c’è buonsenso e senso buono

Vorrei partire da una frase sorprendente che abbiamo ascoltato nella seconda lettura, dalla Lettera di san Paolo ai Filippesi: «Per me infatti vivere è Cristo e morire è un guadagno».
Paolo scrive queste parole mentre si trova in carcere, a Roma, e sa che la prospettiva di essere condannato a morte è molto vicina. Da una parte desidera continuare a vivere per poter essere ancora di aiuto alle comunità cristiane; dall’altra sente il desiderio di essere finalmente con Cristo.
«Per me infatti vivere è Cristo e morire è un guadagno».

Sono parole che, secondo la logica del mondo, sembrano prive di buonsenso. Chi può chiamare “guadagno” la morte?
Eppure Paolo non è impazzito: ha scoperto un modo nuovo di vedere la vita, perché ha scoperto Cristo.

Ed è proprio questo nuovo modo di vedere e di giudicare le cose che ci introduce nella parabola del Vangelo.
È una parabola strana: degli operai vengono chiamati a lavorare nella vigna in momenti diversi della giornata. Alcuni all’alba, altri alle nove, altri a mezzogiorno, altri alle tre e, infine, alcuni addirittura alle cinque del pomeriggio.
E alla fine della giornata ricevono tutti la stessa paga.

È naturale che quelli che hanno lavorato fin dal mattino protestino: «Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi».
Secondo la logica del mondo, la loro protesta sembra persino ragionevole.
Ma qui sta il punto: la parabola ci chiede di uscire dalla logica del mondo e di imparare a guardare le cose con gli occhi di Dio.
Il padrone, infatti, non fa torto a nessuno. Con i primi si era accordato per un denaro; con gli altri aveva semplicemente detto: «Quello che è giusto ve lo darò».
E alla fine dà a tutti un denaro.

La parabola non vuole dirci che davanti a Dio il bene e il male siano la stessa cosa, o che sia indifferente vivere una vita intera nella fedeltà oppure arrivare all’ultimo momento.
C’è una giustizia: il bene è il bene e il male è il male. E per Dio non sono affatto la stessa cosa.
Ma c’è qualcosa che viene prima della nostra idea di merito: la gratuità dell’amore di Dio.
La salvezza non è uno stipendio che Dio deve pagarci. È un dono.
Ed è proprio qui che rischiamo di non capire più nulla.

Noi siamo abituati a pensare in termini di merito: ho fatto questo, dunque mi spetta quello; ho lavorato di più, dunque devo ricevere di più; sono stato fedele, ho rispettato le regole, ho sopportato, ho fatto il mio dovere… dunque ho dei diritti davanti a Dio.
Ecco un primo insegnamento della parabola sul quale riflettere: siamo i “primi” ma diventiamo gli “ultimi” quando il nostro cuore diventa talmente arido e gretto da non riconoscere più la gratuità assoluta dell’amore di Dio: il paradiso non è una conquista, un guadagno; non lo compriamo con qualche opera buona, ma è sempre un dono che ci sorpassa, infinitamente più grande della nostra capacità.

Proseguendo nel ragionamento, potremmo dire a noi stessi: Devi sopportare “il peso della giornata e il caldo”? È indubbio: devi sopportare tuo marito, tua moglie, la suocera, pazientare coi figli, essere giusto con i tuoi vicini…? devi essere testimone di verità scomode nei tuoi ambienti di vita, di lavoro, nella politica, nella società…? e magari sei sempre in minoranza proprio per quello in cui credi…! devi pazientare sotto il peso delle malattie, delle sofferenze, cercando di trovare un senso a quello che stai vivendo…?
Sì, è indubbio che tante volte essere parte di questa vigna del Signore possa apparirci un peso da sopportare…

E poi magari ti passa davanti uno che è arrivato all’ultima ora. Uno che ha conosciuto il Signore quando tu lo conoscevi già da tanti anni.
E lo vedi felice, riconciliato, riconoscente per la misericordia di Dio.
E dentro di te può nascere una protesta: «E io? Dopo tutto quello che ho fatto?».
È proprio qui che la parabola ci mette davanti a qualcosa che facciamo fatica ad accettare.

