Ventinovesima domenica del tempo ordinario A
Provo sempre una certa commozione quando ritrovo nelle Scritture le prime righe della prima lettera di San Paolo ai Tessalonicesi perché si tratta del più antico scritto cristiano che ci sia giunto, una testimonianza straordinariamente vicina agli eventi della morte e della risurrezione di Gesù.
Questa lettera venne scritta da san Paolo per i cristiani di Tessalonica, mentre si trovava a Corinto, probabilmente intorno all’anno 50-51 dopo Cristo. Erano trascorsi soltanto una ventina d’anni dalla morte e dalla risurrezione di Gesù: siamo dunque davanti a una testimonianza vicinissima alle origini della fede cristiana.
L’illuminazione di Paolo sulla via di Damasco, dopo il martirio di Stefano era avvenuta attorno all’anno 35 e una decina di anni dopo sarebbe iniziata l’attività missionaria dell’apostolo, con suoi viaggi che lo resero il più grande missionario di tutti i tempi.
È bello ricordarlo oggi, mentre celebriamo la Giornata Missionaria Mondiale.
La lettera, come abbiamo ascoltato, riporta la firma di tre persone: Paolo, Silvano e Timoteo, perché la missione non è mai l’azione di un eroe solitario, non è un hobby personale, ma sempre un atto ecclesiale e comunitario, come ricorda anche il tema della giornata: “Uno in Cristo, uniti nella missione”. La missione è ecclesiale perché nasce dall’unione con Cristo e dalla comunione di coloro che egli chiama a essere suoi testimoni.
Ciò che suscita forte impressione è che, già subito fin dalle prime righe della lettera, appaiono insieme quelle che la catechesi dei secoli successivi identificherà come le “virtù teologali” (la fede, la speranza e la carità), cioè il riflesso della vita stessa di Dio nella vita concreta dell’uomo.
È evidente che in questo inizio della sua lettera, Paolo non intendeva fare una trattazione teorica delle virtù. Piuttosto vuole esprimere la sua gioia e la sua gratitudine a Dio per la vita di una concreta comunità di credenti, nella quale riconosce una impronta della presenza e dell’opera di Cristo stesso.
Vedete come sono declinate le virtù: Paolo elogia «l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore»: come vedete le virtù sono espresse con una forte nota di concretezza.
La Fede è “operosa”: cioè non un puro esercizio intellettuale e culturale – che pure era necessario per della gente che aveva una cultura e una sensibilità religiosa estremamente distante dal cristianesimo – ma una fede che si radica decisamente nella concretezza della vita.
La Carità è “faticosa”: che vuol dire una ricerca del bene che non è frutto di uno spontaneismo “tutto cuore”, ma risposta ad una chiamata soprannaturale; lotta contro gli istinti contrari, continua conversione al bene e alla verità.
La Speranza è “ferma”: non è un ottimismo generico, né l’illusione che tutto andrà bene. È la perseveranza di chi rimane saldo perché si fida del Signore Gesù Cristo, anche quando le circostanze sono difficili e i risultati non sono immediatamente visibili.
Paolo scrive che “il nostro Vangelo non si diffuse fra voi soltanto per mezzo della parola, ma anche con la potenza dello Spirito Santo e con profonda convinzione”.
Come frutto di questa domenica dedicata particolarmente alla missione della Chiesa in tutto il mondo, chiediamo che si imprima con forza nella nostra coscienza e nel nostro impegno di credenti la forza così limpida di questa testimonianza.
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Vale la pena soffermarsi un poco anche sulla prima lettura che abbiamo ascoltato, che ci prepara a meditare più direttamente il brano del vangelo: si tratta di una profezia di Isaia riferita alla fine dell’esilio babilonese.
Ciro, il potente e grande scià dei Persiani, che con un editto del 539 avanti Cristo consentì agli Israeliti di ritornare in patria e di ricostruire il tempio di Gerusalemme, viene additato da Dio addirittura come un eletto, un messia, un liberatore del popolo di Dio.
È un caso unico in tutte le Scritture dell’Antico Testamento: a un pagano viene apertamente attribuita non solo una missione per la salvezza del popolo, ma addirittura di essere uno strumento eletto perché il mondo intero possa conoscere la verità di Dio.
