il figlio dei sue sì

«O Dio, tu riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono…»: così abbiamo pregato nella bellissima orazione che apre la celebrazione di questa domenica. 

Teniamo sullo sfondo questa idea così profonda: l’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto nel fatto di perdonare…


Dal profeta Ezechiele, nella prima lettura  abbiamo ascoltato quello che molti pensano nel loro cuore: riteniamo ingiusto il modo di agire di Dio, perché troppo spesso a questo mondo i malvagi, i furbi, i corrotti, i potenti si spartiscono la torta mentre i miti, i pacifici, i poveri ci rimettono sempre.

Insomma, se Dio è giusto, se Dio è onnipotente, – è il pensiero che si insinua – perché non impedisce le tante cose terribili che accadono nel mondo? 


La fede ci dice con forza che Dio è l’onnipotente, ma riconosciamo che egli esercita il suo potere in modo diverso da come vorrebbero gestirlo gli uomini: sembrerebbe addirittura che Dio abbia volutamente posto un limite al proprio potere, proprio per dare spazio alla libertà delle sue piccole creature che ama.


Di fronte ai nostri rifiuti – perfino di fronte al nostro peccato – l’Onnipotente si rende impotente, lasciando libero l’uomo di compiere le sue scelte. 


Ma su una cosa non si lascia e non si lascerà mai vincere: non si lascerà vincere nell’amore. 


A ricambiare l’amore di chi ci ama, sono capaci tutti; ma amare chi tradisce, amare chi rinnega, chi volta le spalle, addirittura chi accusa: questa è la grandezza insuperabile dell’amore di Dio.

Sì, Dio rivela la sua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono.


Nel Vangelo abbiamo ascoltato ancora una parabola ambientata nella vigna.

C’è una comprensione progressiva di questo mistero: questa volta non è più, come nel brano di domenica scorsa, un padrone che chiama dei servi, ma un padre che manda i suoi figli.


Il primo figlio rispose: “«Non ne ho voglia»; ma poi, pentitosi, ci andò” (Mt 21,29).  L’altro, invece, disse al padre: “«Sì, signore», ma non andò” (Mt 21,30). 


I due figli rappresentano nella parabola i capi del popolo e i farisei, da una parte; i pubblicani e le prostitute, dall’altra.

Ma la prima cosa da notare è un’altra: Gesù li chiama tutti «figli». Non «servi» gli uni e «figli» gli altri. Figli, tutti e due.


Se la partenza è uguale, il finale non lo è.

Il giudizio non si fa su quello che si dice, ma su quello che si fa.


E qui una parola che scuote: «i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio».

Evidentemente non sono ladri e prostitute a salvarsi nell’esercizio della loro professione.

Si salvano perché hanno creduto a Giovanni, perché si sono aperti al pentimento.


Oggi si sente ripetere, sorridenti: «Dio ti ama così come sei!».
Vero. Ma incompleto. 

Dio ti ama come sei — non ama quello che sei. Ti ama, e per questo ti vuole diverso. Ti vuole nuovo.


Qual è la differenza tra le due categorie rappresentate dai due figli?

I capi dei sacerdoti credono di essersi comprati la salvezza con la loro condotta.

Ladri e prostitute, no: loro sanno di essere peccatori. E sanno perciò che l’amore di Dio è un dono, non un diritto. Per questo sono, paradossalmente, più vicini al Regno.


Qualche volta accusano i preti di prendersela con i presenti, per accusare gli assenti.

Invece questa parola deve fare riflettere molto, anzi, deve scuotere proprio noi che siamo qui. 


Non vuol dire che tutti coloro che vivono nella Chiesa e che addirittura lavorano per essa siano da buttare e siano tutti  lontani da Gesù e dal Regno di Dio. 


Ma per nessuno si può dare per scontata la condizione necessaria: il cuore aperto, che si lascia toccare dall’amore di Cristo e diventa strumento del suo amore. 


Oggi ciascuno di noi deve chiedersi con sincerità: come è il mio rapporto personale con Dio, nella preghiera, nella partecipazione alla Messa domenicale? Desidero un vero rapporto con lui e lo coltivo con la preghiera, con la disponibilità a portare nella vita concreta la fede e i valori che professo con le labbra?


Oggi si sente molto parlare di rinnovamento e addirittura di riforma della Chiesa: il Vangelo sommessamente ci ricorda che il rinnovamento non comincia cambiando le strutture della comunità, ma soltanto attraverso la disponibilità alla conversione e attraverso una fede rinnovata.


Vorrei concludere con un ultimo pensiero.

Il Vangelo di questa Domenica parla di due figli: uno che dice no e fa sì; l’altro che dice sì e fa no.

Non si dice niente, eppure sembra aleggiare in tutto il racconto la presenza di un terzo figlio misterioso. È il Figlio che dice il sì e fa il sì.


Il terzo figlio è l’unigenito del Padre, Gesù Cristo, che ci ha tutti riuniti qui. Gesù, entrando nel mondo, ha detto: “Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7).

Questo “sì”, Egli non l’ha solo pronunciato, ma l’ha compiuto e sofferto fin dentro la morte. 


San Paolo ce lo ha ricordato con le parole di un bellissimo inno: «Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, annichilì se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini e si è reso obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (cfr Fil 2, 6-8). 


In umiltà ed obbedienza, Gesù ha compiuto la volontà del Padre, è morto sulla croce per noi e ci ha redenti dalla nostra superbia e dalla durezza del nostro cuore. 


Ora è tempo di celebrare e rivivere nel sacramento eucaristico il suo sacrificio.

Piegheremo le ginocchia davanti al suo Nome e proclameremo la fede dei credenti: “Gesù Cristo è il Signore – a gloria di Dio Padre” (Fil 2,10).


Chiediamo a Dio il coraggio e l’umiltà di camminare sulla via della fede, di attingere alla ricchezza della sua misericordia e di tenere fisso lo sguardo su Cristo, l’uomo del sì detto e fatto, che dà forza e valore ai nostri fragili propositi di bene.

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