Diciottesima domenica del tempo ordinario A
Dal ricco discorso in parabole alla grande mensa che il Signore imbandisce per un popolo che lo seguiva: cinquemila uomini – così abbiamo appena ascoltato – ma con loro ci sono anche le donne e i bambini. Famiglie intere, dunque.
La comunità che nasce attorno a Gesù assume sempre più chiaramente la sua fisionomia: la Chiesa non è un centro di interesse, un movimento di opinione o un gruppo di persone affini.
È un popolo composto da uomini e donne, giovani e anziani, genitori e figli, persone diversissime tra loro per sensibilità, ritmi e storie. L’unica cosa che li unisce è il rapporto personale di ciascuno con il Signore Gesù.
Nelle domeniche passate il discorso in parabole ci ha persuaso che dietro ogni parola di Gesù si nasconde un mistero più grande delle parole stesse, comprensibile solo da chi decide per lui, da chi non rimane semplicemente folla, ma diventa discepolo ed entra in casa con lui.
Lo stesso vale per i miracoli. Anche la moltiplicazione dei pani e dei pesci non è soltanto un prodigio: è segno di qualcosa che va oltre.
Gesù ha realmente sfamato quella folla: questo episodio, tra l’altro, è uno tra i più attestati di tutti i Vangeli.
Ma l’evangelista ci invita ad andare oltre il fatto storico in se stesso e a riconoscere il mistero dell’Eucaristia che già vi si annuncia.
Basta osservare la successione dei gesti di Gesù:
– ordinò alla folla di sedersi sull’erba;
– prese i cinque pani e i due pesci;
– alzò gli occhi al cielo;
– pronunciò la benedizione;
– spezzò i pani;
– li diede ai discepoli.
Dalle parabole al pane, dunque. Potremmo dire “dalla Parola all’Eucaristia”.
Il primo gesto è pieno di luce, quasi anticipasse già tutto il miracolo.
La traduzione legge: «Ordinò alla folla di sedersi», ma il testo greco dice più precisamente che l’ordine era di sdraiarsi.
C’è una allusione nascosta al rito familiare della cena pasquale ebraica.
Nell’antichità, gli schiavi mangiavano in piedi; mentre gli uomini liberi prendevano posto a mensa reclinati su divanetti.
Per questo, il rituale della Cena Pasquale prevedeva che in alcuni momenti – in particolare mentre si bevevano i prescritti calici di vino – si tenesse almeno un gomito appoggiato sul tavolo. A noi sembra un gesto scomposto, ma simbolicamente quel gomito imita la posizione sdraiata: è la posizione simbolica degli uomini liberi. La Pasqua è la memoria perenne della liberazione dalla schiavitù dell’Egitto. Senza bisogno di dirlo, quel gomito sul tavolo celebrava la libertà del Popolo di Dio.
E notate ancora: Gesù ordina. La sua parola non descrive soltanto la realtà: la trasforma.
Prima ancora di moltiplicare il pane, Gesù dona a quella folla la dignità degli uomini liberi.
Non solo liberi dalla fame, ma dalla schiavitù più profonda, quella del peccato e della morte.
Ma poi seguiamo gli altri gesti che la Chiesa continua a ripetere in ogni Eucaristia.
* «Prese il pane». È il gesto con cui ciò che appartiene alla quotidianità viene consegnato a Dio perché diventi il luogo della sua presenza. Lo riviviamo nella Messa quando pane e vino vengono deposti sull’altare e riservati all’Eucaristia.
* «Alzò gli occhi al cielo». Tutta la celebrazione liturgica ci educa a questo movimento. All’inizio della grande preghiera di rendimento di grazie risuona quel dialogo antichissimo, comune a tutte le liturgie dell’Oriente e dell’Occidente: «In alto i nostri cuori». «Sono rivolti al Signore».
«Rendiamo grazie al Signore nostro Dio». «È cosa buona e giusta».
Sono molto più di formule rituali. Sono un orientamento dell’anima.
Cristo continua ad alzare anche oggi il nostro sguardo verso il Padre, perché la nostra speranza non si riduca all’orizzonte di questo mondo.
La tentazione permanente del cristiano è proprio quella di accorciare lo sguardo, di trasformare il Vangelo in un semplice progetto umano, capace di parlare del pane terreno, ma incapace di riconoscere il Corpo dato e il Sangue versato del Redentore.
* Poi Gesù «pronunciò la benedizione», o, come dicono gli altri evangelisti, «rese grazie». Da qui nasce la parola Eucaristia e corrisponde alla grande preghiera elevata dal sacerdote che contiene anche la memoria di quanto compiuto da Gesù nell’Ultima Cena.
È una preghiera, ma è molto di più. Nel linguaggio della fede benedire, rendere grazie significa riconoscere che tutto è in relazione con Dio, che tutto viene da lui e a lui ritorna; significa celebrare che la nostra vita e il nostro bene dipendono da lui, che senza di lui non possiamo fare nulla. Ed è quello che accade nella Messa, quando la grande preghiera sacerdotale fa memoria del dono di Cristo e affida al Padre la Chiesa e il mondo intero.
* Infine «spezzò i pani e li diede». Sono due gesti inseparabili. Riceviamo come cibo il pane spezzato, che il suo corpo offerto sulla croce, donato per la vita del mondo.
Quando celebriamo l’Eucaristia è Cristo stesso che ci raduna; è lui che ci parla, ci nutre, ci riconcilia. È lui che, donando la sua vita, continua ad alzare i nostri occhi verso il cielo, cioè verso il destino autentico della nostra esistenza.
Si dice che nei secoli e in tutte le terribili traversie che hanno affrontato, gli ebrei hanno custodito la loro identità aggrappandosi all’osservanza del sabato.
Non diversamente, ciò che custodisce la Chiesa nel suo cammino attraverso la storia è la domenica, anzi l’Eucaristia domenicale.
In essa è presente il passaggio, la pasqua del Signore: la sua vita, la sua passione, la sua morte e la sua risurrezione.
In essa è presente la liberazione dal peccato e dalla morte.
In essa si rinnova quell’alleanza nuova ed eterna che rende sempre nuova anche la nostra vita.
È al tornare di questo giorno e di questo rito che il “Signore” ci rende “signori”, ci fa sedere al suo banchetto perché diventiamo liberi, liberi per la verità e per l’amore.
Non è senza significato che il Signore “comandò” al popolo che lo seguiva di compiere quella sosta di libertà e di liberazione.
Non sono molti, nel vangelo i verbi all’imperativo: insieme ad “amatevi” e “perdonate”, ci sono anche “prendete e mangiate”; “fate questo in memoria di me”.
Sono parole che non descrivono semplicemente ciò che siamo chiamati a fare: sono parole che creano ciò che comandano.
Cristo continua così a renderci un popolo libero, convocato attorno alla sua mensa.
Per questo possiamo fare nostre le parole di san Paolo: «Chi ci separerà dall’amore di Cristo?». Nulla può separarci da lui: né le prove della vita, né le sofferenze, né le potenze del male.
Se rimaniamo fedeli alla mensa del Signore, sarà lui stesso a custodirci nel suo amore e a condurci alla libertà dei figli di Dio.