«Io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo, sebbene tu non mi conosca. Io sono il Signore e non c’è alcun altro, fuori di me non c’è dio; ti renderò pronto all’azione, anche se tu non mi conosci, perché sappiano dall’oriente e dall’occidente che non c’è nulla fuori di me».
Che cosa ci insegna questa pagina così suggestiva? Anzitutto che dentro alle grandi vicende della storia, agli incontri e agli scontri dei popoli e delle culture, così come dentro i piccoli casi delle nostre vite personali, delle nostre famiglie e di ogni uomo, c’è sempre la mano e la guida di Dio.
Dio non è il Signore soltanto di quelli che credono in lui: è il Signore di tutti. La sua provvidenza opera nella storia anche attraverso persone e circostanze che non lo conoscono, senza che per questo venga meno la libertà dell’uomo o si confonda il bene compiuto con la totalità delle sue scelte. Si è rivelato ad Abramo e a Mosè e in Gesù Cristo ci ha mostrato il suo volto ed è capace di suscitare il bene ovunque, anche nei contesti più improbabili. Non dimentichiamolo mai.
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La pagina del Vangelo ci porta ad una consapevolezza ulteriore. Si parla di Dio e dell’imperatore dei Romani. (Cesare è l’appellativo che, in onore di Giulio Cesare, veniva attribuito a tutti gli imperatori).
Si parla dunque dell’unico Dio e di un sistema politico, economico, culturale in quel momento così lontano dal nome di Cristo, ma che era il mondo concreto nel quale vivevano i primi cristiani.
Farisei ed erodiani, nemici tra di loro riguardo all’atteggiamento da tenere con i Romani, si alleano per tendere una insidia a Gesù. In cambio, il Signore ci lascia uno degli insegnamenti più preziosi e fecondi della nostra fede.
«Rendete a Cesare quello che è di Cesare e (ripetuto) rendete a Dio quello che è di Dio».
Rendete, cioè “restituite”: c’è un diritto di Cesare, cioè dello Stato o più in generale del mondo concreto nel quale ci tocca di vivere, ma c’è soprattutto un diritto di Dio.
Se vivi in questo mondo, in questo Stato, devi dare a questo mondo, a questo Stato, ciò che corrisponde secondo giustizia e diritto. Significa che bisogna pagare le tasse, obbedire alle leggi, promuovere il bene e la giustizia e la dignità dell’uomo.
Ma se l’immagine di Cesare è impressa sulla moneta, dove troviamo impressa l’immagine di Dio? Nella persona umana, creata a sua immagine e somiglianza. È l’uomo, nella sua dignità inviolabile, nella sua coscienza e nella sua libertà, a portare un’impronta che nessun potere terreno può cancellare. Per questo possiamo riconoscere i nostri doveri verso lo Stato, ma non possiamo consegnare a nessun potere umano ciò che appartiene a Dio.
Per questo ameremo sempre la nostra patria, rispetteremo le autorità legittime e le istituzioni, facendo tutto ciò che è giusto e possibile perché anch’esse possano corrispondere al disegno di Dio sulla persona umana e sulla società. Ma la nostra fedeltà ultima appartiene a Cristo, e proprio per questo il nostro impegno civile non può mai diventare complicità con l’ingiustizia.
Perché passa questo mondo, passano i Cesari, gli scià e i regimi di questo mondo. Ma ciò che è di Dio non passerà mai.
Può capitare, e capita di fatto, che il rispetto di Cesare sia in contrasto con il diritto di Dio sul nostro cuore e sulla nostra vita. Non per nulla il nostro Redentore “patì sotto Ponzio Pilato” (cioè sotto Tiberio Cesare) e tanti nostri fratelli di fede, ieri come oggi, hanno pagato con persecuzioni e martirio la loro fedeltà a Cristo.
Ma ciò non toglie che ameremo sempre la nostra patria, rispetteremo le autorità e le istituzioni facendo legittimamente tutto il possibile perché possano anch’esse corrispondere al disegno e alla volontà di Dio, come accadde misteriosamente a Ciro, il grande scià dei persiani.
