Ventiquattresima domenica del tempo ordinario A
«Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te…». Il Vangelo di oggi ci mette subito nel vivo di un rapporto ferito, tra fratello e fratello. E la parola “fratello” non è un dettaglio: è tra le più sante del Vangelo, quella con cui fin dalle origini i cristiani si riconoscevano tra loro.
Ma chi è, davvero, mio fratello? Chiedercelo è come chiederci chi sta dentro la Chiesa e chi fuori. Non è una domanda semplice. Lo sappiamo bene proprio da Simone: nel giro di pochi versetti – come abbiamo visto nelle scorse domeniche – Gesù lo chiama “Pietro”, roccia, e poi “satana”.
La linea che separa la fede dall’incredulità non passa fuori di noi: passa dentro il cuore di ognuno, anche di chi non è battezzato, perché lo Spirito di Dio è libero di seminare verità e amore ovunque voglia.
La Chiesa è santa, come stiamo per ripetere nel Credo; e tuttavia l’azione dello Spirito di Dio non è limitata dai suoi confini visibili. Possiamo incontrare semi di verità e di bene – e quindi veramente dei fratelli – anche fuori dalla istituzione, perché lo Spirito è libero di agire nel cuore di ogni uomo.
I confini della Chiesa sono dunque più larghi e più profondi rispetto a quello che riusciamo a vedere: solo Dio conosce fino in fondo il mistero del cuore dell’uomo.
Così quando – come nel vangelo di oggi – il Signore ci dona la legge del perdono “al fratello”, noi dobbiamo sentire il bisogno profondo di estenderlo ad ogni uomo, dentro e fuori dagli spazi convenzionali: infatti Gesù arriverà a comandarci perfino l’amore al nemico.
Il Siracide ce lo ha detto con una domanda quasi provocatoria: “Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore?”. È come se la Scrittura ci dicesse che non possiamo chiedere a Dio di guarire la nostra ferita mentre coltiviamo dentro di noi la ferita dell’altro.
Ma veniamo al cuore della domanda di oggi: che cos’è, in realtà, il perdono?
Una delle ferite più profonde delle nostre relazioni — in famiglia, sul lavoro, nella società — è l’odio che non si scioglie, il rancore che genera altro rancore, in una catena senza fine. E qui nasce un equivoco che va sciolto subito: spesso confondiamo il perdono con un sentimento, un moto spontaneo del cuore. Non è così. Il perdono riguarda anzitutto il nostro rapporto con Dio, prima ancora che con l’altro.
Perdonare non significa “voler bene”, se con queste parole intendiamo un’emozione spontanea. Non siamo chiamati a questo — ed è quasi un sollievo saperlo, perché il sentimento a volte proprio non arriva, e non è colpa nostra. Quando Gesù dice “perdonare di cuore”, non fa appello alla spontaneità dei sentimenti, ma alla volontà, alla libertà che sostiene ogni atto di fede.
Pensate a chi ha subito un tradimento, in famiglia o sul lavoro: la ferita, il dolore, la rabbia possono restare per anni, magari per sempre. Nessuno può comandarsi di “non sentire” più nulla. Ma quella persona può cominciare, con l’aiuto della grazia e con la forza di volontà, intanto dal non volere più il male di chi l’ha ferita, dal non coltivare vendetta, dal consegnare quel conto a Dio invece che pensare di regolarlo da sé.
Perdonare non è “voler bene”. È “volere il bene” dell’altro. E questo, a volte, significa anche aiutarlo a comprendere la situazione in cui si trova, a farsi carico delle proprie responsabilità, ad affrontarne le conseguenze — perché possa ritrovare la propria dignità. Pensate a un genitore che perdona un figlio: non gli dice mai “non è successo niente”. Gli dice “ti voglio bene, e proprio per questo devi rispondere di quello che hai fatto”. Altrimenti il perdono sarebbe solo un colpo di spugna — e daremmo ragione non al peccatore, ma al peccato.
È esattamente ciò che fa Dio con noi. Il suo perdono non è un far finta di nulla: è anzitutto un invito alla conversione. Il perdono di Dio sanguina, fa male. Il perdono di Dio vale il sangue del suo Figlio.
È la parabola di oggi a illuminarci: «Appena uscito, quel servo trovò — traduco più letteralmente — un altro servo come lui».
È qui il punto che la parabola vuole conficcarci nel cuore: quel servo dimentica in un istante che l’altro non è un estraneo da cui esigere, ma un suo pari — uno che porta, come lui, la stessa condizione di debitore perdonato.
Ed è esattamente questo lo sguardo che siamo chiamati ad avere su ogni fratello: non “io che perdono a te che sei in debito”, ma “io, debitore perdonato, davanti a te, debitore come me”.
Il cuore di ogni rapporto con l’altro è riconoscere in lui un fratello — uno come me — perché ogni uomo vale quanto vale il Sangue di Cristo, di quello stesso sangue di cui anche io sono debitore.
Un perdono così, una vita così, non si improvvisa. Ha bisogno di restare in comunione continua con la sorgente di questa grazia: il sangue del Redentore, la forza del suo Spirito. Ha bisogno di preghiera, di vita di comunione.
Questa capacità di perdonare può darcela solo il Signore. Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, un’energia di bene entra nella nostra storia di uomini e fronteggia, dentro il cuore, gli assalti sempre ricorrenti dell’animosità e della vendetta. Ogni volta si rende presente e disponibile il trionfo dell’amore di Cristo — più forte del male, più forte della vendetta, più forte della morte.
Per il corpo immolato del tuo Figlio di cui stiamo per nutrirci, e per il suo sangue versato, o Padre di misericordia, rimetti a noi i nostri debiti, perché anche noi impariamo a perdonare di cuore ai nostri debitori.
