Ventisettesima domenica del tempo ordinario A
«Quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8).
È la calda esortazione finale che Paolo lascia ai cristiani di Filippi, al termine della sua lettera, di cui abbiamo letto alcuni passi in queste ultime domeniche.
Qualcuno ha osservato come giustamente questo ideale altissimo di coltivare costantemente la virtù, la giustizia, i pensieri nobili, corrisponda ad alcuni aspetti della migliore filosofia greca dei tempi di Paolo.
Ma è evidente che questa sapienza non deriva per Paolo da ragionamenti filosofici: verità, nobiltà, giustizia, purezza, amabilità, onorabilità, virtù… non sono altro che il riflesso concretissimo, nella vita degli uomini, di quella luce che è Cristo stesso.
Dal momento in cui Dio si è fatto uomo, in tutto ciò che è autenticamente umano, noi possiamo trovare un riflesso di Cristo. E – allo stesso modo – proprio guardando a Cristo, noi possiamo scoprire che cosa è veramente umano, che cosa contribuisce a realizzare, a formare, sostenere, elevare la nostra umanità.
Ci avete fatto caso? a volte ci viene il sospetto che – in fondo, in fondo – Gesù Cristo non sia veramente uno di noi… “Fatto simile a noi in tutto – dice la nostra fede cattolica – eccetto il peccato”…
Ecco, dentro di noi cova il sospetto che, non avendo niente a che fare con il peccato, il Signore non sia poi “in tutto e per tutto” diventato uno di noi: lui è troppo pulito…, non sa cosa significa galleggiare nel fango, come noi comuni mortali…
Ma è proprio l’impostazione del ragionamento che è sbagliata: quando infatti diciamo che “si è fatto simile a noi in tutto, eccetto il peccato”, non lo diciamo perché crediamo che a Cristo manchi qualcosa per essere veramente uomo, ma perché proprio in lui riconosciamo che cosa è umano e cosa è disumano. Il peccato è qualcosa di estraneo all’uomo: il peccato non ci rende più umani; è proprio il peccato invece che ci dis-umanizza.
Allora, se dalla filosofia raccogliamo questo invito a coltivare sempre pensieri nobili e pienamente umani, dalla grazia di Cristo impariamo a dare un contenuto forte a questa verità, a non scambiare – ad esempio – il bene per il benessere; a non scambiare la verità con le opinioni della maggioranza; a non pensare che amabile sia ciò che ci solletica.
Coltivare ciò è giusto e buono. La regola che Paolo ci consegna è la strada migliore per crescere in una vita santa.
Allenarci a custodire pensieri veri, nobili, puri è una strada privilegiata per custodire in noi i doni di Dio, con il sostegno della sua grazia.
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È in fondo il tema della centralità assoluta di Cristo nella vita concreta dell’uomo, che risplende anche nella pagina evangelica che abbiamo ascoltato.
Vale la pena di ricordare che la parabola dei vignaioli assassini, così come quella dei due figli che abbiamo ascoltato domenica scorsa, ci porta nell’esposizione di San Matteo, già nel cuore della settimana santa: Gesù era già entrato a Gerusalemme, accolto dalla folla che con rami di palme gridava “Osanna”; quella stessa folla che di lì a poche ore, avrebbe urlato la sua condanna: “Crocifiggilo!”.
La parabola di oggi racconta in fondo, la storia di Israele, il popolo che Dio aveva prediletto tra tutti i popoli, quel popolo che tristemente non ha riconosciuto la voce dei profeti e che di lì a poche ore avrebbe trascinato fuori dalla città e condannato a morte il Figlio del Padrone, il Figlio inviato dal Padre.
Detto per inciso, la parabola non autorizza alcuna forma di antisemitismo. La parola di Gesù è rivolta anzitutto a coloro che hanno ricevuto la vigna e sono chiamati a portarne frutto; dunque oggi è rivolta anche a noi, al popolo del Nuovo Testamento, ad ogni generazione cristiana, perché Cristo è morto a causa del nostro peccato e del peccato di ogni uomo.
La questione centrale sulla quale la parabola ci costringe a riflettere è proprio il rapporto che abbiamo con Cristo, con il Figlio di Dio venuto in mezzo a noi.
Nel brano del profeta Isaia, Dio si lamentava perché la vigna nonostante tutte le cure non produceva dolce uva, ma solo grappoli acerbi e amari. Era una denuncia delle ingiustizie e delle malvagità commesse da membri del suo popolo.
Ora nel Vangelo la questione è molto più diretta ed esplicita: qui vediamo chiaramente come il disprezzo per l’ordine impartito da Dio si trasforma in disprezzo verso il Figlio, verso il Figlio di Dio.
Non è la semplice disubbidienza ad un precetto divino. È il vero e proprio rifiuto di Dio e di Cristo. Non è solo un problema morale, è una questione di rinnegamento del timore di Dio e della fede.
Il Vangelo non parla solo dei tempi storici di Cristo, cioè del mistero della Croce in quel momento di due millenni fa, ma della presenza della Croce in tutti i tempi. E oggi interpella, in modo speciale, i popoli che hanno ricevuto l’annuncio del Vangelo.
Se guardiamo la storia, siamo costretti a registrare non di rado la freddezza e la ribellione di cristiani incoerenti.
Sempre, in varie forme, ritorna l’assurda tentazione di fare fuori il Figlio per avere noi l’eredità, la tentazione di prendere il posto del Signore, per diventare signori di noi stessi, per decidere noi il bene, la verità e la giustizia, secondo il nostro interesse e secondo il nostro comodo.
La tentazione è sempre la stessa: ricevere la vigna come un dono e finire per considerarla una proprietà; ricevere la vita e pretendere di esserne gli unici padroni; ricevere la verità e voler decidere noi che cosa sia vero, secondo il nostro interesse e secondo il nostro comodo.
Ma quando l’uomo elimina Dio dal proprio orizzonte, diventa veramente più libero? È veramente più felice?
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Insieme a questa domanda inquietante, però, nelle parole di oggi troviamo anche una promessa: l’infedeltà degli uomini non potrà far fallire il disegno di Dio. La vigna può essere tolta a chi non ne porta frutto e affidata ad altri, ma essa continuerà sempre ad appartenere solo al Signore.
Fatto fuori, ucciso, ieri come oggi nel cuore di tanti, Cristo non resta nella tomba, ma la sua apparente disfatta segna l’inizio di una vittoria definitiva.
Cerchiamo sempre il Redentore, cerchiamolo nella sua parola e nei sacramenti della fede: ma cerchiamolo anche in ciò che è vero, nobile, giusto, puro, amabile, onorato, in ciò che è virtù e merita lode.
In Cristo possiamo riconoscere che cosa è umano e che cosa invece dis-umanizza. Cristo non è venuto a sottrarci alla nostra umanità, ma a restituircela nella sua verità. E in tutto ciò che è autenticamente umano, ovunque si trovi, possiamo riconoscere un riflesso della sua bellezza e della sua verità.
