Trentesima domenica del tempo ordinario A
Ancora una domanda da parte dei detrattori di Gesù, domanda che voleva essere insidiosa, come quella sul tributo a Cesare di domenica scorsa, ma che offre al Signore la possibilità di portarci al cuore del nostro rapporto con Dio: “Qual è il grande comandamento?”
A proposito di questo, se andiamo a rileggere le antiche Scritture, la prima volta in cui emerge il termine comandamento è proprio all’inizio, nel libro della Genesi, nel racconto della creazione: «Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino» (Gen 2,16), insieme con il divieto di mangiare l’albero della conoscenza del bene e del male.
Potremmo dire in altre parole che il primo comandamento, quello nel quale risplende l’impronta e l’immagine di Dio nel cuore dell’uomo, è il comandamento della gioia. Dio comanda all’uomo di essere felice, di godere dei suoi doni, ma senza impadronirsi di quella gloria che appartiene a lui solo; cioè senza cercare di farsi Dio di se stesso.
In tutta la storia della rivelazione, Dio non ci nega mai la gioia e la felicità: piuttosto Dio ci rimprovera di non riuscire ad essere veramente felici, a causa della nostra inclinazione al male.
L’uomo pensa di essere se stesso quando può fare come gli pare; quando agisce in modo istintivo, in preda all’ira, alle passioni, agli istinti; quando pretende di decidere ciò che è bene e ciò che è male, ma in questo modo diventa schiavo di se stesso ed è condannato all’infelicità.
Gesù rimette al centro le questioni veramente fondamentali: prima ci fa riconoscere che, come la moneta porta l’impronta di Cesare, così il nostro cuore porta l’impronta di Dio che ci ha creato. Ora ci insegna che lo scopo per il quale siamo creati è Dio e Dio solo: è godere del suo amore e diventare suoi figli.
«Ci hai creati per te», dirà Sant’Agostino raccontando l’intuizione più luminosa della sua conversione: «Ci hai creati per te e il nostro cuore non trova pace, fino a quando non riposa in te».
“Amerai il Signore tuo Dio”: questo è dunque il segreto della felicità e della gioia. Il precetto stava già scritto nella Legge antica ma, sulle labbra di Gesù, queste identiche parole diventano qualcosa di radicalmente nuovo. Questa non è più soltanto una norma, una regola da osservare formalmente: in Cristo, il comandamento dell’amore si manifesta come un “Vangelo”, una buona notizia.
Queste parole antiche, molto prima di essere una regola, diventano oggi per noi una possibilità che si riapre, la possibilità di ritrovare quella felicità per la quale siamo stati creati. Con Gesù scopriamo che Dio non ci sta dicendo “devi“, ma “puoi“.
Amare Dio, significa tendere a diventargli simile, perché chi ama vive dell’amato: l’amore di Dio è vera possibilità di divinizzazione per l’uomo.
I discendenti di quell’Adamo che nel giardino pretendeva di farsi Dio attraverso la via dell’arroganza, possono ora diventare come Dio – figli di Dio – percorrendo la via dell’amore.
“Amare Dio – dice il Signore – con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente”.
Con tutto il cuore: come sapete, nel linguaggio biblico “cuore” non è tanto simbolo di vaghi sentimenti come nella cultura contemporanea. Potremmo pensare all’espressione “mi sta a cuore”, che indica priorità assoluta, decisioni concrete, progetti.
Con tutta l’anima: cioè con la vita, con tutte le energie e le possibilità.
Con tutta la mente: è la nostra razionalità, l’intelligenza che ci fa riconoscere la verità, separandola dalle passioni umane. Il nostro modo di pensare deve conformarsi a Dio, non alla mentalità del mondo.
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Dopo il primo e grande comandamento, non esiste più, nel passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento una serie infinita di precetti e di osservanze, perché l’amore è il compimento della legge. Nel Vangelo troviamo questo stesso comando declinato in un secondo comandamento che è “simile al primo”. «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Notate! Gesù non “uguale” ma “simile”. Simile proprio come l’uomo è somiglianza di Dio.
“Prossimo” in grammatica è il superlativo di vicino: in poche parole “prossimo” significa “il più vicino”.
Nell’Antico Testamento questa parola serviva a indicare solo coloro che ti stanno naturalmente vicini, per parentela, amicizia e condivisione di vita.
Per natura Dio è l’Altro, infinitamente al di là di noi, il più lontano. Eppure è lui che ha iniziato a colmare la distanza rivelandosi al suo popolo, fino a quando nel suo Figlio si è fatto uomo. Dio non solo è vicino, ma è il più vicino: Dio si è fatto nostro prossimo.
Così scopriamo che essere prossimo non significa soltanto essere accanto, ma farsi vicino, andare incontro all’altro, chiunque egli sia, proprio perché Dio – il più lontano – è venuto incontro a noi, nel suo Figlio.
Solo alla luce di Gesù Cristo possiamo comprendere quelle antiche parole: «Ama il prossimo tuo come te stesso»: non era un invito – come qualche volta si sente dire – al narcisismo, a guardare prima di tutto a noi stessi. Vuol dire invece “amalo, il prossimo, proprio come tu stesso sei amato, come tu stesso sei oggetto dell’amore di Dio”.
Già nel libro antico dell’Esodo avevamo ascoltato: «Non molesterai il forestiero né lo opprimerai, perché voi siete stati forestieri in terra d’Egitto». Nello straniero, anche nel più lontano da te, ritrovi la tua storia: sei stato anche tu straniero e accolto da Dio, e quello che hai ti è stato dato.
Ogni uomo – perfino il nemico – vale tanto quanto vale il sangue del Figlio di Dio, per questo ogni uomo è prossimo: perfino chi tradisce, chi rinnega, come noi abbiamo tradito e rinnegato Cristo tante volte, deve essere amato, tanto quanto ognuno di noi è amato da Dio anche dentro i suoi tradimenti, i suoi rinnegamenti, il suo peccato.
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Dove troveremo la forza di amare così? Dove l’umanità troverà la forza di credere nell’amore più forte dell’odio, delle vendette, delle guerre, delle discriminazioni? La troveremo solo conservando lo stupore di essere noi per primi amati da Dio. Il Dio Altissimo, clemente e misericordioso, non è rimasto infinitamente distante da noi, ma si è fatto vicino: Dio si è fatto prossimo. Noi siamo il prossimo di Dio!