Il problema non è che abbiamo lavorato tanto.
Il problema nasce quando cominciamo a pensare che la nostra fedeltà ci dia un credito nei confronti di Dio.
«Io ho fatto quello che dovevo, ho rispettato le regole, mi sono comportato bene, ho sopportato con pazienza… il paradiso me lo sono guadagnato».
Sotto sotto, è una tentazione antica: quella di pensare di esserci salvati da soli.
E invece il Vangelo ci ricorda che il paradiso non è una conquista, non è un guadagno che accumuliamo, non è qualcosa che possiamo comprare con le nostre opere buone.
È sempre un dono.

E allora cambia anche il modo di guardare alla nostra stessa vita.
Perché quei lavoratori che sono rimasti sulla piazza fino alle cinque erano uomini senza lavoro, senza una collocazione, senza un futuro.
E il padrone è andato a chiamarli.
La cosa straordinaria non è soltanto ciò che riceveranno alla fine della giornata.
La cosa straordinaria è che sono stati chiamati.

Prima ancora della ricompensa, c’è la grazia della chiamata.
Essere cristiani, essere stati raggiunti dal Vangelo, essere stati battezzati, poter conoscere Cristo, poterlo amare e servire, essere parte della sua Chiesa: tutto questo non è un diritto che abbiamo conquistato.
È una grazia.

E forse è proprio questo che rischiamo di dimenticare quando siamo nella Chiesa da tanto tempo.
Ci abituiamo.
Ci abituiamo alla Messa, al Vangelo, ai sacramenti, alla preghiera. Ci abituiamo persino all’amore di Dio.
E quello che all’inizio era una meraviglia diventa lentamente un’abitudine, quasi un dovere.

La parabola invece ci invita a ricordare la meraviglia della prima chiamata.
Stavamo sulla piazza, in mezzo al niente, senza una direzione, e qualcuno è venuto a cercarci.
Cristo ci ha chiamati.
Ci ha tolti dalla strada e ci ha messi nella sua vigna.
Questa è già una grazia immensa.

Per questo non dobbiamo guardare con invidia colui che arriva dopo di noi.
Se qualcuno conosce Cristo più tardi, se qualcuno si converte dopo una vita lontana da Dio, se qualcuno nell’ultima ora apre finalmente il cuore alla misericordia, la sua grazia non diminuisce la nostra.
Al contrario: dovremmo rallegrarci.

Perché il problema degli operai della prima ora non è che hanno ricevuto poco.
Hanno ricevuto esattamente ciò che era stato loro promesso.
Il problema è che non riescono più a gioire per il bene dell’altro.
E questo può accadere anche a noi.

Possiamo essere fedeli e diventare tristi.
Possiamo fare il bene e diventare invidiosi del bene fatto agli altri.
Possiamo servire Dio e, lentamente, cominciare a pensare che Dio ci debba qualcosa.
Ma davanti a Dio nessuno può presentarsi dicendo: «Mi devi».
Possiamo soltanto dire: «Grazie».

E allora comprendiamo anche quelle parole di san Paolo: «Per me vivere è Cristo».
Questa è la vera ricompensa.
Non semplicemente qualcosa che Dio ci darà alla fine della giornata, ma Cristo stesso.
Il dono più grande che abbiamo ricevuto è di essere stati chiamati a stare con Lui.

È molto bella la conclusione della famosa omelia di san Giovanni Crisostomo per la notte di Pasqua, che sembra quasi riprendere la parabola di oggi, quando invitava ad accostarsi alla comunione pasquale chi aveva digiunato tutta la quaresima e anche chi ci aveva pensato solo alla fine:
«Se uno è arrivato solo alle cinque di sera, non tema per la sua lentezza: perché il Sovrano è generoso e accoglie l’ultimo come il primo».
E poi:
«Tutti godete il banchetto della fede. Tutti godete la ricchezza della bontà».

Ecco la buona notizia del Vangelo di oggi.
Non siamo nella vigna perché abbiamo qualcosa da pretendere da Dio.
Siamo nella vigna perché Dio, nella sua misericordia, ci ha chiamati.

E allora possiamo guardare la nostra vita non più come un conto da presentare a Dio, ma come una storia di grazia.
Abbiamo ricevuto molto.
Abbiamo ricevuto Cristo.
E questo, oggi e per l’eternità, è il nostro vero guadagno.

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