ancora come il lievito agisce dall’interno della massa, non dall’esterno!
Il Regno di Dio è un mondo dentro il quale è nascosto un gran lavorio, energia, attesa, pazienza, per il frutto di un pane abbondante e profumato.
Questa è la storia di Dio che ci viene incontro, con la forza paziente della Sapienza, con l’aiuto silenzioso dello Spirito e ci trasforma cominciando sempre dal di dentro.
